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Adriana Paraninfo

Quando il tempo tornò indietro Paraninfo Adriana

Quando il tempo tornò indietro
Prezzo del libro 2,99
Quando il tempo tornò indietro Oppure scaricalo da La Felltrinelli

Mariagrazia è una donna degli anni ’60. Ha 43 anni ed è vedova da una vita. Da diversi mesi tiene sulla scrivania una foto di classe in bianco e nero della quinta elementare sentendola come un antico profumo d’amore disperso da tempo. Cresciuta nel mondo delle guide telefoniche, non aveva potuto che arrendersi alla perdita dei suoi indimenticabili compagni d’infanzia andati a vivere altrove, come lei. Ma neanche Antonio ha potuto scordare e appena può passa finalmente all’azione grazie ad un nuovo mezzo digitale, rintracciandoli tutti. E come succedeva in passato, nessuno si sottrae al richiamo di un amico del gruppo. Così si imbattono di colpo contemporaneamente gli uni negli altri in un incrocio di quella vita virtuale di cui Mariagrazia ignorava l’esistenza, e alla gioia iniziale dell’incontro si sovrappone la confusione del viversi on-line. Saltata la cronologia della vita reale, saltato il concetto dello spazio fisico. Inaspettato subentra dunque lo sgomento di Allegra, Lucio e dello stesso Antonio, di dover integrare il proprio presente in un passato considerato risolto dal tempo e che invece ora si è riproposto senza invito. La macchina del tempo proietta l’inconsapevole Mariagrazia a fare i conti con la sé bambina che finalmente squarcia quel velo di “normalità” sotto cui nascondeva la sua infelicità. Incontrarsi di persona sembra aggiungere solo nuove complicazioni...

Primo capitolo

CAP. 1 – Tsunami

 

Bastò lo spostamento d’aria a farle volare via i pensieri positivi. Un lungo treno merci le era sfrecciato assordante a distanza un po’ troppo ravvicinata, sorprendendola pensierosa al limite della riga gialla del binario. Come sempre in situazioni rischiose, rimase in immobile attesa, e quando tutto finì ebbe la consapevolezza del passo falso. L’ultimo volo pindarico l’aveva portata così in alto che il tonfo sarebbe stato micidiale. Questa volta sarebbe morta. Mise sul telefono un promemoria: mettere per iscritto “no mio cadavere esposto” e “no autopsia”. Che non venisse in mente a nessuno di tagliuzzarla: la sua inaspettata e prematura dipartita avrebbe autocertificato, dal letto di dolore, un’ulcera perforante. Meglio così, pensò per la milionesima volta tornando alla realtà, camminando incontro al suo treno in arrivo, sarò libera da questo stillicidio, liberissima e pronta ad andare avanti. Soprattutto, oltre. Veramente erano anni che almeno una volta al mese si preparava psicologicamente al distacco definitivo. E al fatto che doveva avere comunque fiducia: la sofferenza è parte della gioia, ogni cosa che ci capita in questa vita è il meglio in quel determinato momento, e la vita è saggia, e bla bla discorrendo. Le sembrava funzionasse, comunque. Anche se le prime volte si era sciolta in pianti di disperazione, poi con il tempo questi si erano affievoliti. Oggi l’occhio non sembrava volersi nemmeno inumidire. Secca. Come un ramo in inverno. Brutto paragone, in effetti, pensò arricciando le labbra in una smorfia.

