Il tuo Carrello

Quantità prezzo Totale
0,00
Procedi al Checkout
Il tuo carrello è vuoto
0 Oggetti | 0,00
incl. tasse, escl. commissioni

Autore

Adele Firrincieli

Dandelion Firrincieli Adele

Dandelion
Prezzo del libro 3,49

Dandelion Prezzo dell'Ebook 3,49 Oppure scaricalo da La Felltrinelli

Non sono stati scelti colori per la vita di Veronica , sarà lei a doverne creare le sfumature.

Primo capitolo

1
Il Sole Dormiente

 

Era da anni che non utilizzava più i colori a olio, preferiva la tecnica ad acquarello e i pennelli sottili, Stephane diceva che più una linea è sottile più riesce a prender vita propria. Veronica si limitava ad ascoltare e a credere alle parole tracciate dall’arte del suo fidanzato e ingenuamente le realizzava guardandolo dipingere. C’erano volte in cui Stephane stesso sembrava essere un’opera d’arte mentre dipingeva e altre volte prendeva le sembianze di un folle artista alle prese con i suoi stessi sentimenti messi su tela.

 

Se Veronica avesse dovuto scegliere i colori per dipingere su di un’immensa tela Stephane, avrebbe sicuramente scelto le tonalità più accese e fastidiose alla vista e le più complesse al tatto di un pennello. La prima volta che lo avevo visto, trasudava i colori abbaglianti di un tramonto estivo e Veronica lasciava percepire appena delle chiare sfumature che si avvicinavano di più alla spuma trasparente delle onde del mare che ad altro. Nonostante quei colori non riuscivano ad adattarsi perfettamente in un unico e solo dipinto, avevano deciso di forzare emozioni e vite contrastanti, facendo nascere qualcosa di nuovo: si chiamava Il Sole Dormiente. Stephane aveva dedicato quel dipinto a Veronica e, dicendole che quel dipinto gli era apparso in sogno la prima notte che fecero l’amore, le aveva dedicato anche la più docile pennellata. Quell’opera sembrava essere una finestra che si affacciava a un sole che sembrava stesse tramontando o sorgendo; Stephane diceva che era in base alla prospettiva e solo il cuore poteva decidere se quel sole stava morendo o stava nascendo. Per Veronica quello era un sole triste che stava cercando di nascondersi da occhi indiscreti, ma per gli altri era un capolavoro dipinto da mani passionali e morbide come soffici nuvole primaverili.

 

Aveva un calice di vetro in mano macchiato al suo interno dalle tracce violacee lasciate da un ottimo vino. Guardava distrattamente i dipinti e quando incrociava lo sguardo di Stephane, confuso tra la gente che guardava quei quadri come se fossero tutti dei veri intenditori, distoglieva lo sguardo, ricordando le sere precedenti e le interpretazioni del suo fidanzato per ogni singolo dipinto. Conosceva ogni cosa di quelle tele, ogni traccia, soffio, graffio, imperfezione, sfumatura e correzione e dei sentimenti di Stephane non c’era nulla. Veronica si era sforzata più volte nel cercare anche solo di catturare appena ciò che le era davvero impercettibile agli occhi, ma non ci riusciva. Più si focalizzava su di una sola immagine, più sentiva gli occhi bruciare, come se tentassero di oltrepassare la tela che una volta era bianca e vergine. I colori che battezzavano quelle stanze erano ricoperti di impazienza e incertezza e le tracce insipide dei colori riempivano lo spazio vuoto che Veronica avvertiva tra la gente, ma era l’unica a toccare quell’aria pungente e forse anche Stephane, ma lui se ne stava in disparte fingendo di amare la sua arte.

E dire che una volta dipingeva per amore, poi ha iniziato a tracciare linee che formassero e ricreassero la sua stessa vita.

«Che schifo» le aveva detto Stephane mentre copriva l’ultimo quadro finito prima della mostra e Veronica era rimasta in silenzio. «Se la mia vita fosse stata diversa, forse avrei dipinto qualcosa di eccezionale, ma guardati, amo una come te e i miei colori si arricchiscono di grigio e nero.» Stephane era a poco dal pianto e Veronica annuiva rassegnata. «Hai ragione» era riuscita a dire e lui aveva già lasciato la stanza piangendo in silenzio e sbattendo poi la porta d’ingresso; chissà dove andava, si chiedeva spesso lei, ma in realtà preferiva non avere alcuna risposta, le bastava essere sola in casa sopportando l’odore degli acquarelli sparsi ovunque, persino sulla sua pelle.
Le tracce di quei colori erano indelebili e nei lunghi bagni fatti con lui si sentiva parte integrante di una tavolozza di colori imbrattati e confusi, mischiati e asciugati. L’acqua sembrava confondere la sua tonalità con quella di Stephane e forse si sentiva felice, giusto un po’, ma alla fine, ogni qual volta che rimaneva da sola, piangeva stringendo la pelle sottile delle sue braccia tra le mani e una volta visto il rossore che si veniva a creare smetteva di piangere, singhiozzando e, sedendosi sulle sue stesse ginocchia, tentava di dimenticare.

