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Fabrizio Monari

PANGEA ESTINZIONE

PANGEA ESTINZIONE
Prezzo 12,00

I Superstiti, riuniti nella Grande Mandria, si dirigono verso quello che credono essere il loro appuntamento con la verità: aggrappati da millenni a una misteriosa stringa di coordinate, finalmente decifrata, la seguono nella speranza di trovare risposte, sul passato, ma soprattutto sul futuro della specie umana. Chi li attende alle Felci?

Pangea – Estinzione è il terzo e ultimo capitolo della trilogia di Fabrizio Monari sull’Ultima Era dell’Uomo.

Primo capitolo

I. SIMON

«Che cos’è un serbatoio?»
Simon esitò brevemente, come sempre: soleva prendersi il tempo per riordinare le idee prima di esporre la propria spiegazione.
«È un contenitore di liquidi, solitamente di metallo o polimeri plastici.»
Blackburn parve convinto, ma non soddisfatto.
«Di che dimensioni?»
Questa volta Simon non esitò: evidentemente se l’aspettava.
«Le più disparate, da poche gocce a milioni di litri. Vuoi approfondire?»
«No, al diavolo» tagliò corto Blackburn, che ormai capiva al volo quando il suo interlocutore considerava esaustiva una risposta, o esaurito un argomento. Dopo tanti anni di discussioni, ciascuno nel proprio ruolo, avevano sviluppato i loro automatismi. Uno dei quali prevedeva che a quel punto Simon gli chiedesse
«Vuoi disambiguare?»
«No, no. Non preoccuparti. Andiamo avanti.»
«Sono qui per questo, Blackburn. Che cosa vuoi sapere adesso?»
Sedeva di fronte a lui per gran parte della giornata, da anni, in un dialogo senza fine. Non un dialogo vero e proprio, in verità: piuttosto un gioco di rimbalzo, un oracolo, una pesca a strascico nell’oceano di conoscenza che il volto piatto e freddo di Simon nascondeva.
Stavolta fu Blackburn a esitare.
«Che cos’è… un lago?»
La risata bonaria di Simon rimbombò nella caverna.
«Amico mio, me l’hai già chiesto due volte. La prima, quasi due anni fa. La seconda…»
«Oh avanti Simon, non fare storie: ho bisogno di sentirtelo raccontare ancora.»
Blackburn non era certo che Simon fosse un tipo empatico, ma senza dubbio sapeva fingersi tale. Le loro conversazioni vertevano sulla conoscenza, ma erano anche una forma di compagnia che gli dava sollievo e della quale non riusciva a privarsi. Blackburn ricordava bene le due precedenti occasioni nelle quali Simon gli aveva parlato dei laghi, delle loro dimensioni, dei loro ricchi ecosistemi: in entrambe lo aveva ascoltato per ore, in silenzio, con la bocca spalancata per la meraviglia. C’erano molte altre bellezze naturali, ormai scomparse da eoni, che lo affascinavano, ma nessuna riusciva a farlo come i laghi, e in parte era per via di come Simon li descriveva: luoghi di pace, rive placide e prive d’insidie, alle quali la fauna si approcciava unita in una sorta di armistizio. Solo le specie più fameliche, nelle stagioni più crudeli della vita, osavano turbare la fermezza delle loro acque per sfamarsi.
Di un solo fenomeno vivente Blackburn non aveva mai chiesto a Simon, e mai gli avrebbe chiesto in futuro: la ferocia predatoria, appunto. Essa era infatti sopravvissuta nell’uomo, intatta, nonostante i macroscopici sconvolgimenti toccati a tutte le altre specie.
Mentre Simon riordinava in silenzio le nozioni necessarie al racconto, Blackburn rovistò impaziente nella lunga barba bianca.
«Un lago è un bacino naturale o artificiale di acque dolci… un momento. Hai sentito anche tu?»
Blackburn tese l’orecchio verso l’ingresso della caverna, che distava da loro un centinaio di metri: passi prudenti ma inconfondibili si ripetevano in ordine sparso. Passi umani - così gli parve - subito fuori dalla soglia. Annuì.
