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Samanta Sitta

BELLO COME UN DIO GRECO

BELLO COME UN DIO GRECO
Prezzo 3,49
BELLO COME UN DIO GRECO Prezzo finale dell'Ebook 3,49

"Camilla è un'assistente alla vigilanza dei Musei Capitolini di Roma e ha una passione immensa per l'arte. Ambiva a un altro lavoro, ma è comunque felice perché ora può ammirare lui ogni giorno. Lui è perfetto, bello, virile, regale, una creatura superiore e inavvicinabile. Eppure Camilla non riesce a ignorare il richiamo della sua bellezza, perché Marforio è bello, bello come un dio greco... e ha il piccolo, trascurabile difetto di essere proprio la statua di un dio greco! Per conservare il posto di lavoro, Camilla deve iniziare una terapia psicologica per ritrovare appetiti meno pericolosi per i tesori dei Musei: l'aiuto degli affetti di sempre e di Alessandro Cognetti, psicologo e psicoterapeuta dagli occhi neri e incantatori, sarà fondamentale per riscoprire la gioia di un amore corrisposto, sano e umano".

Primo capitolo

Capitolo 1

 

Sono fortunata a poter vedere ogni giorno una meraviglia del genere. Quando i miei occhi si posano su di lui, il sangue inizia a ribollirmi nelle vene... mi manca il respiro, perché una bellezza così intensa esiste solo per schiacciare noi comuni mortali. Devo stare attenta, i capogiri a volte sono violenti e potrei cadere a terra. Sarebbe molto imbarazzante, ma la bellezza così perfetta richiede al cuore di prostrarsi davanti a lei. E il sudore freddo che inizia a gocciolarmi lungo la schiena? Distillato di vergogna e inadeguatezza. Se lui dovesse voltarsi e vedermi, non soltanto far scivolare gli occhi su di me, vedermi per davvero, guardarmi con intenzione e consapevolezza, so cosa vedrebbe. Un'assistente alla vigilanza bruttina, nella media, pura carta da parati in confronto a lui e alla sua magnificenza.

Sono innamorata? I sintomi ci sono tutti. Non riesco a smettere di pensarlo. Lo paragono ai miei ex e agli uomini che incontro. Fantastico su di lui. Vederlo mi causa sensazioni fisiche indescrivibili. Un'altra donna parlerebbe di farfalle nello stomaco, ma qui non basta, neppure lontanamente. Una bellezza così travolgente è più come un tir lanciato ai 180 km/h.

Sospiro. La sala è gremita di visitatori e turisti, che io in teoria dovrei controllare e riprendere nel caso si avvicinino troppo ai capolavori esposti, ma io riesco a guardare soltanto lui.

Quando posso tornare a casa e liberarmi dalla malia di quegli occhi sfuggenti, non so mai se provare sollievo o disperazione. Nel dubbio provo entrambe le emozioni. Perché no? Se è amore, può contenere anche sollievo e disperazione.

Mi scrollo l'incantesimo di dosso, insieme al tesserino e alla divisa. Saluto i colleghi, posso tornare a casa: stasera saranno Marta e Giovanni a occuparsi della chiusura del museo. Non ho altre responsabilità oltre ad arrivare a casa sana e salva e almeno questo è facile. Mi lascio portare dai mezzi pubblici, un primo tratto in metropolitana, un secondo in autobus, e raggiungo il mio appartamento.

È un bilocale in una palazzina un po' squallida, in un quartiere in cui fino a pochi anni fa le strade non erano nemmeno asfaltate tanto è periferico, ma poco importa. È casa. Roma è un tale spettacolo che ci si adegua anche a loculi più claustrofobici del mio, pur di poter vivere un pizzico del suo sogno. Tante cose sono cambiate nel mondo, ma Roma è sempre l'unica, la città eterna, la quintessenza della caput mundi, quella che sa entrare sotto pelle e languire per tutta la vita con una nostalgia inspiegabile.

Passare troppe ore tra capolavori e opere d'arte dell'antichità mi fa sproloquiare. È un buffo effetto collaterale. Forse non così buffo, in effetti, se penso che l'ultimo uomo con cui ho avuto un appuntamento è scappato dopo un paio d'ore accusandomi di sembrare la vecchia segretaria zitella della Crusca. Non capisco perché il mio divagare sia un problema, ma l'immagine era talmente ridicola che ancora oggi mi strappa una risatina.

