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Elle Neco

Come un déjà-vu Neco Elle

Come un déjà-vu
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Come un déjà-vu Prezzo dell'Ebook 3,49 Oppure scaricalo da

Erika vive è una giovane donna che vive una vita poco emozionante con il marito che non ama. Per sopravvivere alla sua avvilente realtà si rifugia nel mondo dei sogni dove incontra l’uomo giusto per lei e dove riesce a sentirsi nel posto giusto per lei....

Primo capitolo

Prologo

 

Sono le otto e il mio cuore a momenti uscirà dal petto e dopo essersi spalmato sul pancione sporgente, cotto a puntino in sole quarantuno settimane, cadrà a terra e lì rimarrà battendo all’impazzata, perché sono agitata da non riuscire più a controllare le mie emozioni. Oggi è il giorno più importante della mia vita, che purtroppo non si svolgerà nel modo in cui mi aspettavo. Dopo aver provato invano la manovra per far girare il bambino, il dottore ha sentenziato: sarebbe stato un cesareo programmato e nulla potevamo fare ormai per cambiare le cose. Sono in accettazione da un’ora, con la valigia, il cuore spalmato per terra e i minuscoli piedini che premono sulla vescica facendomi correre in bagno ogni dieci minuti.

Le otto e quindici, ancora nulla, sono tutti terribilmente in ritardo. L’ostetrica, il dottore, tutti. Mi sento abbandonata; in un giorno così avrei voluto che qualcuno mi tenesse la mano, mi incoraggiasse, mi spiegasse cosa sarebbe accaduto per l’ennesima volta. E invece sono tutti terribilmente in ritardo.

Mentre giocherellavo con l’elastico della cartella che conteneva tutte le informazioni per il ricovero si affacciò l’ostetrica, una donna un po’ pienotta piena di capelli ricci e bianchi, con le rughe a raggio di sole attorno all’estremità esterna dell’occhio, quelle che hanno le persone che sorridono molto. Era concentrata e rilassata, e mi rilassai anch’io seguendola fino alla mia stanza. Era bianca, pulita e luminosa grazie alla finestra gigantesca che occupava tutta la parete laterale. Posai la valigia, provai il bagno in camera per fare la pipì e mi appoggiai sulla poltrona a fianco al letto, come se fossi un’estranea, l’ospite che era venuta in visita a trovare la zia ricoverata. Tra poche ore, quel letto sarebbe diventato il mio luogo di rinascita, e quello spazio vuoto vicino si sarebbe riempito con la culletta, e quella poltrona… Qualcuno sarebbe dovuto rimanere con me almeno il primo giorno dopo il cesareo. Sospirai e poi sentii i passi nel corridoio. Ecco, stava per iniziare tutto e non mi sentivo affatto pronta.


I

Sogna perché nel sonno puoi trovare

quello che il giorno non ti può dare.

Jim Morrison

 

 

«Cornuto!!!» sbraitò il vecchietto agitando un pugno nella nostra direzione dal ciglio della strada e continuando a seguirci con le maledizioni.

“Sagace il vecchietto” pensai ghignando, poi alzai il finestrino e decisi di intervenire per distrarre Paolo dall’insulto appena ricevuto. «Ma pensa te, prima cercano di attraversare la strada fuori dalle strisce pedonali e poi si lamentano. Quasi non si vedeva nel buio, poteva almeno mettersi un giubbino catarifrangente.»

«Il cornuto sarà lui» rispose Paolo cupo. Se l’era presa.

«Forse» aggiunsi disegnando le faccine sorridenti nella condensa del finestrino e cercando di non scoppiare a ridere: “Cornuto, quasi come te”. L’auto sobbalzò e il mio dito cancellò il capolavoro. Sospirai.

In tanti anni di matrimonio il nostro rapporto non subì alcuna evoluzione. Ci eravamo frequentati, poi ci eravamo sposati, ma da allora la nostra vita di coppia continuò a ruotare attorno al lavoro, il suo, e agli avvenimenti di famiglia al “minimo sindacale” come gli interventi idraulici, il trasloco, l’acquisto dell’asse da stiro. Io facevo la precaria con i miei canonici cinque chili di troppo distribuiti generosamente sulle cosce, mentre lui, il maritino “perfettino”, combatteva nelle sue battaglie invisibili alla conquista del potere assoluto nel mondo degli investimenti immobiliari.