 

«Ti piace?» Aveva appena aperto gli occhi e una luce debole filtrava appena dalla finestra di fronte a lei. Stephane era di fianco a lei, a petto nudo e tra le mani aveva un foglio e una matita. Si stropicciò gli occhi e guardò per bene il foglietto che le porse poi il ragazzo. I tratti incerti della matita avevano dato vita al suo stesso viso dormiente e per un istante ricordò il dipinto dedicatole. Sorrise e sfiorò la superficie di quel foglio ormai prezioso.

«Perché lo hai disegnato?»

Stephane allungò una mano e le scostò alcune ciocche dalla fronte bianca: «Eri un fiore mentre dormivi e mi è sembrato di avere di fianco a me Madre Natura.» Quelle parole erano uscite dalla sua bocca come quando le spiegava i dipinti appena terminati, non riuscì a non crederci e si limitò a sorridere timidamente come si era anche dimenticata di fare.

«Se vuoi puoi tenerlo» disse Stephane alzandosi dal letto e lasciandola da sola tra le lenzuola stropicciate e arruffate, ancora accaldate da quei due corpi che non dormivano più vicini l’un l’altro.

Veronica tenne quel foglio in mano e seguì con gli occhi la figura nuda di Stephane. Era sempre più magro e tra poco sarebbe stata in grado di contare ogni singolo osso di quel corpo. Le veniva da piangere; le vene intrinseche del corpo di lui la confondevano, come se volessero lasciarla disperdere in chissà quali pensieri.

 

Era rientrata a casa e il suono della serratura, una volta aperta, riecheggiò nell’intero corridoio vuoto. Stephane non era rientrato, le finestre del salone erano rimaste chiuse tutto il giorno e c’era un brutto odore in casa, come se fosse stata abbandonata per giorni e non per sole poche ore. Quell’odore quasi le diede un brutto presentimento, ebbe l’impressione di avvertire la tanfa di un qualcosa che era appena morto nella sua vita. E mentre studiava e il suono della matita che trascriveva su quaderni rovinati e sgualciti le faceva compagnia, sentì la porta d’ingresso aprirsi e dei passi pesanti venire verso la cucina.

Vide la barba ancora più lunga del giorno prima e i capelli senza alcuna forma prendere il sopravvento su quel viso magro e poco evidente a causa del disordine incontrollato di quella barba sempre più scura. Gli occhi chiari si vedevano a malapena e le ossa aguzze delle spalle sembrava volessero venir fuori.

«Stephane…» sembrò quasi balbettare Veronica e lo abbracciò, lo avvolse con quelle braccia magre e al tatto le sembrò di percepire un bambino indifeso che aveva smarrito la strada per tornare a casa e quegli occhi azzurri urlavano quello: “riportami a casa” dicevano, “mi sono perso” urlavano.

«Veronica» e la voce li si strozzò in gola. «Veronica, André è morto», si staccò da quell’abbraccio e la guardò in viso, ma sembrò star osservando qualcosa di molto lontano. «E io non ti amo più. Penso di essermi innamorato di qualcun altro», uscì dalla cucina con i piedi striscianti e si chiuse in camera da letto. Veronica allungò una mano come se volesse afferrare l’aria, sperando di poter toccare quella realtà che l’aveva lasciata senza fiato. Sentì i polpastrelli vibrare e le tempie seguire il ritmo irregolare del suo cuore. Le parole di Stephane continuavano a ripetersi nella sua testa come una filastrocca appena imparata a memoria e la voce di lui si infiltrò nelle ossa di lei, facendole capire di aver appena ascoltato e assorbito la verità.

Rimase seduta e, una volta realizzato il dolore, si accasciò sul tavolo e iniziò a piangere senza nemmeno volere.

 

Il giorno dopo, mentre un raggio di sole tentò di farsi spazio tra la tenda e i capelli ambrati di Veronica, aprì gli occhi lentamente e non appena riuscì a distinguere i colori che aveva intorno alzò il capo dal tavolo e vide Stephane di spalle prendere una bottiglia di latte fresco dal frigo. Si sentì intontita e, prima di aprire bocca, sperò che Stephane dicesse qualcosa.

«Perdonami, ieri non volevo parlarti in quel modo» disse lui senza nemmeno voltarsi verso la ragazza. «André si è impiccato e io ho baciato un uomo, tradendo te. Ho visto sua mamma piangere e suo fratello abbracciarla. Ieri, nonostante volessi piangere, non ne sono stato in grado. Per i miei dipinti non faccio altro che torturarmi e uccidermi dentro, poi perdo la concezione della vita e sono privo di alcun dolore, non sento nulla, nulla Veronica». Lei osservava la schiena ossea di Stephane asciugandosi le lacrime.
«André è morto» riuscì a dire Veronica alzandosi dalla sedia e, lasciando Stephane da solo e uscendo di casa, intravide il volto di lui dalla finestra. Aveva detto la verità, non era riuscito a versare una sola lacrima.

