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Giusi Maiuolo

La scelta giusta

La scelta giusta
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La scelta giusta Prezzo finale dell'Ebook 3,49

La vita non è facile per nessuno, i problemi ci sono e anche tanti ma l’amore ci dà speranza. Tutto ruota intorno all’amore: per la propria famiglia, per gli amici, per una persona speciale, per il proprio lavoro. È questo il mondo con cui ha a che fare la protagonista di questo romanzo, Roberta, che affronterà tutti gli ostacoli ma mai da sola.

Primo capitolo

Capitolo 1

 

«Mi presento, sono Roberta Forti, ho ventinove anni e faccio la speaker radiofonica da circa dieci. Ho iniziato la mia carriera quando ne avevo diciotto e non ho mai desiderato fare altro. Confucio diceva “scegli il lavoro che ti piace e non lavorerai un solo giorno in tutta la tua vita”, io l’ho fatto e per questo mi ritengo fortunata. Senza però tergiversare più di tanto vi rendo partecipi del fatto che questo è il primo programma basato su un format da me ideato. Ho deciso anche di condurlo. Fortunatamente non sono sola, qui con me ci sono due fantastici speaker: Sam e Tom.»

«Ebbene sì, sono Tom e vengo da…»

«Non interessa a nessuno da dove vieni, …io sono Samantha, ma per voi sarò Sam.»

«Ragazzi non mi fate ritirare quello che ho appena detto.»

«Certo che no, dicci il nome che hai scelto per questo programma.»

«Sono contenta che tu lo abbia chiesto Sam.»

«Ma glielo avevi detto tu di chiedertelo» intervenne Tom

«Tom, quelle si chiamano prove.»

«Ragazzi, ho già capito che sarà un’impresa lavorare con voi,comunque state seguendo “Se non ci senti te ne penti” con voi dalle sette alle otto del mattino. State andando al lavoro? Siete diretti a scuola? Non avete niente da fare? Restate sintonizzati con noi, altrimenti…»

«Ve ne pentirete» esclamammo tutti in coro.

«Siamo fuori onda, bravi ragazzi, per essere la prima puntata penso non stia andando male.»

«Sam,vedi che non sono scemo, so che era tutto organizzato, ma la prossima volta non voglio fare la figura dell’idiota» commentò Tom.

«Ma smettila!» rispose zittendolo.

«Ragazzi, tra dieci secondi riprendiamo» interruppe il tecnico.

«Bene, rimettiamoci le cuffie.»

«Tre, due, uno.»

«Avete ascoltato un gruppo locale.»

«Stupendi veramente questi qua!»

«Questi qua hanno un nome, sono i Deep Blue.»

«Era l’energia che ci voleva per cominciare la giornata. Roberta, spiega ai nostri ascoltatori il format del nostro programma. Di cosa parleremo?»

«Io, Sam e Tom inizieremo con un argomento da voi proposto.»

«Come possono farlo Tom?» domandò Sam rivolgendosi al nostro collega.

«Ti spiego subito Sam, i nostri ascoltatori potranno chiamarci o inviare sms oppure partecipare tramite WhatsApp, Telegram, Facebook o Instagram.»

«Quindi per i vostri apprezzamenti o le vostre critiche c’è il numero 1123581321.»

«C’è anche la possibilità di commentare direttamente sul sito della radio www.radioamare.it

«Telefonando avrete diritto a una t-shirt con la mia faccia e il mio autografo…»

«Sta scherzando, riceverete dei gadget ma non c’è la sua faccia stampata…Tom vedi che minacciando gli ascoltatori non funzionerà» disse Sam con aria divertita.

«Cari amici, vi assicuro che sono veramente bello» continuò Tom imperterrito.

«Alcune volte certe cose è meglio pensarle che dirle, io so di essere bella ma non vado a vantarmene con tutti» ribatté Sam.

«Lo hai appena fatto!»

«Data la piega che sta prendendo, è brutto secondo voi lasciare il programma a mezz’ora dal suo inizio e del suo primo giorno di messa in onda, anche se ne sono l’ideatrice? Ho il tempo di una canzone per pensarci. Questi sono i Fantastici tre.»

Si accese la lucina verde il che voleva dire in onda tra tre, due…

«Ecco che arrivano i primi messaggi: JeyJey da dietro l’angolo.»

«Poteva anche venire a trovarci, è dietro l’angolo!» dissi io.

«Penso più che non abbia voluto dire da dove venisse.»

«Come sei arguto Tom» esclamò sarcastica Sam.

«Forse è meglio che stia zitto per un poco, non è che stia facendo una bella figura.»

«Allora, JeyJey scrive: mi piacciono le vostre voci ma mi sono sintonizzato da poco è non ho capito come sarà il programma. Non ti preoccupare JeyJey, adessoTom ripeterà tutto da capo.»