«Vado a vedere» disse Blackburn, accennando ad alzarsi da terra.
«Non ti disturbare, amico mio» rispose Simon. «Posso controllare io stesso senza muovere un passo, come ben sai.»
La liscia parete di pietra nera che amava farsi chiamare Simon ronzò ritmicamente per alcuni istanti, poi si assentò: a testimoniarlo fu l’improvviso silenzio, la caduta della percettibile vibrazione di fondo che accompagnava ogni loro conversazione. Stava andando a controllare: concentrava le proprie sinapsi biomeccaniche sui sensori che tappezzavano tanto l’ingresso della caverna, quanto l’altopiano circostante. Nulla sarebbe potuto sfuggire a quegli occhi invisibili - impossibile dimenticare il primo ingresso in quella grotta prodigiosa, decenni prima - eppure Blackburn non seppe resistere alla curiosità, e si alzò a sua volta per andare incontro agli intrusi. Non prima di aver raccolto, da terra, il lungo randello d’osso che amava brandire con entrambe le mani in battaglia.
«IDENTIFICATEVI» tuonò Simon, facendo rimbombare la stretta galleria. Il soffitto del corridoio era alto due metri, la cavità larga a sufficienza per un solo uomo adulto, e poco più grande la grotta in cui Simon risiedeva: abbastanza da accogliere tre persone, ma gomito a gomito.
Parzialmente celato nell’incavo di una parete, Blackburn vide gli avventori inchinarsi in un plateale gesto di riverenza. Erano una donna e un ragazzino, magri fino all’osso, vestiti di poche essenziali pelli animali, disarmati. Lei, che aveva forse trent’anni, portava una zanna felina conficcata nel lobo destro come ornamento e sembrava bellissima.
«Io sono Rochelle, lui è il mio unico figlio Basquiat. Siamo seguaci dell’Uomo di Pace, giunti da molto lontano su consiglio di una turba incontrata nelle Piane.»
Sembravano spaventati, e ne avevano tutto il diritto: la cavità che conduceva a Simon, già terribilmente angusta di per sé, si era come schiacciata su di loro nel momento in cui aveva gridato per ammonirli. Blackburn stesso era stato colto da uno spasmo di claustrofobia: era da tempo che Simon non alzava la voce con nessuno, e ogni volta che accadeva il suo grido era seguito da piccoli sinistri scricchiolii nella pietra, tutto attorno, che facevano sentire in trappola.
«DI CHE TURBA SI TRATTA?» tuonò Simon di nuovo, con l’intento di conoscere e al contempo intimidire.
«La turba di Lao-Tze, così ci ha detto di chiamarsi. Si distinguono dalle altre...»
«...indossando UNO SPALLACCIO IN PELLE DI LEPRE, lo so bene.»
Ormai Blackburn conosceva bene lo stile di Simon, il modo astuto che aveva di difendersi senza brandire le armi - ammesso che ne possedesse, ed era una possibilità da tenere in considerazione - ossia dosando il tono della conversazione con sapienza. In quell’inciso nel racconto dei due pellegrini aveva saputo combinare mitezza e tracotanza e ora, sulla soglia, il ragazzino era stretto alla coscia seminuda della donna con entrambi gli occhi serrati. Lei, non meno spaventata, teneva tuttavia lo sguardo intenso puntato verso la sommità della volta, nel luogo da cui sembrava che la voce di Simon provenisse.
«Che cosa porta due seguaci dell’Uomo di Pace in questo luogo remoto?»
La donna rifletté a lungo prima di rispondere, e Simon non la incalzò: continuava probabilmente a sondarla con i suoi molti strumenti, come la miriade di ronzii e deboli fischi dietro le pareti di pietra suggeriva.
«Siamo in cerca di una rotta» disse.
Simon, come d’abitudine, preparò per un paio di secondi la sua risposta.
«Per rotta Noi intendiamo: percorso nautico, aeronautico o aerospaziale; frattura o cedimento dell’argine di un corso d’acqua; raccolta e rimozione da un determinato luogo dei rifiuti che esso contiene. Vuoi disambiguare, seguace dell’Uomo di Pace?»
