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Raffaella Franceschini

Fate - Destino Franceschini Raffaella

Fate - Destino
Prezzo del libro 4,49
Fate - Destino Oppure scaricalo da La Felltrinelli

Lisa sogna di finire il liceo e iscriversi all’università. È una ragazza timida e troppo seria per la età. Thomas ha un passato difficile alle spalle e tanti tatuaggi sul corpo. È un ragazzo arrogante e all’apparenza sicuro di sé. Due mondi lontani che si incontrano. Un bacio rubato e la passione esplode. Riuscirà Lisa a resistere al fascino da “cattivo ragazzo” di Thomas e lui a non innamorarsi?

Primo capitolo

Prologo

 

Fuori è l’alba ma io sono sveglia già da un po’. Anche stanotte non sono riuscita a chiudere occhio. Ho trascorso l’ultima ora ad ascoltare il rumore delle auto che sfrecciavano per le strade mentre le prime luci del mattino filtravano dalla finestra socchiusa.

Osservo le pareti che mi circondano. Sono ancora così sconosciute. Non so quando mi ci abituerò, sebbene sia consapevole di non avere altra scelta.

Non ho nulla contro la promozione di mio padre. Meritava un riconoscimento per la sua dedizione al lavoro. Eppure, nonostante la nostra nuova abitazione sia una bellissima villetta dotata di tutte le comodità, non ho accolto questo cambiamento con lo stesso entusiasmo della mia famiglia.

Adoravo la casa in cui ho abitato fino a qualche settimana fa e ho sofferto molto quando ce ne siamo andati. Era un vecchio appartamento in centro al paese in cui vivo ed io dividevo la stanza con Luca, mio fratello minore. Lì ho trascorso gli anni della mia infanzia, coccolata da quelle mura confortevoli che avevo trasformato in una sorta di guscio ovattato in cui ero solita rintanarmi. Mi manca quel senso di protezione.

Circondata dal silenzio, scivolo fuori dalla mia stanza e mi chiudo in bagno per concedermi una lunga doccia calda.

Voglio godermi questa pace finché dura.

Un meraviglioso aroma di vaniglia si diffonde nell’aria mentre l’acqua accarezza il mio corpo regalandomi una piacevole sensazione di benessere.

Dopo la doccia mi vesto e mi trucco leggermente. Applico un po’ di correttore sulle occhiaie, dono delle mie notti trascorse a osservare il soffitto, un filo di fard per dare luce agli zigomi e una leggera passata di mascara sulle ciglia.

Decido di legare i miei lunghi capelli castano chiaro in una treccia morbida.

«Lisa, la colazione…»

La voce di mia madre irrompe nel silenzio in cui ero ancora avvolta.

La quiete è finita.

Mi guardo allo specchio un’ultima volta ed esco dalla mia camera per scendere al piano di sotto.

«Buongiorno, tesoro» mormora mia madre una volta entrata in cucina.

«Buongiorno…»

«Dormito bene?» domanda mentre appoggia sul tavolo una crostata ai frutti di bosco cucinata la sera prima.

«Come un sasso» mento.

«Pronta per oggi?»

«Prontissima…» rispondo con finto entusiasmo alzando un pugno in aria. In realtà, preferirei scalare il Monte Everest senza ossigeno piuttosto che affrontare la giornata, ma non voglio farla preoccupare.

Mi guardo attorno mentre inzuppo svogliatamente un biscotto nel latte. La cucina è già un campo di battaglia. Ogni mattina è la stessa storia. Pentole e piatti disseminati qua e là, a testimonianza del rapporto d’amore tra mia madre e i fornelli, la televisione accesa ad alto volume sintonizzata su una telenovela brasiliana degli anni novanta e la tavola imbandita a festa, come se dovessimo sfamare un intero esercito. In poche parole, la confusione regna sovrana.

«Mamma, dove sono le mie scarpe?» urla improvvisamente Luca dalle scale.

«Sono nella scarpiera, tesoro.»

Mia madre non avrebbe potuto dare risposta più logica ma il problema è che mio fratello non sarebbe capace di vedere nemmeno un paio di calzini in un cassetto vuoto.

«Trovate…»

Luca entra in cucina, saluta mia madre con un bacio sulla guancia e occupa il posto accanto al mio.

«Ehi, che ne dici se scappiamo?» bisbiglia al mio orecchio.

«Non faremmo molta strada con la tua vecchia bicicletta. E poi ti ricordo che io sono a piedi.»

Luca sospira mentre scuote la testa sconsolato. Comprendo il suo stato d’animo. Per ragioni diverse, nessuno dei due vuole affrontare la giornata di oggi.

«Ragazzi, smettetela di parlottare tra di voi e mangiate.»

Dopo un’abbondante colazione, degna delle migliori diete iper caloriche che si rispettino, mi stampo in faccia un sorriso falso come una banconota del Monopoli e m’incammino rassegnata verso quello che da oggi sarà il mio incubo peggiore.

Eccolo. Arriva. Maledetto.

Si avvicina avanzando lentamente verso di me e mi guarda con fare minaccioso.

Tengo i pugni stretti e un lieve tremore mi percorre tutto il corpo. Nonostante l’aria sia fresca, gocce di sudore mi scendono lungo la tempia.

Sono pronta ad affrontarlo.

Si ferma imponente accanto a me. La porta si apre e, senza nemmeno accorgermene, finisco per essere spinta dentro da tre ragazzi chiassosi alle mie spalle. Mostro l’abbonamento e mi guardo intorno.