«Davvero? Grazie, carissimo ascoltatore…»

«Sii meno diplomatico» consigliai.

«Amico mio…»

«Adesso un po’ di più…»

«Caro JeyJey…»

«Perché ti sei fermato?»

«Pensavo mi avresti interrotto di nuovo.»

«No, va bene, continua.»

«Allora, nel caso in cui non ci siano telefonate o messaggi abbiamo una nostra scaletta da seguire e non avremo problemi a tenervi compagnia. In caso contrario, sarete voi a proporre argomenti o telefonare per raccontarci qualcosa. Anche i vostri problemi, quelli che vi assillano e per cui non avete una soluzione.»

«Esatto! Noi proveremo ad aiutarvi, cercando una soluzione o semplicemente regalandovi un sorriso, che non guasta mai.»

«Bene, abbiamo qualcuno in linea.»

«Chi parla?»

«Sono Adele, ho 15 anni e vorrei farvi una domanda.»

«Giovanissima! Dicci pure, siamo a tua disposizione.»

«È vero che un sorriso non guasta mai. Io vorrei essere più felice. Ho l’impressione che gli altri siano più felici di me, sembra che io abbia sempre un problema, di quelli che non riesco a sbrogliare e gli altri di problemi nemmeno l’ombra.»

«Oh partiamo con un pensiero filosofico, bene» osservai

«Innanzitutto hai solo quindici anni e non penso che i tuoi problemi siano irrisolvibili» cominciò Sam.

«In realtà» intervenne Tom «in realtà è sbagliato pensarla in questo modo. Ognuno recepisce i problemi in base alla propria età, al suo carattere e quindi un problema che per un quarantenne non è un problema, per un quindicenne lo è eccome.»

«Ben detto Tom! Vedi Adele, la verità è che non è vero che gli altri non hanno problemi, perché se ci pensi gli altri siamo noi. Chi ti dice che io dietro alla mia voce solare non stia nascondendo qualcosa? Il punto è che non bisogna pensarci più di tanto, perché se è rimediabile prima o poi la soluzione si trova, altrimenti bisogna imparare a conviverci ed essere felici per tutto il resto.»

«Bello, mi piace» esclamò Tom. «Avere problemi, ed essere felici per i non problemi.»

«Che ne dici Adele, ti è piaciuta come risposta?»

«Sì, grazie a tutti e tre e comunque io vorrei davvero la maglietta con la faccia di Tom, sono andata sul suo profilo Instagram ed è davvero carino.»

«Grazie tesoro, te la invierò personalmente con tanto di autografo» disse Tom soddisfatto.

«Ciao.»

«Avete visto che ho una fan.»

«Ma chi era tua cugina?» domandò Sam.

«Ma dai!»

«Non ci crederete ma mancano solo dodici minuti alla fine di questa ultima prima puntata.»

«Vi lasciamo con una carrellata di canzoni.»

«A domani con “Se non ci senti te ne penti”.»

Alla fine di ogni puntata, solitamente, si rimane a preparare la scaletta per il giorno successivo, ma essendo un nuovo programma mi ero assicurata di avere tutto pronto, almeno per la prima settimana.

«Grande ragazzi, sono distrutta, ero troppo tesa, e di’ grazie a tua cugina per aver chiamato.»

«Anche tu Roberta, non era mia cugina, non la conoscevo!»

«Attendiamo i risultati degli ascolti e vediamo se ci permettono di continuare. A domani.»

«Ciao ciao.»

Avevo il pomeriggio libero e ne approfittai per fare un po’ di shopping. Feci un giro e trovai un vestitino a prezzo stracciato, troppo bello per non essere comprato, ma per il resto non trovai altro, forse perché non cercavo nulla in particolare. Decisi allora di cambiare obiettivo: reparto tecnologia, il mio preferito. Volevo acquistare un tablet, così da essere al passo coi tempi dato che il telefono di cui disponevo e di cui non avevo intenzione di fare a meno lo avevano anche i Flintstones; ma che ci potevo fare, ci ero affezionata, funzionava e volevo tenerlo. Mi fermai davanti alla vetrina che esponeva un tablet: 10 pollici, memoria 64 giga, wi-fi, lettore sd-card e chi più ne ha più ne metta, il tutto a 199,99 euro. Ho sempre odiato questi prezzi. Entrai e chiesi alla commessa che invece di chiarire qualche caratteristica tecnica del dispositivo mi chiese il colore che preferivo. Scelsi il nero, sempre elegante e mai banale. Soddisfatta del mio acquisto rientrai a casa e cominciai a configurarlo; non lessi neanche le istruzioni perché, nonostante il mio telefono, io e la tecnologia viaggiamo insieme, anche se quella veramente portata in famiglia era mia sorella, sempre propensa a informarsi e a tenersi aggiornata su tutto. Quanto mi mancava quella parte di lei…

Ero talmente presa dai miei pensieri che passò un po’ di tempo prima di sentire il citofono suonare insistentemente. Ma chi sarà. Era quasi ora di cena, non aspettavo nessuno.