Sospirò profondamente, trovando posto a sedere. Inforcò gli occhiali e rilesse per l’ennesima volta il messaggio che gli aveva mandato qualche ora prima. Copiando e incollando il testo dagli appunti a Whatsapp, cancellava o cambiava così tante parole che rischiava ogni volta che il risultato finale non illustrasse poi correttamente il suo pensiero iniziale. Aveva il difetto di curare all’estremo la forma e la scelta dei termini, per esigenza di essere inequivocabile. Perché lei tendeva a interpretare alla lettera, e dunque alla lettera voleva esprimersi. Ma con tutti i cambiamenti che apportava, alla fine si ingarbugliava sempre. Tutta colpa del fatto che cercava ogni volta di immedesimarsi nel destinatario del messaggio, cercando di indovinare come il suo modo di sentire avrebbe potuto modificare il significato che lei dava alle parole. Un lavoraccio. Estenuante e soprattutto inutile, oramai… Normalmente, dopo aver finalmente inviato, credendosi soddisfatta del risultato estetico dei termini, le prime riletture delle sue parole erano esaltanti, si beava della scorrevolezza del testo e della scelta degli avverbi. Poi inevitabilmente iniziava a trovarci difetti, fosse anche una virgola, o si arrabbiava per una posizione infelice di un aggettivo. Alla fine, a ore di distanza come adesso, ripeteva in sarcastico silenzio (perché era in pubblico, in privato lo faceva ad alta voce) gli stessi avverbi di cui sopra. Perché nel frattempo non era arrivata alcuna risposta. Non che ne desiderasse proprio una, anzi… solo che quel silenzio le sembrava un’attesa di sentenza peggiore di una condanna certa.

 

Le scappò un gesto brusco nel rimettere vie gli occhiali da lettura per prendere quelli da sole. Si pentiva di esserci andata così pesante, di essere stata tanto categorica. Aveva tratto un dado, indietro non sarebbe potuta tornare. Si agitò sul sedile, improvvisamente imbarazzata, sentendo le guance arrossarsi, come se i suoi compagni di viaggio si fossero accorti della terribile stupidaggine che aveva commesso. Accavallò le gambe girandosi verso il finestrino. Sistemarsi gli auricolari le permise di nascondere un attimo il viso. Il tentativo di recuperare il controllo però fallì. Sentì lo sconforto prendere il posto della vergogna. Che palle.

Per consolarsi (o piuttosto per rimanere aggrappata a un’emozione anche se vana tortura, autolesionismo oramai automatico) Mariagrazia ritornò con il pensiero alla magia di quel “giorno la rinascita”, come lo aveva battezzato. Giorno fausto o infausto a seconda del punto di vista, ma affatto casuale.

Il caso non esiste.

Era stato un incontro virtuale, uno di quelli capitati a migliaia di ultra-quarantenni che per un periodo ricevettero con sgomento via mail interi pezzi del proprio passato considerato perso, fino ad allora, per sempre. Per tanti, allora, Facebook fu uno choc. Poco tempo dopo la magia sarebbe svanita, perché tutti avrebbero potuto immaginare di ritrovare chiunque avessero voluto, la sorpresa era solo di riuscire a ricordare un nome, o un luogo.

Ma allora c’era stato un momento prodigioso in cui ci si poteva imbattere, del tutto inaspettatamente e in qualsiasi istante di un vivere quotidiano qualunque, in persone di vite precedenti che saltavano fuori dal limbo e, senza ordine cronologico, alla rinfusa, si presentavano con un te più giovane accanto. Ricostruire i propri puzzle esistenziali divenne per un po’ l’attività non lavorativa più svolta. Quasi come nei film, ci si ritrovò tutti a ricostruirsi la propria vita come confezionare una coperta patchwork. C’era chi poteva andare in tilt. Come successe a lei.

Tutto era cominciato una manciata di anni prima, non avrebbe potuto essere diverso, con una mail.

Mandata però a sua sorella, più facilmente rintracciabile nella rete, che l’aveva chiamata per dirle “senti, c’è qualcuno che cerca te”. Qualcuno con cui lei aveva trascorso cinque anni di scuola… trentatré anni prima.

