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Rosa Maria Colangelo

RAPA NUI, l’isola dell’amore

RAPA NUI, l’isola dell’amore
Prezzo del libro 3,49
RAPA NUI, l’isola dell’amore Prezzo dell'Ebook 3,49


Il sogno di una bambina che diventa realtà: fare un viaggio a Rapa Nui, la sperduta isola del Pacifico, meglio conosciuta come l’isola di Pasqua, di cui ha sentito parlare in un documentario, e raggiungibile con uno dei viaggi più lunghi e costosi che si possano effettuare. Ma Arianna non demorde, è determinata a realizzare il suo desiderio, e si regala quel viaggio in occasione del suo quarantesimo compleanno. Un viaggio che le tocca fare da sola perché suo marito non vuole accompagnarla, trova che quel posto così lontano non valga la fatica e la spesa. Arianna parte convinta del contrario, viaggia in tutta sicurezza con una compagnia affidabile e una guida esperta. L’isola che le si presenta è selvaggia e brulla, mentre si rende conto che i “Moai” l’accolgono come se l’aspettassero da secoli, è questa la sensazione che Arianna prova, osservando e ‘ascoltando’ quegli enormi volti di pietra, immoti e freddi: di essere attesa, ma non sa da chi, da cosa? Lo scoprirà a sue spase, grazie al ‘patto d’amore’ che l’isola ha in serbo per lei.

Primo capitolo

Primo capitolo

 

L’arrivo.

 

 

 

L’aereo era partito da Santiago a mezzogiorno, minuto più, minuto meno, e aveva iniziato a sorvolare le acque del Pacifico; il monitor indicava un’altitudine di 12.000 mt. e una velocità di 800 km. orari; secondo i calcoli saremmo atterrare a Mataveri entro cinque ore. 

La stanchezza era diventata insopportabile: avvertivo nelle gambe un fastidioso formicolio e una voglia pazza di camminare, correre, saltare; avevo perso il conto delle ore di viaggio, e neanche su questo aereo si poteva fumare! In più anche qui mi era toccato uno dei posti più sfigati: versante corridoio, addossato alla toilette, con un incredibile andirivieni di persone e rumori di scarichi a tutta birra. Erano più di venti ore che sentivo scarichi di cessi! Un viaggio incominciato male, chissà come sarebbe finito?

Se non fosse stato che questo era il “mio” viaggio e andavo verso la “mia” isola forse non sarei mai salita su quest’ altro aereo, limitandomi semplicemente a fare un giro in Cile.

Invece ero qui, a sorvolare le acque di questo oceano così distante; a scrutarle attentamente nella speranza di essere la prima ad avvistarla, a provare l’emozione di intravederla dall’alto e di avvicinarmi pian piano verso quello che era stato per trent’anni il mio sogno: volare fino a Rapa Nui, minuscola isola sperduta nell’oceano Pacifico, con uno dei viaggi più lunghi che si potessero immaginare. Vederla e soffocare un grido: Rapa Nui, Rapa Nui! Proprio come coloro che avevano gridato nei lontani anni venti: America, America, alla vista della tanto sospirata statua. Solo che io avrei dovuto intravedere non una ma tante, tantissime statue, gigantesche, almeno così mi era stato assicurato dal tour operator.

 

In cinque mesi avevo girato una decina di agenzie turistiche prima di trovare quella che organizzasse viaggi fino all’isola di Pasqua, un’isola in culo al mondo era stato il commento unanime.

«L’isola di Pasqua? Ma è così lontana, e poi non c’è nulla da vedere tranne quelle grosse statue, così strane...»

«Perché non va alle Maldive? oppure, non so… c’è il Madagascar, è un’isola affascinante le assicuro…»

«Se vuole abbiamo degli ottimi pacchetti per le Seychelles…»

«Se proprio le piacciono le isole ci sarebbero…»

«A me non piacciono le isole, a me piace quell’isola, e io voglio andare là!

Io pensavo a un luogo incantato e loro mi proponevano “posti comuni”; io parlavo di fascino, mistero, scoperta e loro pensavano a pacchetti standardizzati.

Avevo sperato fino all’ultimo di convincere Andrea ad accompagnarmi in quest’avventura, ma non c’era stato verso.