«Perfetto, nemmeno un posto.»

Mi fermo accanto al primo sedile e mi aggrappo con tutte le forze all’obliteratrice. Faccio un respiro profondo e prego di non vomitare sulla testa di qualcuno.

Odio il pullman, con tutto il cuore. Il suo ondeggiare continuo e le infinite frenate costituiscono una vera prova di sopravvivenza.

Mi stringo nelle spalle con la consapevolezza che da oggi sarà così per i prossimi nove mesi.

Il nemico parte e, metro dopo metro, mi sforzo di allentare la tensione, osservando fuori dal finestrino nella speranza di distrarmi. Nemmeno prestare attenzione alle conversazioni tra gli altri studenti sortisce l’effetto sperato, anzi, le loro chiacchiere non fanno altro che innervosirmi ancora di più. Canticchio con un filo di voce un motivetto senza senso mentre conto le fermate che si susseguono ininterrottamente.

Quante ne mancheranno per arrivare a destinazione?

Osservo la strada davanti a me e sono costretta a costatare che la scuola è ancora lontana. Mi sembra incredibile che sia già al quarto anno di Liceo. Da che ho memoria, gli ultimi anni si sono susseguiti uno dopo l’altro come un film in cui la stessa scena si è ripetuta all’infinito. E sono consapevole che anche quest’anno non farà eccezione.

Non sono mai stata il tipo di persona che frequenta feste e si abbandona al divertimento. Appartengo a quel genere di bellezza piuttosto anonima e non ho mai fatto parte di quel gruppo di ragazze baciate da madre natura e illuminate dai riflettori della vita.

Fin da piccola sono sempre stata la classica bambina educata e piuttosto taciturna e la timidezza ha costituito negli anni un mio grosso limite, facendomi sentire spesso a disagio nella mia stessa pelle. Ho imparato a mie spese che ogni tentativo di socializzazione non avrebbe portato altro che guai perciò mi sono costruita nel tempo una corazza granitica che proteggesse il mio cuore ferito dal ruolo di vittima sacrificale che gli altri avevano scelto per me.

Non avendo nessun talento particolare non mi restava altra scelta che investire le mie energie in un progetto che mi desse la sensazione di valere qualcosa. Il mio sogno è di diventare Psicologa e fino ad ora ho cercato di fare di tutto per realizzarlo.

In tutti questi anni il mio impegno verso lo studio non è mai venuto meno. Realizzare il mio desiderio mi è sempre sembrato l’unico obiettivo importante in grado di riscattare il mio ego perennemente ferito da un destino fino a ora troppo doloroso. Vivo per raggiungere questo traguardo e non mi concedo mai nessuna deviazione dalla strada che ho deciso di percorrere.

Due anni. Mancano ancora due anni prima di lasciarmi alle spalle questa vita e poterne cominciare una nuova.

Le porte si aprono all’ennesima fermata, destandomi dai miei pensieri, e la mia attenzione è attirata da un ragazzo. Sale il primo gradino e, senza guardare nessuno, mostra l’abbonamento con un piccolo e svogliato gesto della mano. La porta si richiude alle sue spalle e il pullman riparte mentre lui rimane in piedi con lo sguardo rivolto in avanti. La mancanza di posto non sembra turbarlo minimamente. Se ne sta con una mano in tasca e con l’altra attaccata a un sedile per mantenersi in equilibrio mentre ascolta musica con gli auricolari infilati nelle orecchie.

Continuo a osservarlo. Non so perché, ma più lo osservo e meno mi sento tesa. Sarà, forse, per il suo abbigliamento che lo rende così diverso dagli altri, con i suoi jeans neri aderenti con alcuni strappi sulle ginocchia, un paio di anfibi e una camicia a quadrettoni bianchi e neri, o per il suo modo di fare così sicuro di sé. I capelli scuri e ricci gli scendono lunghi fino alle spalle e le maniche della camicia arrotolate fino agli avambracci mostrano la presenza di tatuaggi colorati.

Mi sorprendo a immaginare che cosa possano rappresentare quei disegni che riesco a vedere a malapena e quanti centimetri di pelle ricoprano. Ad ogni modo, non è certo per il suo look da rockettaro che non riesco a staccargli gli occhi di dosso. C’è qualcosa nel suo atteggiamento così ribelle che mi fa sentire molto più simile a lui più di quanto mi sia mai sentita nei confronti di qualcuno. 

Dopo quaranta minuti di calvario, reso sopportabile dalla presenza di quest’angelo vestito di nero, arrivo finalmente in stazione. Il ragazzo misterioso è il primo a scendere ed io dietro di lui.

Non ne posso più di stare qui dentro.

Faccio un respiro profondo e, sebbene l’aria della città puzzi di carburante, mi sento rigenerata.

Mi guardo intorno e del ragazzo di prima non c’è nessuna traccia. Alzo le spalle e mi avvio sconsolata verso la mia destinazione, che è a pochi metri dalla stazione.

Sono pronta ad affrontare un altro anno scolastico con la convinzione che le mie giornate saranno scandite dalla solita routine e a ogni mio passo fingo indifferenza nei confronti di quella voce dentro di me che non smette mai di ricordarmi quanto la mia vita sia monotona.

Mi chiedo quando finirà la costante sensazione di aspettare qualcosa che non arriva mai.

Anno pubblicazione

2019

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