“Non ci posso credere” aveva detto ad alta voce alta prendendo in mano la foto di classe di fine ciclo elementare che un paio di anni prima chissà come le era venuta in mano e chissà perché non aveva mai rimesso via, lasciandola sulla scrivania dello studio di casa. Quante volte aveva scrutato quella foto rimpiangendo il fatto che non si potessero ingrandire quei volti sorridenti, quegli occhi infantili che ancora così tante cose dovevano vedere, quei lineamenti che chissà come si erano conservati, già, chissà se li avrebbe mai riconosciuti… Non aveva fatto fatica alcuna a trovare Antonio nella foto, sapeva a memoria la disposizione di ognuno nel gruppo. Quando guardava quella foto, immancabilmente fantasticava di come fossero diventati. Di alcuni aveva avuto notizie negli anni, di seconda e terza mano. Di altri sapeva che ancora vivevano là, dove lei da anni non aveva avuto cuore di tornare. Ma Antonio era come sparito dopo la scuola e lei nemmeno aveva mai saputo dove. L’ultimo ricordo che aveva di lui era di quella stessa estate, due mesi dopo l’esame di quinta. Sua sorella (sempre lei!) lo aveva incontrato per caso in montagna scendendo per commissioni in centro paese, mentre Mariagrazia, quel giorno stranamente pigra, era rimasta a casa in frazione. Il mancato incontro le aveva procurato chissà come mai un dispiacere che ancora ricordava: aver perso quell’occasione unica di un estremo saluto o perché no la possibilità di scambiarsi l’indirizzo di casa per una cartolina per provare a non perdersi, o almeno potergli dare un ultimo sguardo… Invece gli era passato a meno di un chilometro di distanza e lei non lo avrebbe mai nemmeno sospettato, se non fosse capitato che… “Indovina chi ho incontrato” le aveva detto lei rientrando, “quel tuo compagno di classe” …e dopo tutto quel tempo la domanda non cambiò di molto: “indovina chi mi ha scritto una mail? Un tale che dice che eravate a scuola insieme…”. E ovviamente lei gli aveva scritto subito, e… “Incredibile ce l’ho fatta!” aveva esultato lui, “guarda che ricostruiamo la classe su Facebook, vieni?”.

L’onda gigantesca che quella sera la travolse fu il gruppetto che vi trovò. Cinque, tutti contemporaneamente, dall’oblio per magia nello stesso posto virtuale.

 