Mi preparo una cena frugale, semplice, nel salottino con angolo cottura dalle pretese di modernità minimalista che oggi va tanto di moda. Un bel modo per rendere ogni casa praticamente identica a qualunque altra e altrettanto priva di anima e storia, a mio parere, ma i mobili sono del proprietario cui pago l'affitto e non oso cambiare nulla. Mi posso accontentare per ancora un po' di tempo, non sarà una soluzione definitiva questa.

La televisione accesa trasmette un senso di umanità vicina e aliena allo stesso tempo. Mi riconosco davvero nelle donne perfette che sbavano e commentano in modo salace i ballerini delle trasmissioni? Mi riconosco nell'aria di superiorità dei presentatori? Negli ammiccamenti rivolti dal pubblico maschile alle soubrette di turno o nelle risate sguaiate, o negli insulti dei talk show?

Sento una certa affinità giusto con le piastrelle del pavimento. Loro ci sono, sono lì, sotto gli occhi di tutti, eppure nessuno le vede davvero. Com'è il pavimento di Striscia la notizia? Quello di Amici di Maria de Filippi? E quello del telegiornale?

Esatto. Non lo so, quella è l'unica risposta possibile. C'è, ma nessuno lo vede. A nessuno interessa. Un po' come me e la mia cena solitaria: siamo a un passo dall'attenzione di qualcuno, da una parvenza di socialità, eppure non riusciamo a compiere il passo definitivo e rimaniamo qui, nel nostro limbo, visibili eppure invisibili.

Invisibile soprattutto per lui.

Sbuffo, mentre poso la forchetta sul tovagliolo. Non dovrei pensare a lui anche quando sono a casa. Questa ossessione sta diventando malsana, giuro. Lui non mi noterà mai, è impossibile, su questo concordiamo tutti. Non è un film romantico in cui il lieto fine è dovuto, è la mia vita. Nessuno chiederà al regista di cambiare il finale e non coronerò mai il mio sogno proibito.

Non ne faccio una tragedia, sono rassegnata. Sono consapevole del fatto che lui è veramente troppo per me. Posso averlo di fronte ogni giorno, ma lui percepisce un altro mondo, dove solo i degni possono essere visti. A volte strizza l'occhio nella mia direzione o mi rivolge un cenno, ma il dubbio che sia rivolto a qualcun altro non se ne va mai. Lui è su un altro livello, non solo rispetto a me, ma anche in confronto ai miei colleghi e a tanti turisti e visitatori del museo. I Musei Capitolini sono visitati da persone diversissime, eppure pochi possono vantare una qualche affinità con lui.

Lui è... no, basta. È un'ossessione malsana, devo smetterla di lasciarle spazio. Devo pensare a me, al mio benessere. Devo cambiare vita.

Sì, uscire con le amiche o le colleghe, avere un appuntamento con qualcuno di un livello approcciabile... iniziare una sana vita sociale fatta di uscite senza senso tanto per dimostrare che sono capace di fare discorsi vuoti, magari.

Sospiro ancora, con più fastidio, e inizio a lavare i piatti. Non mi piace essere così critica nei confronti del prossimo per partito preso, ma a volte l'amarezza non trova modo migliore di sfogarsi. L'afa dell'agosto romano probabilmente contribuisce ai miei livelli di acidità. Trovarmi un passatempo sarebbe un buon compromesso. Mi toglierebbe l'ossessione di lui e magari mi avvicinerebbe a persone simpatiche, più vicine a me. Potrebbe aiutarmi davvero.

Il mattino successivo sono impegnata nelle pulizie di casa, quando suona il telefono. Segue una breve chiacchierata con i miei genitori, preoccupati per me come sempre. Non si rassegnano al fatto che vivo sola, lontana da loro, impegnata in un lavoro che secondo loro non mi valorizza, senza passioni e amicizie strette, senza un fidanzato... capisco la loro preoccupazione, il timore di sapermi sola e in difficoltà, senza la speranza di ricevere aiuto da nessuno, ma non posso proprio fare nulla. I miei pensieri sono perennemente occupati dal maschio per eccellenza, non riesco nemmeno a vedere gli altri.

Mi trovo a promettere, per l'ennesima volta, che cercherò di essere più socievole e affabile e disponibile, ma sappiamo tutti che sono solo parole vuote. Io cerco di accontentarli e rassicurarli, ma non intendo cambiare la mia vita. Perché dovrei? Sto bene.

