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Marco Costantini

Gli angeli spezzati Marco Costantini

Gli angeli spezzati
Prezzo 3,49
Gli angeli spezzati Prezzo finale dell'Ebook 3,49 Oppure scaricalo da

Gli Angeli Spezzati... un romanzo scritto per comprendere fino in fondo l'amore e l’amare. Che stagione l’adolescenza. Senti di poter essere tutto e ancora non sei nulla. Non stancarti mai di amare, perché il giorno più bello della tua vita può arrivare domani. C’è chi ti sceglie perché non ha altro, e chi ti sceglie perché non vuole altro. Come i pupazzi a cui ci affezioniamo da bambini, sono preziosi per diventare grandi... ma sono anche importanti per tornare di nuovo bambini...
L’amore è la più saggia delle follie, un’amarezza capace di soffocare, una dolcezza capace di guarire…. Un libro da leggere d'un fiato.

Primo capitolo

I

Erano giorni che la città era sotto un nubifragio, la pioggia cadeva giù ininterrottamente da tre giorni. Il maltempo non sembrava cessare. A Federico piaceva stare in casa quando il tempo era così brutto. Quel giorno Federico si mise alla finestra della sua camera, guardava l'acqua che scorreva nella via, dai canali di scolo fino alla strada principale, e si chiedeva a cosa serviva tutta quella pioggia, forse per riempire il mare. Sua nonna Sandra era in cucina, stava preparando dei dolci e la cena. Quella sera avrebbero mangiato pollo e patate, e pane casareccio dei castelli che a lui piaceva molto. Lui a volte tagliava delle lunghe fette e le condiva con l'olio che gli aveva portato il papà, dal paesino umbro che entrambi amavano tanto, un bottiglione di due litri col tappo di plastica che era difficile da tirare via. Ma Federico ci riusciva sempre, ci metteva tutta la sua forza e il bottiglione si apriva, riempendo la stanza di quell'odore d'olio nuovo. Federico viveva in una casa con due stanze, c'era la camera da letto dei genitori con il suo lettino e il bagno, l'entrata e la cucina erano a vista. I muri erano spessi e bombati, macchiati dall'umidità, l'abitazione era situata al piano rialzato di un palazzo nella periferia della città. Sua madre stava fuori casa buona parte della giornata tra la spesa e il lavoro, e quando Federico tornava da scuola con i nonni, non la trovava mai, e lui rimaneva incollato alla TV con il suo cartone preferito, “Robin Hood”, ad aspettarla.

A volte, la notte, quando si svegliava, ascoltava il silenzio della stanza, si alzava ed entrava nel lettone svegliando il padre. Non ne aveva mai avuto paura. Era una delle ultime cose che gli aveva detto suo padre prima di sparire: “ora sei tu l'ometto di casa, non scordarlo”. E con una carezza aveva aggiunto: “Guarda che la vita è bella e misteriosa”. Lui era cresciuto con questa idea. Di notte la stanza diventava magica, tutti quei disegni fluorescenti sul muro davano la sensazione di entrare in una favola. E poi le luci della strada si allungavano sui muri disegnando mostri che non facevano paura, anzi quasi un senso di tenerezza. C'era la magia, ma per trovarla bisognava imparare a cercarla. Federico si voleva cullare tutte le sere con un pupazzo di pezza, per lui era il suo angelo, poi lo riponeva sempre sul comodino, vicino alla foto di suo padre, il comodino era bombato, per colpa della muffa. Suo padre l'aveva riparato molte volte. La sera prima che andasse via, il papà era tornato con un sorriso impresso sulla faccia, e invece tutto cambiò nel giro di una notte. Suo padre se ne andò, e niente fu più lo stesso. Sua madre lasciò il lavoro, perché non riusciva a mantenerlo, allora tornò a cucire camicie e fare le pulizie. Federico aveva continuato ad andare a scuola, ma ogni tanto andava con la mamma per aiutarla. Per fortuna il lavoro non mancava, ma era massacrante e anche i soldi non bastavano mai. La sera Federico si addormentava spesso guardando il suo angelo.

