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Nicola Testa

LA COLLERA DELLA REGINA Testa Nicola

LA COLLERA DELLA REGINA
Prezzo del libro 4,49 LA COLLERA DELLA REGINA Prezzo dell'Ebook 4,49 Oppure scaricalo da

Sono quasi mille anni che la misteriosa "Regina" inquieta le mura dell'abbazia di Lucedio, persa tra le risaie che guardano alle colline del Monferrato. Dieci anni fa Giovanni Lantero, professore di Storia medievale dell'università di Vercelli, tentò senza successo di dissipare la nebbia di segreti che da sempre la circondano. Proprio in quel periodo una ragazza veniva uccisa alla base del campanile dell'abbazia. E proprio lì il professore aveva piazzato la sua Nikon automatica per dare corpo alle sue teorie sulla Regina. Quando finalmente riceve le fotografie che allora gli vennero sequestrate dalla polizia, rimane sgomento. Quelle immagini hanno ritratto l'assassinio della ragazza. Cosa deve fare ora? Denunciare il colpevole alla Giustizia o scoperchiare il calderone che da troppo tempo tiene in caldo i segreti di quel posto maledetto?

Primo capitolo

I

Incipit

 

Ovvero il preantipasto, ma non si pensi a un appetizer delicato, tutto fronzoli e colori, da ristorante di pretesa. Qui siamo di fronte più a un tomino elettrico o a un peperone in bagna caoda, tanto per preparare lo stomaco al lauto pasto che sarà.

  


Per un attimo si sentì portare via da un vortice di nausea che rischiò di fargli perdere l'equilibrio. Dovette socchiudere gli occhi e ricordare a se stesso il motivo che lo aveva spinto fino a quel punto.

Riaprì gli occhi, ripose la pistola nella tasca interna del cappotto, fece un respiro profondo e rimase per qualche secondo in piedi in mezzo al prato, mentre l'acqua gli inzuppava i mocassini.

La pioggia attraversava in diagonale il fascio di luce della torcia. La puntò verso il basso per dare un'occhiata alla ragazza che giaceva a terra, rannicchiata tra l'erba fradicia del prato, le labbra socchiuse, lo sguardo fattosi opaco, i capelli lisci che le accarezzavano una guancia. Le passò due dita sulle palpebre, raccolse l'altra torcia, che era caduta a terra, e si diresse verso il bordo della strada, dove ad attenderlo c'era la sua Citroën.

Dopo averla raggiunta controllò che non vi fossero luci in avvicinamento, poi aprì il portellone posteriore e vi puntò il fascio di luce della torcia. Nel secchiello di legno c'era tutto l'occorrente: un seghetto giapponese ancora nella sua confezione di plastica trasparente, una mantella impermeabile, un paio di guanti di lattice e un trinciapollo. Raccolse il secchiello e la croce di legno che aveva sistemato sul fondo del bagagliaio, richiuse il portellone e tornò dalla ragazza.


II

I piani del professore

 

Primo carrello di antipasti: un professore di storia un po' tocco, una studentessa molto concentrata sui suoi studi e un'altra totalmente svampita, una Regina in collera e la sua vittima, due fratelli che più diversi non si potrebbero immaginare e un conte. Due centrali e un'abbazia. Una leggenda. Per cominciare uno direbbe che basta così. E invece, inquietante, un altro carrello già occhieggia dal fondo della sala.

 

 

 L'aula prescelta era una delle ultime del piano seminterrato, quadrata e disadorna. Il professor Lantero vi era arrivato per primo, e, avendola trovata ancora vuota, si era seduto su una delle seggiole disposte intorno al tavolo che ne occupava il centro. Poi a piccoli gruppi erano sopraggiunti tutti gli altri che, accomodatisi a debita distanza da lui, attendevano l'inizio della riunione parlottando sommessamente.

Il vicerettore entrò nell'aula sistemandosi il foulard di seta con fare teatrale, tirò fuori da una valigetta di pelle alcuni fogli dattiloscritti, si appoggiò al tavolo e cominciò a leggere i punti all'ordine del giorno: «Volete per favore fare silenzio?» disse sollevando il capo.

Lantero non ebbe bisogno di fare nulla, dal momento che era uno dei pochi a tacere. Il vicerettore elencò in tono sbrigativo le misure che la Direzione intendeva adottare in merito alla didattica dei corsi del biennio: i programmi andavano amalgamati, disse, le esercitazioni ampliate, i laboratori rivisti alla luce dei nuovi orientamenti.

Finito che ebbe di parlare invitò tutti a votare l'approvazione per alzata di mano e nessuno osò tenere abbassata la propria. Lantero tenne la mano alzata per intervenire, prese la parola ed espose le proprie ragioni, mettendo in evidenza un paio di manchevolezze che a suo avviso affliggevano i programmi del nuovo ordinamento messi a punto dal Ministero. A parte il vicerettore, intento a digitare freneticamente sui tasti del cellulare, lo guardavano tutti con un misto di disprezzo e disapprovazione.

«Non è d'accordo con me?» disse dopo aver concluso, rivolto verso il vicerettore.

«Qualcuno di voi è d'accordo col professor Lantero?» rispose il vicerettore senza staccare gli occhi dal display del cellulare.

Un dottorando coi capelli brizzolati gli voltò la schiena facendo stridere la sedia sul pavimento mentre tutti riprendevano a parlare dei fatti loro. A quel punto Lantero si alzò in piedi, salutò con fare dignitoso e uscì sbattendo la porta.

Per qualche secondo fu silenzio, poi qualcuno dal fondo dell'aula disse: «Avrà un appuntamento con la Regina...»

