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Domenico Verde

IL SILENZIO ASSORDANTE DELLA FOLLIA Verde Domenico

IL SILENZIO ASSORDANTE DELLA FOLLIA
Prezzo del libro 4,49
IL SILENZIO ASSORDANTE DELLA FOLLIA Prezzo dell'Ebook 4,49 Oppure scaricalo da La Felltrinelli

Un serial killer, una musicista in fuga dal suo passato, un pericoloso boss della mafia albanese, un gesuita impegnato nella lotta contro la prostituzione: personaggi di una storia a tinte fosche che terrà il lettore con il fiato sospeso. Fino all'ultima riga.

Primo capitolo

1

 

Quanto odiasse il genere umano non lo sapeva nemmeno lui.

Quante volte si era soffermato a osservare  la gente che gli passava davanti, quando era seduto sulla sua solita panchina ai giardini pubblici, e ne aveva odiato il modo di vestire o di parlare?

Quante volte si era chiesto se nel mondo, nell’universo intero, vi era una persona, solo una, che meritasse la sua incondizionata fiducia, o quell’amore del quale tutti si riempivano la bocca senza coglierne il significato?

Era giunto alla conclusione, da qualche tempo, che le uniche creature meritevoli di attenzione, in quel mondo al quale apparteneva senza averlo mai chiesto, fossero gli animali, senza distinzione. Gli animali li amava davvero. Li sentiva più simili a sé. Forse c’era stato un tempo, nella sua vita, durante il quale si era sentito tutt’uno con i suoi simili. Un tempo, lontanissimo, nel quale si era lasciato cullare dal vento della gioventù. Un tempo nel quale aveva consegnato il suo cuore pulsante di speranza e d’ingenuità a una donna, a un amico, a un prete, a un insegnante. Poi aveva capito. Aveva compreso che il mondo gli era ostile, che la gente era cattiva, che nessuno era quello che sembrava. Tutti con la propria maschera dipinta con i colori dell’ipocrisia, della falsità, del dire e non dire, dell’egoismo. Allora, man mano che questa consapevolezza si rafforzava, egli si era ritirato come un lembo di spiaggia che cede sotto l’assalto del mare in tempesta.

Il suo appartamento - poco più di sessanta metri quadri - era popolato da una nutrita rappresentanza della razza animale: c’era Squitty, la pappagallina gialla con i suoi occhietti dolci, Palla di Neve, la gatta dal pelo morbido e bianco, Mefistole, un gatto nero dalla lunga coda, Rocky, un carlino sbuffante e pigro che coabitava serenamente con i due felini; poi c’era Matusalemme, la tartaruga, Nemo, il pesce rosso, e infine Tobia, il criceto più curioso del mondo. Quello che mancava in quell’appartamento, invece, era un televisore. Se ne era liberato sei anni prima. Il  suo cervello da quarantottenne aveva dato l’ultimatum una sera d’estate, quando la temperatura segnava parecchi gradi e l’aria era umida e appiccicosa. Si era ritrovato, seminudo e con una birra in mano, a fare zapping nella semioscurità della stanza, nell’affannosa ricerca di un programma decente che gli regalasse un momento di svago, dopo una nera giornata trascorsa nell’ospedale dove era stata ricoverata la moglie, in fin di vita. Fu un attimo. Non fece in tempo a fermare la sua mano, che la bottiglia lo centrò in pieno. Si meravigliò egli stesso dell’inatteso senso di gratificazione che provò in quel momento. Fu bello vedere lo schermo del televisore schizzare in mille pezzi e il fumo che fuoriusciva.

È vero, aveva rischiato grosso. Fu un  miracolo che uno di quei minuscoli pezzi di vetro non si fosse conficcato negli occhi o che il corto circuito non si fosse trasformato in un incendio che avrebbe ridotto in cenere il suo piccolo appartamento. Ma in quel preciso momento non gliene fregava più niente: sua moglie -  benché  da molti  anni non fosse più la stessa donna che aveva rubato il suo cuore - se ne stava  andando, lasciandolo solo come un cane. Non avevano figli. Lei era sterile. Due settimane dopo la sua morte, il telefono smise di squillare. Decise di disfarsi anche di quello. Qualcuno, un giorno, bussò alla porta: quando compresero che non avrebbe aperto, non bussarono più. Per quasi un mese rimase chiuso nel suo appartamento. Mangiò con parsimonia tutto quello che era in casa e per bere si accontentò dell’acqua del rubinetto. L’insalata la riservò a Matusalemme, che ogni tanto metteva la testa fuori dal guscio e sembrava lo guardasse dispiaciuto, mentre egli se ne stava lì, seduto su quella vecchia poltrona, a  leggere tutti i libri che non era mai riuscito a leggere in tutta la sua vita. Il suo amore per i libri era smisurato. Poteva disporre di una libreria di tutto rispetto: opere di Tolstoj, Dostoevskij, Cechov facevano compagnia ad autori americani come Hemingway, Fitzgerald, Twain. I testi di  Platone e Aristotele erano a fianco di quelli di Nietzsche e di Schopenhauer. Sugli scaffali si potevano leggere anche nomi di autori italiani: Italo Svevo, Cesare Pavese, Luigi Pirandello, Ignazio Silone, Alberto Moravia.

