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Francesca Panzacchi & Vito Introna

Inseparabili Introna Vito Panzacchi Francesca

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Il ricco manager Rodolfo Dal Bianco, dopo un’improvvisa malattia, si risveglia solo. Senza più famiglia né soldi, approfitta di un’inattesa eredità e torna in Puglia, sua regione d’origine, cimentandosi come agricoltore...

Primo capitolo

 

PROLOGO

 

 

 

Rodolfo Dal Bianco, centottantacinque centimetri per oltre cento chili, era fradicio di sudore. Quell’ennesima aratura sotto il sole rovente lo aveva stancato più del solito, il trattore sembrava una fornace e i solchi nel terreno parevano non finire mai.

 

Alla fine spense il motore e corse in casa a rinfrescarsi. L’indomani avrebbe pensato a come dividere al meglio le colture tra pomodori, carciofi e lattuga.

 

La vigna ereditata da suo zio era ancora abbastanza giovane, e anche il piccolo uliveto garantiva una rendita decente.

 

Sotto il getto freddo della doccia ricordò ancora una volta le strane circostanze che avevano condotto lui, avvocato e dirigente di una multinazionale con sede a Roma, nonché casanova di tutto rispetto, a tramutarsi in apprendista agricoltore.

 

Gli anni trascorsi nella Funzione Legale&Patrimonio dell’Ente Nazionale Informazione erano stati i migliori, si lavorava di lena in un ambiente rilassato, i funzionari del Tesoro raccoglievano cospicui dividendi e l’intera automazione delle PA procedeva a gonfie vele.

 

Poi purtroppo erano arrivate le privatizzazioni, i maledetti inglesi della Spire avevano acquistato l’intera struttura e lui, insieme a ottocento fra operai, impiegati e dirigenti, si era trovato nell’occhio del ciclone.

 

Mobbing, agguati, licenziamenti, il divorzio da Concetta, i rapporti saltuari e difficili con sua figlia Ester rimasta con la madre a Roma e ormai ventenne, l’assenza di empatia col figlio maggiore, l’ischemia cerebrale che lo aveva lasciato semiparalizzato a destra per quasi un anno e… Lara.

 

La sua bellissima ex amante, quell’emiliana che pur dandogli il tormento e rendendolo spesso più innocuo di un barboncino, lui, mastino nel fisico e nel carattere, era andata via.

 

Si asciugò, si rivestì e mise a bollire una zuppa di cavoli e patate che avrebbe mangiato fredda per cena.

 

Aveva voglia di uscire; il ricordo di Lara, sempre pronto a riaffiorare nei momenti più inopportuni, lo faceva soffocare, e perfino quell’ampia masseria ereditata due anni prima da uno zio paterno si trasformava in una angusta prigione.

 

Il sole cominciava a scendere, era maggio e già il barometro superava i trenta gradi.

 

Le Murge erano scabre, sassose, irte di fossi e gravine e mortalmente aride.

 

“Chissà quando dovrò pagare al consorzio di irrigazione” borbottò fra sé.

 

Inforcò la bici, salutò Ringo e Alì, i due fedeli mastini napoletani, chiuse il cancello e si  diresse in paese.

 

Fossamorena, al confine fra le province di Bari e Taranto, non lo aveva mai adottato.

 

Pur essendo nato a Bari era vissuto sempre a Roma e fra dialetto incomprensibile, usanze arcaiche, residui di patriarcato e donne non esattamente appetibili, non aveva nemmeno provato a integrarsi.

 

Ogni tanto si recava al Don Chisciotte Cafè a chiacchierare con la libraia e farsi suggerire un buon testo, ma per quella sera preferì pedalare fino al bar tabacchi, l’unico che servisse la Peroni al posto della terribile birra Raffo.

 

Si sedette a un tavolo appartato vicino ai videopoker e bevve un paio di birre, alternandole a un piattino di olive che la giovane commessa gli servì da stuzzicare.

 

Era ormai cliente abituale di quel baretto, ogni tanto parlava con la moglie del proprietario, una stangona mora e riccia molto carina.

 

Era più restio a intrattenersi col marito, basso e brizzolato: la diffidenza nei suoi confronti era palpabile, malgrado le traversie era pur sempre un uomo attraente, un po’ troppo in quel paesino sperduto dove la statura media non superava il metro e settanta.

 

Smanettò distrattamente sul tablet: su Facebook, qualche scrittore spammava il suo libro a trecentosessanta gradi, una vampa postava selfie osé, altri geni pontificavano il loro verbo politico, non importa se di destra o di sinistra, tanto a lui che non votava più da anni non interessava.

 

Erano ormai le otto, aveva dimenticato la zuppa sul fuoco e se non si fosse affrettato sarebbe rimasto a digiuno.

