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Martina Benvenuti

L’ANELLO ROSSO

L’ANELLO ROSSO
Prezzo 14,00

DISPONIBILE DAL 10 NOVEMBRE 2021

 

Achille Desideri è uno sfrontato e seducente manager pubblicitario, a capo di un’importante agenzia milanese. La sua vita è tutto un susseguirsi di successi, nel lavoro che gli frutta un bel po’ di quattrini e con le donne che cedono facilmente di fronte alla sua bellezza ed eleganza. Eppure dietro questa facciata splendente, come ogni narciso che si rispetti, Achille nasconde dei trascorsi dolorosi. Durante una delle sue scappate al paese di origine incontrerà Emilia, una bellissima ragazza diciannovenne ex atleta e brillante studentessa ma, anche lei, con un trauma alle spalle da superare.

Primo capitolo

- 1 -


10 maggio 2018
I colori dell’alba rendono affascinante qualsiasi paesaggio, anche quello grigio e uniforme di Milano.
Da qui scorgo appena un pezzetto di cielo, disegnato di rosa. Sono tre anni che dalla grande vetrata del mio soggiorno questo scorcio mi dà il buongiorno. All’inizio provavo a infilarci tutti i ricordi di casa mia, quella vera, la campagna toscana di quando ero bambino, ma non ci sono mai entrati tutti.
Pian piano poi ho cominciato a chiamare casa questo attico. La cornice della mia vita attuale è il suo stile sobrio e impersonale.
Sono felice?
Me lo chiedo ogni tanto.
Vediamo.
Ho 26 anni e da due sono proprietario di una delle più famose e ambite agenzie di pubblicità di Milano. Si chiama “Ade”. È il mio bellissimo inferno. In effetti chi vuole me deve vendere un po’ della sua anima al diavolo. E poi mi chiamo Achille Desideri. “Ade” ce l’avevo già nel nome.
Allora quindi sono felice?
Un fruscio di lenzuola di seta scuote il mio rimuginare.
Mi volto. Una rosea nudità si stropiccia sul mio letto.
Katrina o Karina non m’interessa la differenza?
Dopo la sfilata di ieri sera le ho fatto assaggiare un po’ del calore delle mie fiamme. Ora non mi piace più l’effetto cromatico che produce la sua pelle così chiara contro la seta antracite del mio lenzuolo. Noto sempre gli accostamenti di colore. In effetti non porto i giusti colori nel mio letto da molto tempo. Troppo.
Mi alzo e vado a preparare un cappuccino. Glielo lascio sul comodino. Scosto la tenda, in modo che la prima luce del giorno ferisca il suo sguardo e poi vado alla scrivania e scrivo il solito biglietto che appoggerò sul vassoio.
«Sei stata fantastica… ti chiamo io.»
La prima cosa non è vera e la seconda non succederà.

Esco, così da non vederla mentre se ne va. Non ne ho voglia. Mi piacciono gli inizi, non le fini.
Accendo le cuffie, play sui Queen. Direzione Piazza Firenze e parco. Qualche passo di riscaldamento e poi inizio a correre. Più tardi Claudio mi parlerà del nuovo cliente. Si tratta di un grande produttore di mele del Trentino. Le pubblicità dei prodotti alimentari sono insidiose. Quindi mi piacciono. Ferma a un semaforo rosso, una donna mi guarda dal finestrino del lato passeggeri. Accanto a lei un uomo dallo sguardo inutile tiene il volante in modo svogliato. Scatta il verde, la macchina riparte e la donna lascia scivolare il suo sguardo troppo a lungo su di me, facendo trapelare la fantasia che si è fatta. Sorrido compiaciuto e controllo sull’iWatch le pulsazioni e l’ossigenazione. Penso a quanto ci metterò alla fine a vendere la villa di Fucecchio, la grande dimora Desideri che dalla Torre guarda benevola verso il Padule. Sono cresciuto lì, nella città di Indro Montanelli e da quando ho deciso di liberarmi della mia casa natale, la mia agente immobiliare mi chiama una settimana sì, una no, per propormi acquirenti che però non vogliono mai adeguarsi al prezzo di vendita e propongono ribassi ridicoli. Ora invece pare che sia arrivato quello giusto e lo devo incontrare.
Carla e suo marito Franco, che si occupano della manutenzione della villa e abitano da sempre nella dependance, mi aspettano impazienti per oggi pomeriggio. Carla avrà sicuramente pulito ogni stanza in maniera impeccabile, il giardino sarà un trionfo di margherite in questi primi giorni di maggio e Franco, falciando il prato, ne avrà salvate il più possibile per stupirmi. Nessun nuovo proprietario potrà cacciarli o licenziarli. Sperano che io ci ripensi, ma non sarà così. Carla poi non si staccherebbe mai da me, soffre che io sia qui, da brava tata qual è stata.