Era stato un regalo di sua nonna, e lui ne era ormai il custode: l'angelo li avrebbe aiutati e li avrebbe salvati dalla miseria. Il pupazzo, appunto il suo angelo, aveva i capelli d'oro e vestiva una tunica bianca con gli orli celesti. Aveva due occhi tondi, grigi, e due braccia piccole ma resistenti, resistevano a tutte le sollecitazioni di Federico. Lui suonava il basso, e si chiedeva spesso quale poteva essere la musica che sarebbe piaciuta a suo padre. Ogni tanto suonava un motivetto fischiettandolo, ma non c'entrava niente con la musica che invece a lui piaceva molto. Però era sicuro che, se solo l'avesse sentita, il suo cuore l'avrebbe subito riconosciuta. Mentre era preso da tutti questi pensieri bussarono alla porta. Andò ad aprire. Era sua zia Genny che veniva ad accertarsi che stesse bene. «Hai bisogno di qualcosa, amore di zia?» gli chiese, la faccia piccola e intirizzita, le mani erano coperte da guanti di lana viola, e la testa era coperta da un cappellino di lana coloratissimo, infagottata per il troppo freddo. Il vento continuava a soffiare gelido, e la pioggia non voleva saperne di smettere, questa situazione annunciava che il Natale era ormai prossimo. «No, grazie zia, sto guardando la TV.» La zia preoccupata disse: «Hai mangiato qualcosa?» Lui rispose sorridendo: «Sì, ora aspetto che torni la mamma per la cena.» «Ma vuoi venire da noi, così giochi con Mattia?» «No zia, devo finire di fare un compito per domani.» La zia rimase stupita... «Ma non avete le vacanze? Devi ancora andare a scuola?»

«Sì zia, domani è l'ultimo giorno.» «Federico, se hai bisogno di qualcosa fai telefonare da tua nonna ok?» «Zia, credo che questa notte rimanga nonna con noi, non preoccuparti «Si, lo sapevo, tua madre mi aveva già telefonato.» «Grazie zia e salutami zio e Mattia, tanto ci vediamo in questi giorni di festa.» «Mi raccomando non uscire.»

«Zia, dove devo andare? Fuori c'è un temporale e io me ne sto qua al caldo con nonna.» Zia Genny approvò. «Mi raccomando, se avete bisogno chiamatemi.» Federico annuì, accompagnò la zia alla porta e salutandola ritirò la testa dentro, ma la maniglia gli sfuggì di mano e la porta si richiuse con molta forza, facendo tremare la finestra della cucina.

Federico rimase fermo, si strofinò le mani, andò in cucina e si sedette al tavolo tondo. Riempì una tazza di latte caldo che la nonna aveva preparato, e si mise a mangiare dei biscotti. Quando fu sazio, andò nella stanza da letto per guardare la televisione. Sua madre aveva detto che sarebbe arrivata verso le nove, giusto il tempo del viaggio in bus.

Federico voleva vedere un programma per ragazzi prima di terminare il compito, ma la televisione non si vedeva bene, il maltempo forse aveva spostato un po' l'antenna, e certo non poteva salire sul tetto a sistemarla. Pensò di chiamare suo zio Desiderio, il marito di Simona, l'altra zia, ma non voleva sentirsi come uno di quei bambini abbandonati che a ogni ostacolo cercavano aiuto.

 

Allora decise di spegnere la televisione, mentre la notte iniziava a scendere. Il vento aumentò e ululava, si fermò pensando alla frase che suo padre gli diceva sempre quando il tempo era così: “Bisogna rispettarlo...”. Federico non capiva, e quando gli aveva risposto che il vento procurava danni, suo padre si era messo a ridere. Federico lo ricorda così, con gli occhi semplici e aperti che sorridevano sempre.

Tornò nella camera, stare in casa con la nonna senza far nulla gli faceva venire voglia di dormire. Pensò che forse era meglio andare sul suo letto ad accucciarsi sotto le coperte, la nonna era in cucina intenta a preparare la cena. Sarebbe rimasto al caldo fino a che non fosse arrivata sua madre. Si mise sotto le coperte e si girò verso il suo pupazzo.

Non lo vide, il panico iniziò a salire, lo cercò meglio sul comodino, e dopo un po' si accorse che era disteso sul pavimento. Sgusciò fuori dal letto, lo raccolse e vide che le braccia si erano staccate. Le ritrovò sotto il letto. Rimase con il pupazzo in mano, a guardare la finestra, oscurata dal buio della notte.

 

Anno pubblicazione

2020

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