La aspettava fin dalle prime fitte del mattino, che l'avevano colpita proprio sopra gli occhi. Li dovette chiudere serrando le ciglia perché mille schegge di cristallo le si stavano aprendo dentro. Riuscì a stento a spegnere il monitor e si prese il volto tra le mani, mentre la Regina cominciava la sua invettiva:

...Non Vi inquietate, Vi prego, non lo posso sopportare...

La voce della Regina andava e veniva, come se ogni volta avesse bisogno di riprendere fiato per parlare,

...C'è qualcosa che Vi toglie le energie, me lo avete già detto, qualcosa che non vi permette...

Sapeva già ciò che la attendeva per non essere riuscita a venire a capo di nulla, ancora una volta, ma il fatto era che non poteva. Tentò di spiegare le proprie ragioni mentre la Regina proseguiva coi suoi strali. Infuriata in quel modo non l'aveva mai sentita. A tratti faticava a cogliere il senso delle frasi tanto le parole erano accavallate e alterato il tono con cui venivano pronunciate ma intanto tentava di rimanere concentrata, come cercando la sintonia con una radiofrequenza disturbata, perché ogni monosillabo poteva avere la sua importanza.

...Devo capire di cosa si tratta, certamente, farò il possibile...

Mentre tentava di inserirsi in quel fiume in piena di accuse e di richieste, la Regina urlò più forte, tanto da costringerla a buttarsi a terra e a rannicchiasi come un cane che si proteggesse da una scarica di sassi.

...Le Vostre condizioni non Vi permettono in alcun modo... faremo in fretta, non dubitate...

Cercò di rassicurarla come poteva e promise di raddoppiare l'impegno, sebbene non sapesse davvero più che cosa inventarsi. Già troppe volte l'aveva delusa coi propri fallimenti. Quando smise di parlare per controllare che le sue parole fossero state udite, la Regina era ormai sparita. Attorno era rimasto solo un lontano vociare di persone, forse i colleghi che rientravano dalla pausa pranzo. Con un enorme sforzo ricominciò a muoversi, prima il collo, poi un braccio, poi le gambe. Riaprì gli occhi senza scorgere che ombre sottosopra, si sollevò lentamente e si mise a sedere sulla poltroncina a rotelle. Una volta appoggiato il dorso allo schienale, lentamente le figure che aveva intorno ripresero forma. L'ombra scura che si muoveva al di là del bancone era una coppia di immigrati, che la guardavano stralunati. Premette il tasto per riaccendere il monitor, schiarì la voce e disse: «Sono qui da molto?»

Già, quanto tempo era passato? Dieci anni, pensò. Dieci anni esatti da quando il suo destino aveva incrociato quello della Regina.

Dopo la riunione in Facoltà, Lantero era rincasato a piedi infagottato nel suo cappotto di vigogna, rimuginando tra sé per tutto il tempo e gesticolando, tanto da suscitare più di uno sguardo preoccupato tra i passanti che lo incrociavano lungo le vie di Vercelli. Dopo un giro più lungo di quello che sarebbe stato necessario per raggiungere il palazzo ottocentesco dove abitava, si trovò quasi per caso di fronte al portoncino di casa. Lo aprì litigando con la serratura, entrò nell'androne senza accendere le luci e, nella penombra, notò che la sua buca delle lettere, buona ultimamente solo per bollette e volantini del pronto-pizza, era intasata da un incarto ingombrante. Lo estrasse senza bisogno di aprire lo sportellino e ne lesse il mittente. Sembrava che la questura avesse urgenza di comunicare con lui.

Lantero aveva salito le scale facendo i gradini a tre alla volta, era entrato in casa e si era immediatamente infilato nel suo studiolo. Poi, dopo essersi concesso qualche respiro per togliersi il fiatone, si era seduto alla scrivania e aveva aperto la busta strappandone senza troppi riguardi il bordo superiore.

Dentro c'erano diverse fotografie in grande formato, che esaminò con una voracità in cui faticò a riconoscersi. Le prime immagini che gli capitarono sotto gli occhi mostravano un terreno costellato da segni di bruciature e simboli disegnati con la cenere. Poi fu la volta delle fotografie che ritraevano un cadavere senza testa adagiato su un prato zuppo d'acqua. La testa della vittima, una ragazza coi capelli biondi, faceva capolino da un secchio di legno a poca distanza. Si vedevano anche una croce di legno piantata storta nel terreno e, sullo sfondo, un muro coperto di rampicanti.

Lasciò trascorrere qualche secondo per lasciare che le immagini di ciò che aveva davanti gli si depositassero sulle cornee, poi accese la lampada da tavolo e vagliò tutto il materiale che aveva rovesciato sul tavolo. Fu a quel punto che notò il foglio dattiloscritto marchiato col timbro INSOLUTO. Si trattava di un referto di polizia scritto a macchina e pieno di correzioni. Secondo il medico legale la ragazza delle immagini era stata prima strangolata e poi decapitata da una mano ignota. Lantero riprese in mano le fotografie per verificare i segni lasciati dalle mani dell'omicida sul collo della vittima, sia per la parte rimasta attaccata al corpo, sia per quella solidale alla testa. Poi cominciò a sollevare le fotografie e a rigirarle, per cercare ovunque un messaggio, una nota o un commento che lo potessero indirizzare nel cogliere il senso della situazione. Mentre armeggiava freneticamente con tutte quelle scartoffie, si trovò in mano un secondo incarto, ancora sigillato. Una busta gialla in formato più piccolo, su cui qualcuno aveva scritto a penna una data.

12 ottobre 1998. Erano passati dieci anni esatti.

 

Anno pubblicazione

2020

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