«Coordinate!» suggerì il piccolo, sussurrando. Simon rise sommessamente.
«Coordinate, dunque. Ben diverse da una rotta, sappiate: le coordinate definiscono un singolo punto su una griglia, non un percorso. Quello, semmai, potrete determinarlo una volta conosciuta la destinazione.»
«È esattamente a questo che ci riferiamo… Signore» riprese la giovane donna, ora quasi in imbarazzo. «Abbiamo delle coordinate e vorremmo che ci rivelasse dove si trova il punto che indicano, e cosa troveremo una volta arrivati. Può aiutarci?»
Sillaba dopo sillaba l’imbarazzo si era trasformato in supplica, le orbite scavate ora madide di lacrime, la voce tremula: Rochelle - le membra sottili e muscolose, la mascella minuta, fiamme azzurre per occhi dietro una coltre di sporco vecchia di decenni - sembrava essere giunta allo stremo delle forze, e con lei la sua intera comunità.
«Posso farti una domanda, prima di risponderti?» chiese Simon, ora garbatamente.
La donna annuì.
«Cosa vi aspettate di trovare, voi e l’Uomo di Pace, nel luogo che mi indicherete?»
«È morto» intervenne Basquiat.
«Quando?» incalzò Simon, ma il piccolo si strinse nelle spalle.
«Ormai da quasi… seicento anni, Signore» disse Rochelle.
In tutta risposta, Simon produsse rumori più intensi e ritmati di quanti Blackburn ne avesse mai uditi nei decenni trascorsi in sua compagnia.
«Datemi un minuto per processare i dati. Accomodatevi intanto: c’è un altro ospite che vi attende.»
Dapprima guardinghi, poi confortati dal volto canuto di Blackburn, Rochelle e Basquiat fecero il loro ingresso nella grotta e si presentarono. Vi furono brevi convenevoli, nei quali il vecchio non riuscì a staccare gli occhi dal volto angelico della donna.
«Va… tutto bene Signor…?» chiese lei. L’attesa della risposta durò abbastanza da generare un forte imbarazzo, che il ritorno di Simon fortunatamente spezzò.
«Komsomols’k l’Errabondo, anche noto come il Capotribù, il Pastore di Uomini, l’Uomo di Pace. Nato presumibilmente nella tarda primavera del 34.088 d.C. - calcolo inferenziale non suffragato, possibile perdita di dati nel processo di sequenziazione - deceduto circa seicento anni fa per dichiarazione resa da Basquiat, approssimativamente nove anni. Perbacco, come vola il tempo!» concluse Simon con impeccabile meraviglia.
I nuovi avventori si stupirono di quella genuina esternazione, ma Blackburn non ne fu turbato più di tanto: capitava talvolta che Simon sembrasse… emozionato. Di solito accadeva quando, anziché fornire dati ad altri, gli era possibile immagazzinarne: era una delle poche ragioni che spingevano il vecchio, ogni quattro o cinque mesi, a incamminarsi fuori dall’Altopiano nella speranza di incontrare qualcosa o qualcuno che potesse nutrire la curiosità del suo vecchio amico, quasi sempre senza successo. Era certo, Blackburn, che se la turba di Lao-Tze fosse ricapitata in quei paraggi Simon l’avrebbe accolta con le feste, per ringraziarla di aver dirottato lì quei due preziosi nuovi avventori. Non prima di averla terrorizzata un minimo, ovviamente.
«Potete accomodarvi, stringendovi c’è spazio per tutti e tre» riprese Simon. «Ma prima di cominciare a pormi le vostre domande è opportuno che chiediate il beneplacito del mio vecchio amico Blackburn, qui davanti, poiché è con lui che stavo conversando.»
«Acconsento senza riserve, Simon» rispose il vecchio, con ben più credibile entusiasmo. «Avremo tempo per le nostre ciarlerie in un altro momento.»
La risata di Simon rimbombò di nuovo.

Anno pubblicazione

2021

Pagine

120

Formato

14x20

ISBN

978-88-6810-446-7

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