«Io fin lì? In quel posto del cazzo? Non ci vengo, te lo scordi” ripeteva ostinato, «ci sono tanti posti nel mondo più vicini e sicuramente più belli.»

«Dai, ti prego, è l’ultima cosa che ti chiedo, poi ti giuro che andremo solo dove vuoi tu.»

Volevo quel viaggio, lo volevo con tutta me stessa, e me lo regalai in occasione del mio quarantesimo compleanno. Incominciai a mettere da parte tutti i soldi che potevo: oltre che lungo era anche costoso andare così lontano.

«Guarda che parto da sola, ho già trovato l’agenzia che l’organizza, allora vieni?»

«Ti ho già detto di no, io fin lì non ci vengo, e tu sei pazza! Non hai paura di fare un simile viaggio da sola? E non conosci nemmeno la lingua.»

«No che non ho paura, me la sento eccome, e poi non sono sola, c’è la guida sempre con noi e ci sono altre persone di Milano; c’è un viaggio che parte fra sei mesi, ci sono già dodici prenotazioni. Dai, ti prego, non farmi partire da sola; non ti chiederò più nulla dopo, te lo giuro. Ho imparato anche un po’ di inglese, sai?» Che forse sarebbe stato meglio lo spagnolo, riflettei. Ma non ero portata per le lingue, e già aver imparato qualche parola in inglese era per me una grande conquista, e poi lo spagnolo bene o male lo si capisce facilmente.

Discutemmo a lungo io e Andrea, alzammo i toni, litigammo, sbattemmo porte.

Non ci fu verso di convincerlo a partire, e non ci fu verso di convincermi a rinunciare. Per me quel viaggio era diventato una sorta di prova: di coraggio, di forza, di emancipazione, mi dicevo. Una questione di principio, insomma!

Partii da sola. Verso la ‘mia’ isola.

Volutamente non mi ero documentata prima di partire; mi buttai in quell’avventura con le poche notizie in mio possesso, che avevo apprese nel documentario visto in televisione tanti anni prima; al contrario di mio marito, al quale piaceva pianificare sempre tutto, io avevo uno spirito avventuriero: amavo la sorpresa, l’incognito, la scoperta. Era una modalità che riservavo ad ogni luogo che visitavo, vicino o lontano che fosse. Non avevo mai utilizzato i pacchetti preconfezionati delle agenzie, ma in questa occasione non avevo potuto esimermi: non avrei mai potuto e saputo organizzare da sola un simile viaggio.

 

L’aereo fece una brusca virata e per un attimo intravidi lo scintillio delle acque sottostanti; non riuscivo più a rimanere seduta al mio posto, presi il coraggio a due mani e mi rivolsi al signore seduto al mio fianco, vicino al finestrino:

«mi scusi, le spiace se mi siedo per qualche minuto al posto suo? Solo qualche minuto, poi glie lo ridò, è tutto il viaggio che non riesco a guardare un po’ fuori.»

«Prego signora, se vuole può rimanerci, poteva chiedermelo prima, io non ci tengo particolarmente a guardare li giù; detto tra noi ho sempre un po’ paura quando sono su questi trabiccoli, ma temo che per l’atterraggio dovremo riprendere i nostri posti.»

«D’accordo, solo qualche minuto.»

Ringraziai, scambiammo di posto, mi sedetti e appoggiai la fronte al vetro del finestrino: che stupida ero stata, avrei potuto farmi coraggio prima; il reverbero dell’acqua arrivava fin lassù.  Chiusi gli occhi.

«Mamma, mamma, andiamo all’isola di Pasqua?»

«Si amore mio, un giorno ci andremo, ma dove si trova?»

Avevo otto anni quando vidi per la prima volta il documentario in televisione: parlava di strani, misteriosi, enormi blocchi di pietra alti fino a dieci metri, scolpiti con strani volti allungati e issati, nessuno sapeva dire come, lungo le coste di quella minuscola isola che era Rapa Nui. Da allora i volti di quei “Moai” mi avevano seguita ovunque. 

«Babbo, babbo mi porti all’isola di Pasqua?»

Oh, sì, lui l’avrebbe fatto se non fosse stato per il terrore che aveva di volare; per me faceva tutto, ma non facemmo mai quel viaggio.

 

«Arianna, vieni a leggere il tuo tema.»