Più che entrare in Facebook le sembrò di cascarci dentro, di essere risucchiata in un mondo parallelo e fantastico. Per un momento la vita fu gioia pura, fu Mary Poppins che pescava dalla borsa magica uno dietro l’altro regali uno più emozionante dell’altro. Un vero tsunami emotivo. Una cosa mai vissuta, né mai immaginata, dunque mai nemmeno desiderata, sebbene lei fosse una abituata a fantasticare. Non ricordava di aver mai visto in nessun film o letto in nessun libro una situazione simile. Fino ad allora non sapeva come funzionasse Facebook, perché aveva solo sentito dire che i social erano posti sconvenienti e magari pericolosi, da cui era meglio tenersi fuori. Infatti non aveva mai risposto a nessun invito che avesse ricevuto fino a quel giorno. Quello però non era un invito, ma un richiamo imperativo, impossibile da ignorare. Il rifiuto non era un’opzione. Non valutò infatti l’opportunità di accogliere la richiesta, ma solo il momento opportuno per farlo. Quella sera aveva sbrigato in fretta alcune incombenze della giornata lasciate in sospeso, si era seduta al computer e aveva avuto solo la lucidità di pensare che quello sarebbe rimasto un momento storico della sua vita. Ancora non sapeva quanto avesse ragione: quel giorno avrebbe diviso la sua vita in un “prima” di quel momento e in un “dopo”. Le prime 36-48 ore furono le più felici, perché al piacere del ritrovamento si sommò la meraviglia della sorpresa e la conferma che i suoi sentimenti per i suoi amici non solo erano rimasti immutati, ma erano pure ricambiati esattamente come allora. Un momento di sconvolgimento collettivo. Sei persone furono contemporaneamente investite dalla macchina del tempo e sbalzati indietro, in un batter di dito, direttamente alla loro infanzia, agli anni della pura essenza, senza maschere né cicatrici. E fu lì che si “parlarono”, esattamente come una volta, dandosi prova reciproca di aver lasciato impronte indelebili negli altri, in un turbinio senza sosta di chat, tag, citazioni, foto, ricordi pubblici e privati. Rivissero per un attimo come allora, con gli stessi automatismi di allora, le stesse parole di allora, gli stessi approcci e le stesse relazioni. Ognuno di loro ebbe, in un istante che racchiudeva trent’anni, finalmente e incredibilmente conferma di essere stato conosciuto, apprezzato e benvoluto esattamente per come era, nel tempo della sincerità. “Cosa c’è di più bello di poter tornare indietro adulti dai propri amici d’infanzia rimasti piccoli per sentirli dire: ti abbiamo visto senza veli e vai bene così?” scrisse loro in una lettera che le si compose da sé sull’onda delle emozioni. Quello che provò scrivendola, a parte un’altra forte commozione per come fu accolta (soprattutto dalle ragazze), fu una sorta di sollievo. Era frastornata, e dentro sentiva esploderle così tanto turbamento che non poteva fare a meno di esprimerlo per poterlo controllare. Sentiva che esternalizzare ciò che aveva dentro le serviva a capire e, soprattutto, evitare di venire sopraffatta da tutta la violenza di ciò che le stava capitando. Così scrivere divenne un’attività quotidiana che le prese sempre più tempo. Non poteva farne a meno. Non era sua intenzione scrivere un diario, le sembrava in fondo in fondo una cosa un po’ stupida, ma nemmeno era in grado di decidere con chi potesse vincere il pudore di condividere cose che nemmeno lei capiva. “Mi verrà in mente anche quello strada facendo” risolse nell’impossibilità di interrompere la “produzione” prima di aver deciso. Così semplicemente iniziò a scrivere. Scrisse al modo in cui i vecchi naturalisti registravano il comportamento animale su supporto cartaceo: registrando asetticamente ma dettagliatamente ciò che succedeva. Fuori e dentro di lei. Ne sortì una sorta di “registro emozionale” che avrebbe potuto essere titolato de animi motuus natura, “intorno alla natura delle emozioni”.

 

Le pareva di aver perduto la percezione del tempo. E non solo perché si ritrovava bambina, ma perché la scansione oraria per lei proprio non esisteva più. Non si rendeva conto delle ore che perdeva davanti al pc. Le incombenze familiari le si abbattevano addosso quando era sempre troppo tardi… Era sempre lì, su quella sedia nello studio di casa. Se si allontanava lo faceva solo con il corpo, perché il cervello non era più alloggiato nella sua scatola cranica, ma galleggiava nell’aria ipnotizzato dai profili dei suoi amici da cui non sapeva staccarsi. Lo schermo la torturava. Ne era completamente rapita. Lo sapeva, questo, se ne accorgeva, ma non poteva reagire. Lo guardava, lo fissava, lo scrutava, ci si perdeva con gli occhi, la mente, il cuore… apriva tutte le finestre internet che poteva e passava continuamente da una all’altra come se la sua vita stessa dipendesse dal riuscire a leggere la più piccola novità su Facebook in meno di due secondi dalla notifica. Così ovviamente le finestre non avevano lo stesso aggiornamento temporale e quindi andava in una confusione pazzesca.

Non soddisfatta, teneva aperta la posta elettronica e la consultava di continuo, perché sapeva che di tutto quello che succedeva e la riguardava direttamente gliene arrivava comunicazione, e nulla le poteva, le doveva sfuggire... Stava molto attenta perché non le era affatto immediato capire come funzionasse, sapere che qualcuno avesse commentato una sua foto o peggio ancora vedere all’improvviso foto sue, a lei sconosciute, sul suo profilo sembrava una specie di magia, come tutto il resto d’altronde.

Anno pubblicazione

2020

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