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Autore

Fabrizio Monari

Pangea. Evoluzione.

Pangea. Evoluzione.
Prezzo 12,00

Disponibile dal 20 maggio 2021

La vita della Grande Turba è sconvolta dall’incontro coi Terminali: individui che imitano i comportamenti dei Folli attentando alla vita e alla Dottrina. Combatterli mette i Superstiti di fronte a un grave dilemma, mentre un indecifrabile messaggio in codice riemerge dalle polveri del passato.

SECONDO VOLUME DELLA TRILOGIA

Primo capitolo

I. PALENQUE

Come ogni giorno, Palenque sedeva dove non gli spettava: in testa alla colonna. Poggiava il culo ossuto sulla plancia del primo carro, quello leggero e con le ruote alte che poteva essere tirato da sei persone soltanto. E le incitava, quelle sei, senza alcun garbo né autorità per farlo: «Più veloce! Avanti, più veloce! Rischiamo di essere tamponati, non volete essere tamponati! Non di nuovo! Più veloce!»
Dai tiratori piovvero proteste e una grossa pietra, che cadde sulla plancia del carro a circa due metri dal vecchio: «Tock!»
«CAINO!!» strillò lui.
«L’unica ragione per cui non ti ammazzo è che poi mi toccherebbe mangiarti» rispose il più giovane dei sei, uno spilungone creolo di nome Suthep che accompagnò l’invettiva con uno sputo. Allo sputo seguì uno scroscio di risate, dopodiché la velocità del carro aumentò leggermente.
«GUARDA CHE TI HO SENTITO!» strillò nuovamente Palenque.
Piovve una seconda pietra: questa volta molto più vicina alla precedente, e ben più grossa.
Alle loro spalle la Grande Turba serpeggiava mastodontica tra le dune: centinaia di corpi in marcia ai lati di una lunga fila di carri, e costeggiati a loro volta dalle mandrie di buoi che brucavano la sabbia in cerca di germogli. Davanti a essi, equamente distanziati, i cercatori setacciavano il manto del deserto con bastoni forcuti sperando di imbattersi in qualcosa di più corposo: di quando in quando un cercatore si fermava, sollevava il braccio e veniva raggiunto da un manipolo di estrattori che andavano a cavare dal terreno le radici per la zuppa, portandole poi sui carri al centro della colonna dove il pestaggio e il travaso proseguivano senza sosta. A turno i beneficiari del pasto venivano convocati per nome – nomi di città dei Folli, tributi funebri ai colossali agglomerati di un tempo – e si sedevano sulle plance libere dei carri per la mescola a sorseggiare lentamente.
Colossale era anche la Grande Turba, un’aggregazione di donne e uomini come non se n’era mai vista una nel tempo dei Superstiti: Palenque soleva osservarla con apprensione, tentando vanamente di farne la conta con gli occhi liquorosi. La Grande Turba era stata progettata dalla Matriarca, nella convinzione che l’obbligo di accamparsi per spargere il seme bianco all’incontro con un’altra Turba fosse il solo difetto della Dottrina: erano assieme, Palenque e lei, quando nacque, e nonostante lui fosse fortemente contrario non aveva mai avuto la forza di fermarla, o contraddirla. Nessuno osava contraddire la Matriarca.
Rivadavia, questo era il suo nome. Era molto più vecchia di lui, eppure sembrava più giovane: Palenque era il genere di uomo che dimostrava più anni di quelli che aveva, una rarità tra i Superstiti che solevano morire esausti e giovani; lei, al contrario, sembrava avere radici di quercia intrecciate al posto dei muscoli, e solo un voto a larga maggioranza risalente a qualche mese prima l’aveva costretta al riposo. Ora la Matriarca era sostanzialmente confinata sul quarto carro – «alla testa ma non troppo» sibilava Palenque quando era certo che lei non fosse nei dintorni – e su quel carro passava le giornate a impartire ordini a un nutrito gruppo di staffettisti e a smaniare inveendo contro tutti. Palenque si era proposto come Capo in sua vece, ma la secca obiezione di lei – «Sceglietene uno normale» era stato il suo responso – aveva fatto ricadere la scelta su un suo discepolo più giovane, Zagreb, che aveva un’indole sufficientemente mite da mediare con la sua e gambe ancora fresche per fare la spola riferendone gli ordini.
A Palenque era rimasta l’unica consolazione di cuocersi al sole come vedetta di testa – posizione che gli permetteva di impartire qualche ordine, di minor conto, di quando in quando – mantenendo il carattere spigoloso come sola arma di difesa: la maggioranza di coloro che ancora gli davano retta spacciava la propria obbedienza per rispetto, poiché era pur sempre un membro della cerchia degli Anziani, ma la verità era che nessuno aveva più voglia di battibeccare con lui, e i più giovani arrivavano a trovare sgradevole persino la sua presenza. «Palenque ha gli occhi gialli, Grande Mamma» aveva detto a Rivadavia una bimbetta di nome Blida, inconsapevole di averlo alle spalle, e lui l’aveva stesa con un calcio; al che la Grande Mamma gli si era avventata contro riservandogli lo stesso trattamento. Da allora, e ormai da qualche mese a quella parte, il bilioso rapporto fra i due si era tramutato in completo silenzio.

All’improvviso Palenque ordinò:
«FERMI!»
«Che cosa c’è ancora, vecchio pazzo?» protestarono i tiratori di testa, e tuttavia obbedirono, rimanendo perplessi a osservare la lenta discesa del vecchio dal carro. Dietro di loro l’enorme carovana scricchiolò raggrumandosi, e sparì per una parte dietro ad alte nuvole di polvere. Chi poté si mise a scrutare la testa del corteo, in silenzio.
Favorito dalla schiena ricurva Palenque si chinò a raccogliere qualcosa che, alla vista dei tiratori, poteva sembrare un punto stonato di bianco sulla coltre gialla del deserto: un oggetto piccolo, che il vecchio si mise a esaminare tenendolo sul palmo di una mano e spolverandolo con l’altra.
«Presto, andate a chiamare Koms!» disse, e il tiratore di nome Suthep si incamminò verso il centro della colonna mentre i restanti cinque rimettevano la Grande Turba in marcia.

Anno pubblicazione

2021

Pagine

110

Formato

14x20

ISBN

978-88-6810-444-3

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