Quando rientro nel mio appartamento sono le 8.
Karina-Katrina-Corinna è andata via.
Mi faccio una doccia bollente. Amo la sensazione dell’acqua molto calda sulla pelle: i muscoli si rilassano e si arrossano ed è come se facessi una doccia e una sauna contemporaneamente. Mi asciugo in fretta. Getto sul letto tutti i possibili accostamenti cravatta-camicia, giacca-pantaloni. Sistemo jeans e dolcevita in valigia, indosso camicia azzurra con polsini rigorosamente cifrati Ermenegildo Zegna, completo blu Armani e cravatta bluette con micro fantasie. Mi guardo riflesso da ogni angolazione possibile. Il mio guardaroba sembra una di quelle stanze magiche dei Luna Park. Solo che qui non mi deformo.

L’ADE è in corso Sempione, poco lontano da casa. Varco la soglia del mio ufficio alle 9 in punto.
Elena mi accoglie come sempre e più tardi mi saluterà come al solito, con quel sospiro trattenuto, la bocca sottile che si schiude leggermente e quella esitazione che nasconde la speranza di un invito a bere qualcosa o cenare insieme. Le voglio bene, non voglio perderla e quindi la rispetto senza nessuna illusione. E poi non ha il fluido. Non mi cattura.
«Buongiorno capo, dormito bene?»
La mia fuga di ieri sera con la sventola dalla chioma fulva non è passata inosservata.
«Diciamo che non ho dormito per niente» le rispondo stando al gioco «è incredibile come certe modelle denutrite riescano a prendere tanto spazio nel letto e, se il tuo scopo non è quello di dormire romanticamente avvinghiato a loro, non ti resta che svignartela nello studio a lavorare un po’ di notte.»
«Ecco il tuo cappuccino che ti farà tornare di buon umore.» È contentissima che ogni mio appuntamento si riveli disastroso e non abbia nessuna speranza di ripetersi. Lo so.
Mi siedo alla scrivania ed esamino i bozzetti di Claudio. Non c’è niente che mi entusiasmi, abbiamo bisogno di un’idea un po’ più trasgressiva, se ho ben interpretato le richieste del cliente. Siamo reduci da una gigantesca campagna di promozione per la metropolitana commissionata dal Comune di Milano e Claudio non ha ancora ripreso le forze.
Entra nel mio ufficio e mi incalza:
«Lo so, lo so, niente di buono! Ma ho ancora le formiche nella testa e se penso alle mele mi vengono in mente solo i bruchi...»
Abbiamo passato mesi a creare cartelli pubblicitari pieni di formiche: formiche che vanno al lavoro in giacca e cravatta, formiche che passeggiano nei parchi, formiche che accompagnano i bambini a scuola. I nostri fumetti con le formiche hanno tappezzato i muri di Milano facendo crescere curiosità e aspettativa, fino a che abbiamo svelato l’antifona: il mondo sotterraneo delle formiche efficienti e operose era quello della metro e il loro brulicare avveniva sotto i nostri piedi. Quindi siamo esplosi con il nostro slogan, invitando tutti i milanesi a essere formiche, gridando “BE ANT!” in ogni angolo della città.
«Ti lascerò in pace per qualche giorno, perché mi tolgo dalle scatole. Torno a Fucecchio, credo di rientrare a metà della prossima settimana, quindi rilassati, fatti qualche modella e torna in te!»
Claudio alza il pollice mentre se ne va facendo un finto inchino.
Supervisiono tutti i lavori di cui ci stiamo occupando, in particolare il sito web di un famoso ristorante con una stella Michelin che vuole lanciarsi nel delivery di lusso. Dovrei ricevere in giornata i campioni del packaging, li vedrò in call con Elena.
Intorno a mezzogiorno saluto tutti. Elena mi porge la giacca, mi liscia il colletto con fare materno e mi guarda intensamente.
«Chiamami per qualsiasi cosa» le dico, come sempre senza dare spazio alle sue speranze.

Mi lancio in autostrada con la mia BMW serie 8. I colori della città spariscono velocemente alle mie spalle, lasciando il posto alla campagna. Tra qualche ora vedrò apparire le dolci colline toscane, con i fianchi sinuosi come quelli di una donna procace, i verdi prati e la geometria dei campi coltivati con ordine e sapienza. Mi sono sempre piaciuti i miei paesaggi, le masse di colore che alternano l’oro delle messi al verde dei boschi, delle viti e degli uliveti. I casolari e le belle ville con i filari di cipressi che costeggiano i viali d’ingresso. Nessuno conosce questa parte romantica di me.