Oggi ho una rara giornata libera dal lavoro, quindi mi dedicherò a me. La casa ormai è pulita e in ordine, piccola com'è richiede poco impegno. Nel pomeriggio vedrò un'amica dei tempi dell'Accademia, sarà un pomeriggio gradevole. Da quando Vanessa è diventata mamma, il tempo per vedersi scarseggia, ma troviamo il modo di tenerci sempre in contatto.

Non mi stupisco troppo quando la vedo arrivare al bar in cui ci siamo date appuntamento con il passeggino e un sorriso imbarazzato sul viso dai lineamenti delicati.

«Scusami, cocca» mi scocca due baci sulle guance e si siede accanto a me, «Carlo ha avuto un imprevisto al lavoro e non riesce a tenere la piccola per il pomeriggio.»

Sorrido con allegria, ma avverto un lieve senso di gelo umido alle estremità di mani e piedi. Non ho idea di come ci si debba comportare con i bambini. Non ne ho, non ho fratelli o sorelle più piccoli o cuginetti. Sono una completa profana dell'argomento puericultura. Con un respiro profondo, mi tranquillizzo. Vanessa lo sa. Non mi chiederà di fare da balia alla piccola per il resto della settimana. La terrà con noi per quattro chiacchiere al bar, nulla di grave.

Caterina è una bimba piuttosto tranquilla per la sua età, al punto che potrei quasi dimenticare la sua presenza. Sta crescendo bene, sorride spesso e gioca: a volte si incanta per lunghi momenti a osservare dettagli del mondo che la circonda con due grandi occhioni blu, limpidi e luminosi, uguali a quelli del padre.

Beviamo un caffè e decidiamo di raggiungere un negozio vicino, dal momento che Vanessa necessita di alcune cose per il lavoro. È un po' come quando giravamo per negozi insieme, dopo la sessione d'esame all'Accademia: per consolarci di un brutto voto o per premiarci di un bel risultato, avevamo sempre un'ottima scusa per comprarci un regalo. Che tempi spensierati...

Non siamo cambiate tanto, in verità. Sembriamo un po' più mature, forse, ma non sono sicura che lo siamo davvero. La mia testardaggine non è cambiata di una virgola e Vanessa si ostina a continuare a vivere restando sull'altra parte della barricata dell'arte, da artista. I suoi genitori sono ancora convinti che sia una fase di ribellione adolescenziale e che, prima o poi, rinsavirà e metterà la testa a posto.

Il negozio di belle arti è sempre un ambiente piacevole, ma è un piccolo shock non trovare Marilena, la proprietaria anziana che conosciamo ormai da anni.

«Buon pomeriggio... oh, sei tu, Vanessa! Ciao bella

«Ciao, Tommaso. Oggi c'è anche la mia amica Camilla.»

«Oh, bene. Ciao Camilla.»

Ricambio il saluto dell'uomo. Avrà circa trent'anni, è quello che un'altra donna definirebbe un uomo attraente. Io provo anche ad apprezzarlo, ma è inutile: il pensiero di lui si sovrappone e lo riduce al ragazzino imberbe e insignificante che è. Contro lui non esiste competitore.

Mi aggiro tra gli scaffali, inspirando l'odore di trementina e solventi chimici. Mi mancano un po' le ore di lezione dell'Accademia in cui potevamo creare. Forse dovrei riprendere pennelli e colori, potrebbe essere un buon punto di partenza per la mia ricerca di normalità. Non ricordo quando ho smesso di dipingere e modellare o la ragione, ma mi manca. Forse non c'era una vera e propria ragione, a pensarci meglio. Un giorno rimandai per una ragione, il giorno successivo per un'altra... e senza che me ne rendessi conto sono passati anni interi senza creare nulla.

Vanessa sa già cosa cercare e si serve in autonomia dagli scaffali, controllando una piccola lista. Il suo caschetto fiammeggiante sembra fluttuare in aria, tanto si muove velocemente. Doveva essere a secco di materiale: sta accatastando una montagnola di prodotti impressionante. Strappo un tubetto di colore acrilico dalle mani di Caterina. La bimba sarà tranquilla come un angioletto, ma diventerebbe un tantino troppo tranquilla se riuscisse ad aprire il tubetto e mangiare il suo contenuto.

«Grazie, cocca, Cate è talmente curiosa». Vanessa mi ringrazia con una stretta gentile sulla spalla. «Mi sembra di tenerle lontano tutto quello che è pericoloso, ma questa scimmietta arriva dappertutto!»

