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Riccarda Riccò

LA CONOSCENZA DI SOFIA

LA CONOSCENZA DI SOFIA
Prezzo del libro 14,00

Chi è il Lupo? Cosa nasconde il Ponte del Diavolo? Cosa significano quei fogli scritti dal nipote autistico? Chi ha ucciso sua madre?
Convinta di trovare un mondo puro e lontano dal ricco ambiente nel quale non si riconosce più, Sofia sarà attratta dal canto del Lupo, come Ulisse da quello delle sirene. Ma il Lupo è un asociale dal passato oscuro e la crescita dall’ignoranza alla conoscenza si farà complicata, diventando un compromesso di sensualità tra fantasmi, credenze e insidie.
Una storia d’amore e di trasformazione interiore sullo sfondo di un omicidio non risolto in luoghi reali dell’Appennino tosco-emiliano.

Primo capitolo

Capitolo 1
Non hai bisogno di lavorare.
Quante volte si era sentita dire questa frase nella sua vita? Troppe per contarle. Tutti sembravano in diritto di dirle quello che doveva o non doveva fare, come ad esempio che non aveva bisogno di lavorare, allo stesso modo in cui si può dire: non c’è bisogno di mettersi la cravatta, non c’è bisogno di indossare la cuffia, non c’è bisogno di chiudere a chiave la portiera dell’auto. A una cena informale la prima, in una piscina privata la seconda, in un paese fuori dal mondo la terza.
Sofia era molto stanca, come quando ci si sente stanchi davanti agli spettatori parlanti della propria vita. Quelli che pensano di sapere tutto e non sanno niente, come non si sa niente dell’esistenza degli altri. Vivi la tua vita e non quella degli altri, si ripromise.
Sbocconcellò risentita il terzo vol-au-vent ai gamberetti, controllandosi le unghie laccate di rosso.
You don’t have to.
Questa era la formula in inglese. Mentre al positivo indica obbligo, al negativo esprime la Non necessità di.
Sofia era sfinita di sentirsi dire che non aveva bisogno di lavorare. Poteva malamente tollerarlo da parte dei suoi genitori, le provocava irritazione sentirselo dire dal fidanzato, la mandava su tutte le furie che glielo dicessero gli amici e le amiche.
Nonostante tutta la consapevolezza di una posizione privilegiata, Sofia pensava che dirle quella frase sul lavoro avesse mille altri significati.
Primo: che lei non fosse in grado di fare niente.
Secondo: che lei non capisse in che stato versava gran parte dell’umanità, tutti a dover lavorare per sbarcare il lunario, tutti tranne pochi fortunati, tra i quali lei.
E Terzo e conseguentemente: che lei fosse una povera mentecatta, distaccata dalla realtà, nel paese di Bengodi.
Si allungò verso la flûte e bevve lo champagne. Poi estrasse uno specchietto dalla borsa di Louis Vuitton e scoprì i denti controllando che non si fossero tinti di rossetto. Salì con lo specchietto verso gli occhi azzurri e si soffermò a guardarsi.
Che cosa vuoi capire tu delle fatiche umane... del doversi svegliare presto di mattina... del dovere risparmiare guardando anche all’euro del caffè.... tu non hai bisogno di lavorare!! Tu sei ricca, nata e cresciuta nella bambagia, coccolata, figlia di papà. Sottotitolo: stronza viziata fighina.
Sofia aveva una gran voglia di riscattarsi, di dimostrare al mondo di saper fare qualcosa, di essere in grado di lavorare. Aveva voglia di fare fatica, perché quando è tutto troppo facile, si perde il sapore dell’esistenza, il vissuto troppo leggero non lascia segni.
Sì, ma cosa poteva fare? Passò in rassegna diverse possibilità, partendo dagli studi fatti.
Aveva frequentato il Conservatorio, conseguendo il diploma accademico di secondo livello, in pratica la laurea magistrale. Non contenta di quello, e per dimostrare agli spettatori parlanti di non essere avulsa da un certo spirito umanitario, si era quindi iscritta a scienze dell’educazione e della formazione, fino a ottenere la laurea triennale. Aveva la qualifica di educatore professionale socio-sanitario; aveva dunque una laurea magistrale idonea all’accesso a una classe di concorso e ventiquattro crediti formativi in materie socio-psico-pedagogiche, un titolo di specializzazione... poteva informarsi per capire come arrivare nelle scuole... Sì!! Si disse. Ecco cosa posso fare per dimostrare a tutti che riesco a lavorare. Ecco cosa posso fare della mia vita, in un momento in cui qualcosa mi opprime e non basta più alzare la musica a palla guidando di notte e urlando le canzoni per non sentire il malessere.