 

Pedalò di lena sul ponte principale e poi di fianco alle gravine; casa sua era situata in cima a una collinetta, e già da lontano tutto sembrava in ordine.

 

Ricevette le feste dei cani, lasciò uscire i polli spargendo il panìco e finalmente si ricordò di spegnere il fuoco.

 

La zuppa era salva, un po’ ristretta.

 

 

 

«Bella porcheria!» sbottò.

 

Lasciò la pentola a raffreddare sul piano di cottura e sedette sotto il patio con il tablet sulle ginocchia, un sigaro in bocca e una bottiglia di Primitivo sul tavolino alla sua sinistra.

 

Chissà se Lara avrebbe mai apprezzato quella vita primordiale, solitaria.

 

«No. E non tornerà mai!» gridò alle prime stelle del cielo.

 

Accese la lampada antizanzare e due zampironi, si versò un bicchiere di vino e restò triste ad ascoltare i rumori della campagna.

 

Qualche grillo, un fremito fra le erbacce lungo il viale, il solito gatto che rischiava di finire in pasto ai suoi cani o forse una lepre impaurita.

 

Il cellulare trillò da dentro casa, andò a colpo sicuro: era sua  figlia.

 

 

 

La chiacchierata con Ester fu breve e contratta, lei era andata a trovarlo una sola volta dopo il trasloco da Roma, inorridendo nel trovarsi davanti un padre smagrito e sciatto dal ventre prominente e l’alito vinoso. Bottiglie di vino e birra vuote e mozziconi di sigaro dappertutto, polvere e sudiciume in cucina e nelle stanze da letto, cataste di rifiuti sul patio: la casa era un letamaio.

 

Era andata via il giorno dopo quasi senza salutarlo, tossendo per la puzza di fumo e carbone; ciò l’aveva spinto a reagire.

 

Nel tempo la vecchia masseria era stata reimbiancata, i pavimenti lucidati, la cappa del camino disostruita. In cantina le vecchie botti di Negro Amaro e Primitivo ereditate dallo zio tenevano compagnia a una graziosa dépendance, nella quale Rodolfo aveva via via fatto affluire mobili da poco prezzo, la sua vecchia batteria ricordo di quando in gioventù militava in una scalcinata rock band, attrezzi ginnici e un punching ball.

 

Si recava spesso in cantina a ritrovare se stesso: il contatto col suo passato lo dissuadeva dal bere e, un po’, lo faceva rinascere.

 

No, non ripiangeva Concetta, sua moglie era sempre stata pigra, litigiosa, attaccata al lusso.

 

Nemmeno si rimproverava di essere stato poco presente nella vita di Ester, sua figlia non amava molto la sua figura, fatta eccezione per l’indolenza aveva ereditato il carattere della madre, gradiva poco il controllo familiare ed era gelosissima della sua vita privata, al punto che lui nemmeno sapeva se avesse o no un fidanzato.

 

Quanto al primogenito… rifiutava anche solo di pensarci,

 

Non sentiva la mancanza di Carla, sua segretaria storica e collaboratrice preziosa, occasionalmente anche amante tenera e seducente.

 

Il chiodo fisso era sempre lei, quella Lara Marosi scomparsa dalla sua vita di colpo tre anni prima e mai più vista né sentita.

 

Di Lara non conservava neanche una foto, lei aveva rimosso i loro ricordi in comune su Facebook e Instagram e lui aveva pensato bene di bloccarla, dopo averla vista sorridere beatamente fra le braccia di un tomo brutto e segaligno.

 

Aveva sbagliato lui, Lara non era donna che potesse aspettarlo all’infinito davanti al  focolare, dopo quasi un anno di assenza, alcol e depressione lo aveva lasciato con una mail lapidaria:

 

 

 

A furia di non attizzarlo anche il fuoco più grande si estingue, come il mio amore per te. Se vuoi possiamo restare amici.

 

Addio.

 

 

 

Dopo aver letto tre volte quelle scarne parole aveva risposto di primo acchito:

 

 

 

Le amiche non scopano, purtroppo. Non cercarmi mai più.

 

 

 

Maledisse il vino che l’aveva incoraggiato a replicare in quel modo barbaro. Dopo l’imbarazzante risposta non si era mai più fatta viva.

 

E lui si era adeguato.

 

Nel giro di un anno erano seguiti l’ischemia, il ricovero, la riabilitazione, il licenziamento, la vendita della casa di Roma, il trasferimento in Puglia, la follia e la disperazione dei primi mesi, l’imbarazzante visita di Ester.

 

Adesso di quel terribile passato rimaneva solo una lievissima zoppia a sinistra, un podere da cinque ettari che gli consentiva di vivere dignitosamente, un fisico più asciutto e muscoloso e un incolmabile vuoto interiore.

 

 

 

Eppure solo sei anni prima tutto il mondo gli era apparso così bello…

 


 

 

Anno pubblicazione

2019

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