Tommaso ridacchia in modo gentile e inizia a imbustare i prodotti.

«È normale per i bambini piccoli. Nessuno sa come, ma arrivano sempre dove vogliono.»

«Non posso perderla di vista un momento, è incredibile.»

Apro le braccia per prendere la bimba quando Vanessa la allunga verso di me e la accomodo come posso contro il mio petto. La tirata di capelli che sento un attimo dopo mi avverte che la bambina è perfettamente a suo agio.

«Se dite così, mi passa la voglia di avere bambini miei.»

«Beh, Cami, prima ti servirebbe comunque un maschietto, no?»

«Sì, dai, non è quello il punto. Stavo solo sdrammatizzando.»

«A furia di sdrammatizzare, le buone occasioni scappano... no, Tommy? Tu sei più furbo, per fortuna, e mi farai diventare zia d'elezione in tempi ragionevoli.»

Tommaso ci concede un grande sorriso, mentre passa una mano tra i capelli e raddrizza la schiena. Lui sì che ha buone notizie.

«Beh, Vane, mi sono proposto a Francesca…»

«No» sbotta lei, con un fare melodrammatico che mi strappa una risata sommessa. «Non puoi deludermi anche tu!»

«Ma non ti ho delusa, ha accettato! Ci sposeremo in inverno! Ormai conviviamo da anni, Filippo sta crescendo... mi sembrava un bel modo per dare più ufficialità alla nostra vita.»

«Oh, Tommaso... oddio, chicco, congratulazioni!» Vanessa si slancia oltre il bancone per stringerlo in un abbraccio serrato, poi inizia a schioccargli baci sulle guance. «Bello de mamma, lo sapevo io che mi avresti dato tante soddisfazioni!»

Tommaso alza le mani, mostrandole i palmi e stringendosi nelle spalle insieme, con un pizzico di imbarazzo.

«In teoria dovrei far felice Francesca.»

Si libera dall'abbraccio, mentre iniziano a ridere entrambi. Mi avvicino per stringergli la mano e offrirgli le mie congratulazioni in modo più pacato. Mi ringrazia con un sorriso talmente ampio da sembrare finto. Mi piace vedere persone felici, nonostante non sia una campionessa di estroversione.

«Tesoro, manchi solo tu. Mettiamoci di impegno a trovare un fidanzato serio, mh?»

«Vanessa... credevo avessi superato la tua mania per Stranamore quando sei rimasta incastrata dai tuoi sacri voti nuziali.»

«Naaah» lei ride forte, con tutta l'allegria che può avere un cuore su cui l'amore non si è mai accanito con troppo rigore, «arriva sempre il momento in cui ricadi nel vizio.»

«Potrei farti conoscere qualcuno dei miei clienti, alcuni sono uomini davvero rispettabili» lo sguardo di Tommaso si ferma su di me. Sorride in modo lieve, ma mi sembra decisamente troppo serio. Accidenti, Vanessa. «A una certa età sembra un'ottima idea anche un matrimonio combinato, in fondo. Sai com'è, no? Risolveresti un sacco di problemi. Tutti quei parenti delusi che insistono per vederti sistemato.»

«Gli amici che ti fanno pesare il fatto di non essere felice come loro…» mi concedo una risatina sommessa. L'uomo sa tenere testa a Vanessa e alle sue follie estemporanee.

«Conoscenti che pretendono di diventare zii grazie a te.»

«Aspiranti mamme che vorrebbero una pancia in più da toccare per favorire l'ovulazione…»

Vanessa alza le braccia al cielo, con uno sbuffo teatrale.

«Bene, fate come volete allora! Io mi impegno per vedervi tutti felici e voi mi prendete in giro, ottimo!»

Usciamo e stiamo ancora ridendo. Ci incamminiamo verso la fermata: Vanessa abita un paio di vie più in là e vuole passeggiare con la piccola. Per lei è sempre stata una fonte d'ispirazione camminare per Roma. Non so cosa accenda la scintilla creativa nel suo cervellino stravagante, ma qualche dettaglio finisce sempre per rimanerle appiccicato alla retina, dopo aver attraversato quegli occhioni verdi, e scatenare quella possessione che lei chiama processo creativo.

Vanessa non è ancora pronta a lasciarmi andare, no. Proprio per nulla.

«Tommaso è tanto caro, sono felice per lui.»

«Sembra una brava persona, in effetti.»