È metà pomeriggio quando imbocco il viale di Villa Desideri. Carla e Franco hanno lasciato il cancello aperto. Li vedo sul selciato davanti alla limonaia.
«Achille, tesoro mio! Come sei bello, fatti guardare!»
La prendo in braccio e, minuta com’è, le faccio fare una giravolta che la stordisce.
«Birbante che non sei altro… mettimi giù... sono vecchia, mi fai girare la testa!»
Non è affatto vecchia, è una donna sulla sessantina, ben curata, ma è talmente esile che ho paura davvero di romperla. Saluto Franco con un abbraccio e una bella stretta di mano.
«Allora, come va all’Inferno?» mi chiede mentre prende la mia valigia dalla bauliera.
«Direi bene, finché continuo a fare soldi!» gli rispondo mentre ci incamminiamo tutti insieme dentro casa.
«Ti ho fatto le lasagne al ragù» mi dice Carla strusciandomi delicatamente il braccio.
«Oh, lo avevo indovinato dal profumo.»
«Ora vai a sistemarti, ti ho preparato la camera celeste come sempre e intanto inforno la crostata con la marmellata di fichi.»
«Mi vedi deperito?»
«No, sei bello da morire e in perfetta forma, ma vorrei coccolarti un po’, finché non troverai qualcuna che lo fa al posto mio!»
“Siamo molto lontani da questo” vorrei risponderle, ma mi limito a schioccarle un bacio e mi allontano per gironzolare un po’ per casa mia.
Dall’ampio salone d’ingresso, dove troneggia la grande scala di marmo rosato che porta al piano superiore, passo alla zona giorno calda e accogliente. Rivedo ancora mio padre che legge la Gazzetta dello Sport sul divano bianco, davanti al camino, mentre mia madre gli parla a raffica dalla cucina, muovendosi freneticamente avanti e indietro dai fornelli alla sala da pranzo. Allora mio padre, chiaramente disturbato, mi lancia uno sguardo complice mettendosi l’indice sul naso, si alza in silenzio e sgattaiola nella veranda sul retro, mentre lei, ignara, continua a parlare. Lì si siede sul dondolo nell’angolo e, dalle colonne incorniciate di bouganville violette, ammira il suo magnifico giardino, orgoglioso dei suoi alberi da frutto molto produttivi e inebriato dal profumo delle magnolie e dei ciclamini che circondano il vecchio pozzo.
Più avanti c’era la mia zona giochi con un campetto da calcio personale per gli allenamenti con gli amici e la piscina che ha ospitato bellissime feste ai tempi del liceo.
A proposito, devo chiamare la professoressa Anselmi. Tempo fa mi aveva chiesto di tenere una lezione ai suoi studenti di quinta sulle tecniche della comunicazione pubblicitaria. Prendo il cellulare e mi affretto a mandarle un sms. La mia vecchia e amata professoressa ha ancora il cellulare a tasti e quindi non sa cosa sia WhatsApp!
“Il Pelide alla sua Ftia è ritornato
e di vederla sarebbe onorato”.
Le scrivo in rima giocando, come sempre facciamo, sul mio nome e gli scontati riferimenti all’Iliade e aspetto una risposta tempestiva. Infatti, mentre mi aggiro per il giardino della villa leggendo alcune mail, eccola che arriva:
“Del tuo ritorno sono lieta, oh piè veloce!
E vorrei presto udire la tua voce
che istruisce i miei alunni diplomandi
su quali sian del tuo mestiere li comandi!”.
Ci organizziamo per sabato mattina alle 9 al Liceo Checchi, questa lezione sarà un altro tuffo nel passato, ma glielo devo.
Rientro in casa e vado a sistemarmi nella camera celeste. Non sopporterei di dormire nella mia cameretta da adolescente, col letto bastardo e il poster dell’Italia vincitrice dei Campionati del Mondo del 2006 e nemmeno nella camera padronale dei miei genitori. Quindi ha scelto Carla per me. La camera celeste è deliziosa, ha uno spiccato gusto provenzale. Carla ci mette del suo con i fiori freschi, il bagnoschiuma alla lavanda e altre accortezze che mi fanno sentire all’Hilton.
Controllo il mio iPhone. Nuovo messaggio di Barbara Corsi, l’agente immobiliare, che mi conferma il nostro appuntamento con il cliente per domani mattina, intorno a mezzogiorno. Se avessi potuto gestire le trattative da Milano, in videoconferenza, l’avrei fatto, ma a quanto pare il mercato immobiliare conta ancora sulle strette di mano.