«Perché devo leggerlo?»

«Perché è buffo.»

Mi sentii morire, avrei voluto sprofondare mentre i compagni di classe mi guardavano tra l’incuriosito e il divertito; si incominciò a sentire qualche risatina soffocata qui e là.

«Io non voglio…»

«Bene, allora lo leggerò io: il mio sogno nel cassetto”. La sig.na Morandi, insegnante di italiano delle medie, si schiarì la voce e lesse: “il mio sogno nel cassetto è fare un viaggio, ma non un viaggio qualsiasi, bensì un viaggio verso un’isola che forse non conoscete e non potete immaginarne la bellezza, la maestosità, la pace, anche se il nome vuol dire isola rocciosa. È l’isola di Pasqua e si trova molto lontano da qui, nell’oceano Pacifico, ma so che un giorno ci andrò. Ho visto in televisione i suoi ‘Moai’, le gigantesche statue di pietra che sono sparse ovunque sull’isola, e ho avvertito la loro maestosità, la loro bellezza, ne ho potuto sentire perfino il profumo, cioè, quello me lo sono immaginato, di ginestra, credo. Narra la leggenda che queste statue sono abitate dagli spiriti guida che custodiscono l’isola. Da grande andrò a sposarmi lì, giuro. L’isola si chiama così perché è stata scoperta nel giorno di Pasqua e i suoi Moai pare che siano almeno settecento e anche se sono di pietra sono molto belli. Ma non tutti sono sparsi sull’isola, parecchi di loro si trovano a giacere ancora nelle cave dove venivano scolpiti perché sono così pesanti che difficilmente si possono trasportare. Comunque quando ci andrò ve lo farò sapere e vi manderò una cartolina.»

A quel punto le risate erano diventate incontenibili; scoppiai a piangere e corsi a chiudermi in bagno, piena di rabbia e vergogna: quegli idioti non capivano che quello per me non significava solo un viaggio, ma una fuga, una fuga da tutto ciò che ormai mi era diventato insopportabile. Da adolescente irascibile e ribelle non progettavo altro che fughe, peraltro mai messe in atto, ma il solo idearle era funzionale alla mia crescita; come lo era alla crescita di ogni adolescente immaginarle, progettarle e ritenere di poterle attuare, prima o poi.

Dopo una decina di minuti la prof. Morandi venne a stanarmi dal bagno, e quando rientrai in classe trovai il mio tema sul banco con il voto: otto, e la classe immersa in un totale silenzio; ma non ne fui felice: era stata più cocente la derisione che la soddisfazione del buon voto.

 

Riaprii gli occhi, non si vedeva ancora nulla, solo acqua, tanta acqua brillare dappertutto come carta stagnola stropicciata. Ma ce l’avevo fatta! Stavo finalmente per avverare il mio sogno.

E adesso? All’improvviso provai un senso di smarrimento, quasi di paura. Adesso avrei davvero trovato quella pace che per anni avevo immaginato di poter trovare solo venendo su quest’isola? E se ne fossi rimasta delusa? Poteva capitare no? Quando l’aspettativa è tanta, si corre sempre il rischio di rimanere scontenti.

«Uffa, sono stufa, non ne posso più, un giorno o l’altro me ne vado sull’isola di Pasqua!» Era diventato il mio mantra.

«Signora, signora deve tornare al suo posto, dobbiamo iniziare la fase di atterraggio.»

Aprii gli occhi di colpo, guardai con aria confusa l’hostess china su di me: «atterrare?»

«Sì signora, dobbiamo incominciare la fase d’atterraggio.»

Mi guardai attorno, i passeggeri stavano riallacciando le cinture di sicurezza, spegnendo i cellulari e riponendo i bagagli a mano.