Nei giorni seguenti fece una lunga ricerca e mandò la sua candidatura attraverso il portale MadOnline. Fu talmente soddisfatta che era come se avesse già avuto un incarico. Girava per strada sentendosi finalmente utile alla società. Come spiegare a chi la circondava l’idea di vuoto che deriva dal non lavorare?
Un conto era descrivere quella condizione da disoccupato povero, un altro era cercare di esprimere le sensazioni di malessere psicosomatico da ragazza ricca che non ha bisogno di lavorare, e dalla quale nessuno si aspetta un impegno in quel senso... anzi. Chiaramente nel primo caso si parla di soldi, di bisogno primario. Nel secondo d’identità personale, autostima, autoefficacia. Se lavori nel secondo caso, rubi addirittura i soldi a qualcuno che ne ha veramente bisogno.
Sofia non arrivava a percepire la disoccupazione come una malattia... chi l’aveva definita così? Forse Moravia... ma sicuramente era giunta al punto di non sopportarsi più a non fare niente. Il vuoto dentro di lei la stava soffocando.
Non fece cenno a nessuno della sua ricerca, fino al momento in cui le telefonarono da un istituto professionale per una supplenza lunga, una maternità.
In quel momento si trovava in una profumeria del centro città, indecisa se acquistare un bagnoschiuma alla rosa o alla verbena. La rosa è il fiore del mio ascendente, il Toro, pensava Sofia, mentre la verbena è quello della Bilancia, il mio segno zodiacale... quale prendere? Il profumo della rosa le piaceva di più.
Chiese consiglio a una commessa annoiata che stava spostando delle ciabatte di spugna da un grande cesto a uno scaffale. Quella le disse che in quel momento andava molto di moda la gardenia, per le sue proprietà: aiutava a migliorare la comunicazione nelle relazioni e soprattutto rinnovava la passione.
Sofia pensò al suo fidanzato, al tiepido incontro che avevano avuto la sera prima, e optò per la gardenia, scartando l’approccio astrologico. Stava ringraziando sentitamente per il consiglio quando le squillò il telefono. Pescò dalla sacca di Louis Vuitton il suo nuovo iPhone e pensò qualche secondo se fosse il caso di rispondere a un numero che non conosceva. La curiosità ebbe il sopravvento e fu talmente felice di sentire che la cercavano per un impiego che accettò entusiasta senza neanche pensarci un attimo. Mise giù e guardò con occhi brillanti la commessa chiedendole un’essenza che desse sicurezza. Quella rimase qualche secondo con una mano posata sul mento, poi le suggerì l’olio essenziale di geranio, per il suo profumo che dà equilibrio e padronanza. Lo poteva trovare nel piccolo reparto erboristico.
Sofia pensò poi che per la sua nuova vita dovesse cambiare alcuni aspetti del suo look, sfoggiando un trucco il più naturale possibile. Rimase quindi almeno un’altra ora a provare polveri, colori e fondotinta, per poi uscire dalla profumeria dopo avere speso una cifra quasi corrispondente a una settimana di quello che sarebbe stato il suo nuovo lavoro.