Mi concentro sul profumo della crostata, che adesso sovrasta quello del ragù.
«Si mangia?» domando sfrontato scendendo le scale e andando verso la sala da pranzo. Ho insistito per cenare con Carla e Franco, non voglio restare da solo in villa.
«Tutti a tavola!» esclama Carla facendomi cenno di sedermi accanto a lei.
La cena è deliziosa e molto piacevole, si parla del più e del meno e si ride molto. Dopo la morte di mio padre e la chiusura dei rapporti con mia madre, Carla e Franco sono le uniche persone che mi hanno restituito un po’ del calore familiare perduto.
«La signora Anna mi ha chiamato oggi, le ho detto che tornavi per occuparti della vendita e mi è sembrata sorpresa» dice Carla guastandomi l’ultimo boccone di crostata. «Comunque stai tranquillo, non si azzarderebbe mai a venire quando sa che ci sei tu, ha sempre rispettato il tuo volere.»
«Via, non rivanghiamo brutte storie! Carla, andiamo di là e lasciamo che Achille vada a riposare, avrai tempo ancora qualche giorno per coccolartelo» dice Franco interrompendo per fortuna la china che stava per prendere il discorso.
Ogni volta che resto da solo nella villa, tutto di quella sera è ancora vivido: il rantolo di mio padre disteso nel letto, l’odore acre del disinfettante appena usato per l’iniezione di morfina e la nota dolciastra del suo profumo Cristian Dior ancora viva sulla pelle. Rivedo l’infermiera che gli accarezza la tempia e asciuga un filo di saliva col fazzoletto. Sono consapevole che se ne sta andando, ma non riesco a smettere di guardarlo. Gli tengo stretta la mano e mi sento perduto; poi mi alzo per aprire la finestra e scacciare la scia di morte che sta vagando minacciosamente. È settembre, pochi giorni dopo il mio diciannovesimo compleanno. Quando torno al suo capezzale, lui reclina la testa verso di me. Sono impaurito, piango e lo stringo finché l’infermiera dolcemente mi invita ad alzarmi e chiamare mia madre al piano di sotto. Se n’è andato.
Mentre scendo le scale mi sento mancare, le gambe mi cedono, non ho mai provato un dolore così grande: Aldo Desideri, la mia persona, la mia guida, non c’è più. Quando arrivo traballante in soggiorno, la vedo appoggiata al muro, lui la bacia con avidità, lei lo tiene per i capelli, ma non lo sta respingendo, lo desidera e non si accorge di me.
Il cellulare squilla.
«Ehi, straniero!» dice la voce di Elena dall’altra parte «Come va nella tua amata campagna?»
«Ho appena fatto la migliore cena degli ultimi sei mesi, non c’è ristorante di Milano che tenga il passo di Carla.»
«Uhm, beato te! Io invece sono sola col mio sushi take away, però sto bevendo uno Chardonnay niente male. Ti ho mandato le foto dei prototipi. Sono arrivati nel pomeriggio e mi sembrano carini. Il beige e il tortora sono azzeccati, io suggerirei di inserire una banda nera e di fare le scatoline un po’ più grandi.»
Controllo.
«Sì, buona idea quella del nero, ma devi chiamare e dire che la chiusura non va bene, è troppo da pasticceria, di’ a Marta di occuparsene. I sacchetti sono buoni invece, molto essenziali e il materiale è fantastico, sembra plastica ma è completamente biodegradabile.»
«Mi manchi già, quando il gatto non c’è lo sai che i topi ballano» continua Elena con un tono un po’ troppo intimo.
«Sono sicuro che riuscirai a tenere tutti a bada, ho grande fiducia in te!» dico deciso. «Ah,» aggiungo, «dovresti mandarmi il pezzo che avevo scritto per Il sole 24 ore sulle strategie pubblicitarie. Sai, devo tenere una lezione a dei ragazzi di quinta liceo!» e mi sfugge una risata.
«Wow professore, niente male! Te lo mando domani anche se, con una quinta, potresti andare a braccio senza preparare niente, non credi?»
«Sì, credo di riuscire a incantare dei diciannovenni abbastanza facilmente, ma tu manda comunque.»
«Ok prof, allora buonanotte» aggiunge senza nessuna voglia di riattaccare.
«Ciao Elena, a domani.» Lo faccio io per lei.

Anno pubblicazione

2021

Pagine

160

Formato

14x20

ISBN

978-88-9347-166-4

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