«Chi è?»

«Amore sono io. Ti sbrighi? È una vita che aspetto.»

«Ti apro subito.»

«Ciao Marco, non ti aspettavo, pensavo fossi ancora a lavoro.»

«Infatti, più tardi devo incontrare un cliente. Siccome è qui vicino ho approfittato per salutarti.»

«Grazie amore, stavo per cucinare qualcosa, vuoi unirti a me?»

«No no! Sappiamo entrambi come cucini, preferisco andare all’Atelier del gusto, vuoi venire?»

«Non cucino così male come dici tu.»

«Sì, hai ragione, ma io sono cresciuto con cibi più raffinati»

«Allora vai al ristorante, io non ho il coraggio di cucinare quelle povere aragoste, è così crudele.»

«Dai! Vieni con me» disse interrompendomi.

«Va bene, andiamo», presi il cappotto.

«Vieni vestita così?»

«Così come, cos’ho che non va?» Lo odio quando fa così, ho un completo giacca e pantaloni beige e scarpe con il tacco nere.

«Un abito sarebbe più consono.»

«Guarda, ho cambiato idea.»

«Vabbè vieni anche così, non fa niente» acconsentì con tono poco credibile.

«No, ho cambiato idea, sono anche un po’ stanca, ci vediamo più tardi se passi.»

«Farò il possibile altrimenti ti chiamo. Ciao.»

«Ciao» gli diedi un bacio per salutarlo.

Come sempre faccio io il primo passo, mai che sia lui ad avvicinarsi o a chiedermi come sto. Ha sempre in mente il suo lavoro o qualcosa altro, mai me. Non era così quando ci siamo conosciuti. Fisicamente è un bell’uomo, ha otto anni più di me, è un avvocato di successo e mi ha corteggiato per due mesi prima che io accettassi un suo invito. Avevo ventitré anni quando ci siamo conosciuti e ora ne ho ventinove. Sono sei anni che stiamo insieme e da quando ha ottenuto una promozione, un ufficio tutto suo e un team di quattro persone sotto il suo controllo è diventato ingestibile. Sono due anni che è altezzoso, stressato e non mi dedica più molte attenzioni. Lavora giorno e notte. Va bene lamentarsi di come cucino, lo so anche io che i miei patti non sono il massimo, ma criticare anche il mio abbigliamento mi sembra esagerato. Qualche giorno fa ho sentito un’amica al telefono e mi ha detto che se comincio a parlare così vuol dire che ormai è tempo di lasciarlo, ma io non me la sento. In fin dei conti nei momenti difficili c’è sempre stato e non penso che la nostra relazione sia peggio di altre. Mi misi al computer e cercai di buttare giù qualche idea per la radio passando così la mia serata, sperando che Marco ripassasse o telefonasse. Ma niente. Guardai l’orologio, erano le undici e mezza passate, decisi di andare a dormire. D'altronde domani era un altro giorno.

L’indomani mattina arrivai nello studio e i miei colleghi erano già seduti con facce tutt’altro che allegre.

«Ma che succede?»

«Abbiamo i risultati e gli ascolti non sono andati bene.»

«Veramente?» mi sedetti lasciando cadere la borsa ai miei piedi. «Ma come è possibile?»

«Il direttore ha detto che se non riusciamo a fare qualcosa nel primo mese ci fa chiudere baracca e ci sostituisce con dei cretini che…»

«Calma calma, troveremo un modo.»

«Ma tra venti minuti si inizia…»

«Per oggi lasciamo stare. Ci pensiamo dopo la diretta.»

Il tempo passò in un attimo, ma non ci furono telefonate interessanti e tali da aumentare gli indici di ascolto. Leggemmo qualche messaggio, che a dire la verità non era tanto positivo, per far capire la nostra obiettività.

Dopo la diretta ci riunimmo per discutere sul da farsi. Eravamo seduti a un tavolo con il caffè e un bloc-notes che aspettava di essere riempito con idee brillanti che potevano dare un po’ di brio al programma, ma esse tardavano ad arrivare. Erano già le quattordici e riuscimmo ad accumulare solo idee già viste, o meglio, sentite. Senza parlare poi delle proposte stravaganti diTom.

«E se…?»

«Se dici ancora una cavolata che riguarda mutanti, alieni e roba varia, domani farò aumentare gli ascolti con un omicidio in diretta.»

«Così sei cattiva però» replicò Tom sorridendo.