Ed ecco a voi la coppia “perfetta”: nell’angolo destro abbiamo lui, immobiliarista di successo, alto, peso medio, braccia forti ma non troppo muscolose e con l’abito elegante sta una favola; nell’angolo sinistro troviamo lei, che non conosce la parola “palestra”, ma si trova  in forma tutto sommato passabile, rotolini a parte, capelli lunghi né lisci né mossi con le unghia mangiate, o meglio, tagliate a zero per evitare di fare figuracce, con un lavoro pietoso dal quale non trova il coraggio di fuggire.

Il k.o. per me è assicurato e lui ne è consapevole, perciò non perde mai l’occasione per sminuirmi.

Mi sono rassegnata alla sua frequente mancanza di tatto, giustificando le sue frecciatine con l’idea che probabilmente dopo tanto tempo i sentimenti si fossero attenuati, se non spariti. Ero una moglie comoda, che poteva esibire ai colleghi e rafforzare il proprio status del “professionista che si impegna al cento percento” come si definiva lui. Non ho mai capito cosa significasse questo visto che a casa si impegnava al massimo al dieci.

Stanca di disegnare ho reclinato il sedile e con la testa rivolta ai marciapiedi mi sono messa a ripassare a mente la serata trascorsa. La festa, definibile con una sola parola, “alcool”, era un evento troppo “brillo” per entrambi. Eravamo sobri in modo vergognoso e dal mio punto di vista fuori luogo. Paolo si era raccomandato per rimanere entrambi composti e pronti per affrontare qualunque conversazione con dignità per fare una bella figura davanti ai soci proprietari della sua azienda. Probabilmente abbiamo fatto la figura degli snob visto che a parte noi gli unici sobri erano solo i camerieri (a parte uno, anzianotto, tutto rosso in faccia, che continuava a barcollare ogni volta che stappava con lo schioppo sonoro una bottiglia, come se quel rumore gli desse una leggera spinta).

Paolo ci teneva molto, e io, da brava mogliettina feci uno sforzo per aiutarlo, nonostante le grosse difficoltà nel parlare con i “pezzi grossi”. Mi facevano delle domande sul mio lavoro e alla mia risposta “addetta al call center” rimanevano agghiacciati. L’eventualità che qualcuno potesse aver scelto una carriera simile faceva perdere la terra sotto i loro “nobili” e delicati piedini. Leggevo chiaramente lo sgomento sulle loro facce, rischiando di arrabbiarmi. Era inutile però difendere la mia posizione di precaria con la schiuma alla bocca o peggio sembrando una strega infuriata. Non avrebbero capito che la questione non era la scelta, ma la necessità di lavorare. Perciò, respirando lentamente e con le guance rosse per l’irritazione, sceglievo un diplomatico: “è un’opportunità di avere delle esperienze nelle comunicazioni”. I miei interlocutori, in seguito a questa trovata, annuivano con approvazione e io mi tranquillizzavo.

Paolo aveva parcheggiato l’auto e mi guardava con gli occhi di una lince affamata. Il suo corpo rivelava un desiderio sano e animale, e dovetti rassegnarmi al rinvio del famigerato riposo. Lo seguii ubbidiente; d’altronde, quella sera, con quell’aria da maschio-conquistatore mi aveva fatta sentire un po’ speciale. Si meritava il seguito e quanto a me bastava che chiudessi gli occhi, senza che lui se ne accorgesse, e potevo immaginare di stare con l’altro. Per fortuna ho un’ottima fantasia.

Dopo il breve “fuori programma” e un’abbondante doccia, il cuscino era più morbido e più accogliente del solito. Il peso della giornata finalmente lasciò le mie spalle e il benessere mi avvolse come una dolce coperta.

Con un braccio infilato sotto la testa ascoltai immobile il respiro di Paolo aspettando che si addormentasse e pregustando l’incontro con l’amante.

Anno pubblicazione

2019

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