Cavolo! Mi ero addormentata e rischiavo di perdermi proprio il momento più atteso! Avevo passato ore aspettando quest’istante e mi ero addormentata! Ringraziai in cuor mio la regola di dover essere al proprio posto in fase d’atterraggio, altrimenti mi sarei persa lo spettacolo. Ed eccola lì! Il profilo dell’isola si ingrandiva sempre più man mano che ci avvicinavamo, ora si notavano le vie, la vegetazione, la lunga pista di atterraggio, gli edifici. In lontananza mi parve di scorgere i primi Moai, e mi parvero così piccoli…  Chiesi al mio vicino se erano quelle le famose statue, e lui rispose che da questo versante erano visibili solo alcuni, i più numerosi e imponenti si trovavano sull’altro versante dell’isola. Toccammo terra con un leggero sobbalzo e dopo parecchie centinaia di metri l’aereo si arrestò. Rimasi immobile, con gli occhi socchiusi intanto che sentivo il rumore delle cinture che venivano slacciate, la gente alzarsi, le cappelliere che venivano aperte. Trattenni il respiro, strinsi forte gli occhi fin quasi a sentir male e infine buttai fuori l’aria con un lungo sospiro. Nonostante non ne potessi più di quasi trenta ore di volo, ero rimasta tra gli ultimi passeggeri ad alzarmi, detestavo la calca che si formava ogni volta per sbarcare. Infine mi alzai di scatto, presi la borsa e mi affrettai verso l’uscita; ero quasi arrivata alla scaletta quando mi accorsi di aver dimenticato il bagaglio a mano, tornai indietro di corsa, l’afferrai e ritornai verso il portellone, una sorta di frenesia si era impossessata di me all’improvviso: dovevo mettere piede sull’isola il prima possibile, non potevo più aspettare. Arrivata al portellone, mi affacciai sulla scaletta e mi guardai attorno: mi trovai difronte un grande spiazzo di cemento, su un lato una costruzione bianca, bassa, in fondo un altro paio di edifici, anche essi bianchi e bassi; pullman che andavano avanti e indietro, una lunga pista in terra battuta dietro di noi e un paio di aerei più in là. Tutto intorno verde, piante rigogliose, fiori, colori.  Quello di Mataveri era ritenuto l’aeroporto più remoto al mondo, quindi pensavo di atterrare in un minuscolo aeroporto di provincia, e invece mi trovai in uno dei più importanti scali di tutto il Cile, assolutamente moderno e ben attrezzato.

 

Era aprile, la stagione migliore mi avevano assicurato in agenzia, con temperature che si aggiravano intorno ai 24° C. Il tepore dell’aria mi accarezzò il viso insieme agli ultimi raggi del sole. Erano le ore diciassette locali e il sole sarebbe tramontato da lì a poco, immaginai. Eravamo partiti da Milano trentasei ore prima; in venti ore avevamo raggiunto Santiago con un volo diretto, avevamo pernottato in un albergo attiguo all’aeroporto, l’indomani mattina avevamo fatto un giro nei pressi, e alle undici eravamo tornati in aeroporto per ripartire.  Non avevo ancora risentito del fuso orario, ma sapevo che ben presto il crollo sarebbe arrivato. Scesi i gradini guardandomi avidamente attorno per cogliere ogni particolare di ciò che mi circondava: quel bianco e quei colori mi affascinarono e mi apprestai a riempirmi gli occhi di tutti i tipi di vegetazione che avrei sicuramente incontrato sull’isola. Aspirai a fondo e un intenso profumo mi riempì le narici, ma non era di ginestre; mi sentii chiamare ad alta voce:

«Signora, signora, da questa parte, si sbrighi, presto, hanno già sbarcato i bagagli, il pullman ci sta aspettando.» Mi affrettai a raggiungere il mio gruppo per evitare di confondermi con gli altri turisti: oltre alla nostra erano sbarcate altre tre comitive, e per questa settimana non erano previsti altri arrivi, poiché da qualche anno a questa parte il numero dei turisti era regolamentato. Appena fuori dall’aeroporto il pullman si fermò per far salire un gruppo di bambini che ci dettero il benvenuto offrendoci ghirlande di fiori variopinti: fiori veri questi, non finti come mi era capitato in altri posti.