«Dovreste diventare amici, potrebbe aiutarti a conoscere persone nuove. Potresti trovare degli amici nuovi, persone interessanti.»

Le scocco uno sguardo severo, ma il sorriso che mi strappa il risolino argentino di Caterina inficia il risultato.

«Amici, alla nostra età, è un altro modo per dire sto disperatamente cercando qualcuno che mi sposi finché il mio orologio biologico non impazzisce

«Oh, su... cos'hai da perdere? Non stai vedendo nessuno, no?»

«No, ora non sto vedendo nessuno, ma... va bene così, ecco.»

Il disagio mi avvolge lo stomaco con un cilicio di spine. Vanessa, non insistere, ti prego. Non costringermi ad ammettere ad alta voce quello che sta succedendo. Lui è perfetto, meraviglioso, irresistibile e irraggiungibile... e proprio per questo sono impazzita per lui, non vedo nient'altro e non esiste altro che lui. Non costringermi ad ammettere che sono più inguaiata delle ragazzine cotte degli attori del momento e ancora più senza speranze, perché lui non può nemmeno vedermi dall'alto del suo trono... che pure è esattamente di fronte alla mia postazione ogni santo giorno lavorativo. Non darmi questa pugnalata.

«Cami, eddai, bella... quando ti pettini sei una bella donna, con questi due occhioni da cerbiatta, sei arguta, spiritosa, colta e pungente al punto giusto. Un ometto per te c'è sicuramente. Devi solo cercarlo.»

Bella donna? Non riesco ad associarmi all'idea evocata da queste parole. Mi sento scialba, piuttosto. Una donna che ormai veleggia verso la mezza età, con capelli castani privi di alcuna attrattiva particolare, per lo più raccolti per non avere impicci, occhi castani come tanti altri, un volto carino ma non mozzafiato e un fisico normale. Non c'è nulla che spicchi in me, a parte il mio modo impietoso di osservarmi. Che importa? Sono capace di creare cose belle, non devo essere per forza bella anch'io. Scrollo le spalle con ritrovata serenità e un certo distacco ostentato.

«Non mi interessa, davvero. Sto bene così. Non ho bisogno di nessuno.»

«E allora perché hai quell'espressione di sofferenza e disperazione interiore da Urlo di Munch?»

«Perché... perché hai tu la fase delle domande senza sosta, invece di Caterina?»

«Per lei è presto. Arriveranno. Quindi, perché hai quell'aria disperata se stai tanto bene?»

Scrollo le spalle.

«Perché la vita è comunque un nugolo di problemi più molesti delle zanzare, lo sai. Un uomo raddoppierebbe soltanto le mie pizzicate.»

Vanessa ride, ride forte e smette per un attimo di spingere il passeggino, poi riprende.

«Okay, chi è il mostro insensibile?»

«Quale mostro insensibile?»

«Quello che sta ignorando o calpestando i tuoi sentimenti, no? Chi è?»

«Nessuno. Non esiste. Nessuno sta ignorando i miei sentimenti. Non ho sentimenti.»

«Sì, a parte l'ansia. La tua voce è salita di almeno un'ottava e sei impallidita. Mi nascondi qualcosa, Cami.»

«Ma figuriamoci. Come se si potesse nascondere qualcosa a te!»

«Appunto per questo è un'idea stupida. Svuota il sacco.»

«Non c'è nulla, davvero. Va tutto bene. Lavoro, vado a trovare i miei regolarmente, esco con te e le amiche dell'accademia, parlo con il frigorifero... sto bene e non c'è nient'altro.»

«Certo. Com'è lui? Un bel marcantonio moro?»

«Vanessa…»

Sospiro e abbasso il volto. Come riesce a intuire certe cose? Cos'è che mi tradisce?

«Su, su, a me puoi dirlo. Ti aiuto a pianificare una conquista perfetta... se ho incastrato Carlo, posso mettere il guinzaglio a qualsiasi maschietto!»

Per un attimo la mia mente viaggia da sola: lui? Lui con un collare e un guinzaglio al collo? Lascio libera la risatina sconcertata mossa da quell'immagine. No, uno così è nato per dominare, non per essere ingabbiato. È un re, un imperatore, una creatura superiore...

Potrei essere leggermente cotta, in effetti.

«Presentamelo, dai!»

Pura follia. Lui non si è nemmeno accorto della mia esistenza, come potrei presentargli qualcuno? Non è possibile. No, è fisicamente impossibile.

Anno pubblicazione

2021

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