Alle sei di ogni mattina si svegliava al suono della sua vecchia e fidata sveglia a carica manuale, metteva la foglia d’insalata accanto al silenzioso Matusalemme e, dopo aver mangiato quello che trovava, si sedeva a leggere per ore sulla poltrona. La barba, in quel mese, crebbe così tanto che dovette faticare non poco per raderla, quando fu costretto a uscire per procurarsi del cibo. Fosse dipeso da lui, sarebbe rimasto chiuso in casa per sempre. Poi, pian piano, ritornò la voglia di uscire all’aria aperta, anche se i contatti umani si limitavano a semplici scambi di battute con il salumiere, il farmacista, la commessa di un negozio. Con una sola persona si ritrovava costretto ad avere un rapporto più complesso: il suo medico personale, che conosceva da almeno una quindicina d’anni. Una volta  era diverso con il suo medico, riusciva a discutere con lui in maniera serena e senza alcun tipo di problema. Adesso, invece, quella sua insistenza nel voler parlare di cose che travalicavano il motivo per il quale era costretto a rivolgersi a lui - il bisogno di medicine -  lo irritava molto.

«Allora, che mi dice? Come vanno le cose? Non mi racconta nulla di nuovo? Che cosa sta facendo di bello?»

Perché avrebbe dovuto raccontargli i fatti suoi, perché non si rendeva conto che era cambiato? Perché quel medico era così ottuso? Perché era costretto a rispondergli, suo malgrado? Forse perché, dopotutto, aveva bisogno di lui?

«Le solite cose, dottore. Trascorro la mia vita da pensionato in maniera serena. Da quando sono vedovo, poi, la mia vita è, come dire, un po’ cambiata…»

Poi, appena poteva, afferrava quella dannata ricetta e scappava. Di nuovo in strada, circondato da  perfetti sconosciuti ai quali non doveva nessuna spiegazione. Probabilmente il suo modo di agire era il prodotto dei lunghi anni trascorsi a contatto con la gente, con i suoi clienti, a radere barbe e tagliare capelli. All’inizio, quando si era spostato a Roma per lavorare, le cose gli erano apparse in maniera completamente diversa. Poi, anno dopo anno, aveva iniziato ad accusare una sorta di apatia che lo attanagliava tutte le mattine, prima di recarsi al negozio. A un certo punto si era ritrovato a dover sopportare gli atteggiamenti delle persone che ciclicamente si ritrovava di fronte. Era come se, improvvisamente, fosse stato sottoposto a un silenzioso e inarrestabile processo di trasformazione che aveva  mutato il senso di percezione della realtà, come se il cervello avesse preso a funzionare in maniera diversa. Aveva anche provato a  soffocare il senso di ribellione che lo assaliva, ma qualsiasi sforzo era risultato vano. Tutto a un tratto si era ritrovato a vedere le cose da una prospettiva diversa, da un punto di vista completamente nuovo che, almeno le prime volte, lo aveva addirittura spaventato. Era come se qualcuno avesse strappato un filtro benevolo dai suoi occhi rendendo possibile il  poter giudicare - per quello che realmente erano - le persone che incontrava sulla sua strada. Ben presto si rese conto che questa portentosa e incredibile capacità di valutazione lo portava, inevitabilmente e inesorabilmente, non solo ad allontanarsi, ma a procurare un vero e proprio odio nei confronti dei suoi simili. Eppure, la parola “odio” nella sua vita  passata era stata una parola senza senso, un sentimento che non gli era mai appartenuto. Ricordava con piacere i momenti di spensieratezza trascorsi da bambino, quando ogni cosa aveva un colore netto, preciso, inconfondibile e rassicurante: il nero era nero, il bianco era bianco, senza nessuna gradazione di grigio, senza alcuna zona d’ombra. Ricordava la gioia, semplice e miracolosa, che si rinnovava ogni mattina, quando si svegliava, quell’odore di buono che emanavano le lenzuola, quel profumo che proveniva dalla cucina. Sì, era stato felice un tempo. Non si poteva dire che avesse avuto un’adolescenza difficile, non gli era mancato nulla. Eppure, qualcosa, come un animale schifoso che ti cresce dentro con lentezza incessante, si era avviluppato a lui senza tregua, fino a trasformarlo in quello che era diventato.

I vicini, quando parlavano di lui, lo chiamavano “il pazzo”.

Ma non gliene fregava niente di quell’appellativo.

In verità, lo inorgogliva: che significato aveva quella parola per coloro che osavano definirlo “pazzo”?

Voleva dire che era “diverso”? 

Lui voleva essere diverso!

Anno pubblicazione

2020

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