Lasciammo l’aeroporto, attraversammo il minuscolo paese di Mataveri composto da una strada principale e tutto attorno case basse immerse nel verde, e imboccammo una tortuosa strada bianca diretti ad Hanga Roa, il capoluogo dell’isola. Bastò quel tratto di strada a farmi capire che non ci sarebbe stata nessuna vegetazione rigogliosa da ammirare, ma solo prati erbosi, campi lavici e rocce: non per niente Rapa Nui significava proprio isola rocciosa. Viaggiammo circa una mezz’ora tra scossoni, frenate e stormi di uccelli che ci svolazzavano intorno. Dopo l’ennesima curva ci trovammo di fronte all’hotel Lorana, a sud di Hanga Roa, meravigliosamente situato di fronte all’oceano Pacifico. Il pullman si fermò davanti all’ingresso con una frenata brusca e tre camerieri, in camicia floreale e pantaloni di tela color kaki, accorsero premurosi per aiutarci a scaricare i bagagli. Scendemmo. Daniele, la nostra guida, ci contò per l’ennesima volta e ci comunicò il numero delle camere; ci avviammo verso l’interno dell’hotel in silenzio, la stanchezza incominciava a farsi sentire. La hall, come il resto dell’hotel, era arredata con mobili in stile moderno: moquette, divanetti, lampadari. Ne rimasi delusa, mi sarei aspettata uno stile differente, più folcloristico e locale. Insomma, non proprio all’hawaiana ma quasi. Invece fino ad allora avevo visto solo pseudo accidentalità e campi brulli. E nessun Moai, nessuna statua.

 

«Non vedo l’ora di posare i bagagli e incominciare a guardarmi attorno» mi bisbigliò Anna mentre eravamo in attesa delle chiavi nella hall; Anna era una bella ragazza di circa 35 anni, “single”, con l’hobby dei viaggi e delle avventure, mi aveva raccontato durante il volo.

«Io non vedo l’ora di stendermi su un letto» le risposi soffocando uno sbadiglio, «e temo che dormirò per parecchie ore.»

Daniele ci comunicò che per quella sera eravamo liberi di scendere o meno per la cena, altrimenti ci saremmo ritrovati tutti l’indomani mattina alle 10 nell’atrio dell’albergo. Avviandomi verso l’ascensore mi venne in mente che dovevo chiamare Andrea per avvisarlo dell’arrivo; chissà se il cellulare avrebbe funzionato con una simile distanza? Era la prima volta che lo usavo da un posto così lontano; fosse stato per me ne avrei fatto anche a meno di portarlo, ma Andrea me lo aveva praticamente imposto.

«Anna, ti ricordi come si fa a chiamare Milano?»

«Si, è facile, devi comporre lo 00… il 2…poi il prefisso e poi il numero di casa.”

Entrai in camera, la 21; una piccola camera piena di luce, un piccolo letto, un piccolo armadio, un piccolo scrittoio con un televisore, un frigobar: tutto era piccolo ma pulito e ordinato; le pareti bianche come i mobili facevano risaltare il copriletto turchese con enormi fiori gialli, uguale alle tende. Posai la borsa sul tavolino, il borsone per terra e mi chiusi la porta alle spalle con un lungo sospiro; alla mia destra una porta dava nel bagno, anch’esso minuscolo, bianco e pulito: non c’era il bidet, come da copione e la carta igienica era delle più ruvide che si potessero immaginare! Feci una pipì da tanica da cinque litri, erano almeno dieci ore che non andavo in bagno. Rientrai in camera, scostai le tende: l’oceano nella sua maestosità mi accolse spumeggiando rumorosamente; non vidi la piscina descritta dal dépliant ma me ne fregai, preferivo mille volte la visione dell'oceano. Mi sedetti sul letto e composi il numero di Milano.

«Pronto, Arianna?»         

«Sì, ciao sono io.»

«Finalmente, sono ore che aspetto la chiamata, sei arrivata, tutto bene?»

«Sì, in questo momento.»

«Il viaggio com’è andato?»

«Bene, bene, molto lungo, sinceramente non credevo così tanto.»

«Te lo avevo detto. Il tempo?»

«Mah, per ora sembra bello, però sai…»

«E il resto? Allora, cosa te ne pare?»

«Non so, sono atterrata da poco… siamo appena arrivati in albergo e onestamente non si è visto niente ancora… senti ora ti lascio, sono veramente molto stanca, ci sentiamo domani con calma, ok?»

«Mi chiami ancora tu verso quest’ora?»

«Che ore sono adesso lì?»

«Quasi l’una…»

«Vuoi che ti chiami prima?»

«No, va bene a quest’ora…»

«Ok, a domani allora, ciao.»

Mi sdraiai sul letto e chiusi gli occhi con l’intento di riposare qualche minuto. Mi addormentai.


 

Anno pubblicazione

2020

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