Quella sera uscì a cena con il fidanzato, al quale confidò trepidante la novità. Lui scoppiò a ridere, dandole della fuori di testa e scommettendo che non avrebbe resistito più di qualche giorno nell’ambiente scolastico.
«Dove sarebbe questo istituto?» le chiese poi con fare divertito.
«In un paese su, della montagna, Appennino tosco-emiliano» disse con nonchalance Sofia mettendosi in bocca un cucchiaio di vellutata di patate viola e stracciatella.
«Dove????» chiese incredulo Gianguido diventando più serio.
«In montagna» ripeté lei alzando la voce.
«Stai scherzando», scosse la testa lui, «quanto ci vuole in auto da qui?»
«Un’oretta credo.»
«Un’oretta?? Ma amore, ti sembra poco? Senza considerare la neve che solitamente cade in quelle zone» fece lui con una faccia un po’ impensierita.
«Sembra che parli della Lapponia. E comunque non mi interessa, potrebbe anche essere sul monte Trollheimen», scattò nervosa Sofia, «lunedì inizio.»
«Questo lunedì?» disse Gianguido restando con il coltello a mezz’aria, come per dare un taglio a una conversazione per lui assurda.
«Sei diventato sordo? Sì, questo lunedì. Questo lunedì inizio a lavorare. Fatevene una ragione. Sono stanca di queste vessazioni! Potrò fare qualcosa in più che non sia ritirare degli affitti da degli appartamenti?» Sofia era alterata.
«Certo amore, non arrabbiarti. Sono solo preoccupato per te, nient’altro...» la calmò lui accarezzandole una mano, «mi dispiace saperti sulla strada tutti i giorni, con il rischio d’impedimenti o incidenti... senza considerare che odi la montagna, che non sopporti il freddo» e si portò la mano di lei alle labbra per un bacio sfiorato, o per scaldargliele.
«Okay okay, va bene. Grazie per il pensiero, ma sono pronta a rischiare» tagliò corto Sofia ritirando la mano.
«Come farai quando le strade saranno inagibili? Quando sarà buio alle quattro e mezzo del pomeriggio e tu sarai ancora su per qualche impegno pomeridiano? Come farai?» continuò con una preoccupazione fuori misura Gianguido, alzando drammaticamente le sopracciglia in su.
«Ripeto che in un qualche modo me la caverò. Al massimo mi fermerò a dormire in qualche albergo... non credo sia un luogo disabitato» rispose Sofia ancora leggermente irritata, mettendo in un piatto a parte tutto quello che aveva l’apparenza di possedere più di due calorie.
«E poi sono strade strane quelle lassù... ci si perde con facilità. Ci sono mille viuzze, che girano su per la montagna. Come farai?» ripeté lui lamentandosi.
«Oddio Gian, che ansia mi fai venire. Ho un navigatore eccellente, ultima generazione, il migliore in circolazione. Capirai se mi perdo...» Sofia buttò giù un sorso di Tignanello.
«Quindi cominci lunedì... se non avessi quell’udienza in tribunale ti accompagnerei» disse lui premuroso.
«Addirittura. Neanche fossi una bambina di sei anni al primo giorno di scuola.»
«Amore, vorrei solo esserti vicino...»
«Ci sei vicino» disse lei.
Le nostre sedie si sfiorano, pensò poi, più vicini di così.
Si guardò attorno annoiata, soffermando infine lo sguardo su una tela di arte moderna appesa a una parete del ristorante. Era una rivisitazione pop della Monna Lisa di Leonardo, in cui la famosa Gioconda era raffigurata con un seno nudo azzurro e la bocca spropositatamente carnosa, come se si fosse fatta un filler esagerato. La posizione era la stessa, con l’inquadratura di tre quarti e le mani incrociate in primo piano, mentre sullo sfondo, al posto della valle, del lago e delle montagne, si potevano scorgere degli edifici grigi di una squallida periferia di città.
Sofia guardò meglio le mani della Monna Lisa e vide che le unghie erano deformate da una smaccata French manicure. Tornò a guardare la bocca rifatta, al che fece una leggera smorfia di avversione. Le venne in mente una frase del Vasari, la cercò sul cellulare.
“Et in questo di Leonardo vi era un ghigno tanto piacevole che da cosa più divina che umana” pensò che la parola ghigno fosse in quel caso proprio azzeccata.
«Tutto bene?» chiese Gianguido seguendo lo sguardo della fidanzata, convinto che stesse osservando l’uomo seduto sotto il quadro.
«Sì, certo, scusa... stavo pensando che ho bisogno di cose vere, che sono stanca di tutta questa realtà artificiale. Credo che alla fine mi faccia bene un’esperienza in un contesto più rurale.»
«Speriamo», disse lui sospirando, «dormiamo insieme stanotte?» chiese poi guardandola negli occhi.
«Mi sento molto stanca, scusami. Preferisco andare a casa.»
«Perché ancora non riesci a considerare casa tua la mia? La nostra? Hai già tanta tua roba negli armadi, in bagno, in sala...»
«Gianguido ne abbiamo già parlato. Ti prego... te l’ho detto, sono molto stanca.»
«Okay okay. Va bene così. Come vuoi.»

Anno pubblicazione

2020

Pagine

240

Formato

14x20

ISBN

978-88-9347-152-7

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