 

Alle immagini che ricordava dei quadri di Stephane si iniziarono ad accavallare i ricordi di André. Sentiva le ginocchia cedere mentre camminava, ma sentiva qualcosa premerle sulla schiena come se dovesse iniziare a correre e credere a quel vuoto che sentiva dentro di sé. Sentiva gli occhi pizzicare e il vento autunnale che le scompigliava i capelli e che cercava di infastidirle il volto per svegliarla. I suoni confusi della città la raggiunsero velocemente impedendole di riflettere e di perdersi tra le strade che sfortunatamente conosceva.

Era di fronte alla casa di André. La porta d’ingresso era chiusa, ma le finestre del primo piano erano aperte e le tende spostate lasciavano intravedere il soffitto. Veronica sospirò e fingendo, per un’ultima volta, di non credere alle parole di Stephane, suonò al citofono.
La prima volta, nessuno rispose.

La seconda volta, si sentì il suono diffondersi per tutta la casa vuota e come un urlo lanciato a vuoto, le pareti di quell’abitazione, una volta assorbito quel suono vicino ma tanto tanto distante, vibrarono. 

La terza volta, si accasciò al legno della porta.

«È morto. È morto ieri signorina», Veronica alzò lo sguardo e vide un anziano signore affacciarsi alla finestra della casa accanto. L’uomo nel vederla in lacrime quasi addolcì lo sguardo e tentò d rivolgerle un docile sorriso privo di denti ma dalle rughe vissute e marcate. «Lei lo conosceva?» chiese l’anziano aspettando che la ragazza si rialzasse da terra. Veronica annuì. «Mi perdoni, ma sa per caso com’è morto?» riuscì a chiedere la ragazza trattenendo le lacrime.

«Non so se sia vero, ma si vociferava che fosse depresso da anni e ieri l’ha fatta finita impiccandosi in cucina e una donna che passava dal marciapiede ha visto dalla finestra il corpo del ragazzo penzolare dal lampadario» il vecchietto si interruppe cercando di ricordare altro, ma concluse lì.

Veronica fece un cenno con il capo e in silenzio volse uno sguardo veloce alla porta d’ingresso di quella casa e andò via.

Era vero, André era depresso da anni e ogni anno si riprometteva di guarire e di tornare il pianista che rendeva vivo quel monotono periodo all’università, ma il tempo passava e non era cambiato nulla. Tutti lo sapevano, ma nessuno ha mai fatto qualcosa. «A me piace il silenzio» diceva spesso André quando studiavano insieme, eppure i suoi occhi piccoli dicevano altro e le sue mani smaniose tendevano a far capire il contrario. «Vorrei innamorarmi con facilità, invece finisco per soffrire da solo. Sono più veloce a fermare il tempo che a trascorrerlo» si ripeteva spesso allo specchio la mattina mentre osservava la chiara barba occupare il mento e il collo.

Amava il jazz, ma non ricordava mai il nome di un singolo artista. «Hai presente quel film? Quello con l’insegnate di musica senza capelli?» aveva chiesto André a Stephane mentre bevevano al banco di un bar e Veronica osservava attenta i musicisti. Stephane rimase in silenzio senza conoscere il film che intendeva André. Era rientrato a casa quando Veronica corse via da Stephane e si bloccò ansimando davanti alla porta di casa di André, e lui fermo sulla soglia. «Whiplash» disse la ragazza prendendo fiato e l’amico la guardò stranita, «è il titolo del film.»

Il giorno seguente, André non si presentò all’università. Ritornò a frequentare le lezioni dopo due mesi e parlava da solo ripetendo a sé stesso le battute del film. Sembrava essere impazzito e vederlo gesticolare da solo nei corridoi era ormai quotidiano.

«Ti è proprio piaciuto quel film» aveva detto Veronica sorridendo appena, ma l’espressione di André era così vuota e oscura da ricordare la profondità dell’oceano Atlantico. «Sento le loro voci in testa e percepivo il dolore della musica. Non è una cosa orribile avvertire un dolore tremendo nonostante tu stia creando qualcosa di fragile?»

«È quello che fa Stephane.»

«No Veronica, Stephane finge. Quando guardo i suoi quadri io non sento nulla, non vedo nulla, non tocco nulla. Lui non dipinge con il cuore.»

Aveva ragione.

Dopo quelle parole, Veronica non vedeva che distese vuote di tele vergini chiuse in cantina, e i quadri conservati alle pareti desideravano essere coperti da veli scuri ed essere dimenticati.

L’arte di Stephane piaceva a occhi estranei, vuoti, sconosciuti e distanti da lui. A lui stesso non piacevano, ma lasciava che gli acquarelli scorressero tra le sue vene e il bianco di tele su tele.

 

Anno pubblicazione

2019

Share this product