Li guardai, sorrisi anche io. Erano davvero una bellissima coppia. Erano sempre di buon umore e si guardavano come se si fossero appena conosciuti. Io era da tanto che non mi sentivo così con Marco.

«A cosa stai pensando?» chiese Tom interrompendo i miei pensieri.

«A niente.»

«Dai, a noi puoi dirlo, dobbiamo essere una squadra.»

«Stavo pensando che voi due insieme siete proprio carini.»

«Che dolce che sei!» disse Sam abbracciandomi.

«Dai, non tergiversiamo, che possiamo fare? Forza. Idee! Idee!» dissi sbattendomi il bloc-notes alla fronte.

«Se fai così idee non te ne verranno di certo.»

«Sono le quattro del pomeriggio. Non possiamo restare chiusi qui. Se sto qui ancora un po’ finisco con l’impazzire. Sai che facciamo? Usciamo!» disse Samantha

«Prendiamo un caffè al bar qua di fronte.»

«Anche se devo finire ancora questo?»

Tom allungò il braccio, prese il caffè e fece una tirata svuotando il bicchiere.

«Ora andiamo?» domandò Tom rivolgendosi a me.

«All’aria aperta si ragiona meglio» disse Sam facendo un respiro profondo e allargando le braccia.

«Vedi che siamo in città, stai respirando smog» osservai scettica.

Ci sedemmo sotto una veranda allestita all’esterno del bar, c’era parecchia gente e invece di parlare di lavoro cominciammo a discutere di come è vestito tizio, di come cammina caio e così via.

«Ma hai visto che occhiali ridicoli.»

«Quel colore poi.»

«Ma quelle sono mamma e figlia?»

«Oh mio Dio, leggings stretti e leopardati su due fisici completamente diversi ma nessuno dei due adatto ai loro corpi.»

«Guarda i capelli di quel ragazzo» disse Tommaso seduto di fronte a me.

«Dove?»

«A ore 12.»

Fui costretta a girarmi.

«Ma non ha capelli quello.»

«Hai visto il lato sbagliato, ha i capelli lunghi solo su metà volto, e l’altra parte è pelata. Se noti ha anche la barba solo da un lato.»

«È un mito, non avevo ancora visto nessuno con questo look» disse Samantha.

«Dai smettiamo di spettegolare, dobbiamo trovare un’idea.»

«Prima o poi ci verrà, ma sapete cosa ho sognato stanotte? È stato un sogno strano» cominciò a raccontare Samantha «mi trovavo su una scogliera, in riva a questo lago e all’improvviso un’onda stava per avvolgermi quando tutta l’acqua si è trasformata in una pioggia di caramelle.»

«Ma certo! Come ho fatto a non arrivarci!»

«Alla pioggia di caramelle?»

«I sogni!»

«Che vai blaterando» chiese Sam.

«I sogni sono la risposta a tutto.»

«Spiegati meglio.»

«Chiediamo ai nostri telespettatori di raccontarci i sogni della notte trascorsa o anche quelli veri, per il futuro. Noi li interpreteremo.»

«Avete visto che l’aria aperta fa bene?»

«Grazie a tutti e due per avermi aiutato» mi alzai per andarmene.

«Di nulla, l’idea l’hai avuta tu» disse Sam.

«Ma tu mi hai portato qua» risposi facendogli l’occhiolino.

«Allora al prossimo caffè.»

«Te ne vai di già?»

«Sì, devo passare in ospedale.»

«In ospedale?» domandarono allarmati.

Mi sfuggì ma ormai era troppo tardi, e inventai una bugia.

«Devo fare un controllo, ma niente di che.»

«Se vuoi ti accompagniamo.»

So che lo avrebbero fatto e quindi tagliai corto dicendo che mi avrebbe accompagnato il mio ragazzo, che tra l’altro non conoscevano. Presi l’auto e in venti minuti arrivai alla clinica privata dove era ricoverata mia sorella. Entrai nella sala d’attesa. I medici e gli infermieri che ormai mi conoscevano, mi salutarono con rispetto e credo anche con un po’ di commiserazione. Arrivai nella stanza, mi sedetti sulla poltrona; cominciai a leggerle un libro, ne portavo sempre uno con me sperando che Sonia potesse ascoltarmi. Passavo tutto il tempo che mi era possibile in quei pochi metri quadri. Solitamente l’orario di visita era la mattina e il pomeriggio dalle quattro alle sette, e dato che la mattina lavoravo, la sera era l’unica alternativa possibile.

Portai con me “Le pagine della nostra vita” di Nicholas Sparks. La lettura era piacevole, il suo modo di scrivere adatto a tutti e la storia travolgente, era uno dei libri preferiti di Sonia. Per riposare la vista, alzai gli occhi e, anche qui, come al bar prima, guardai le persone passare davanti alla porta della stanza. Ma stavolta le commentai tra me e me. L’ospedale è un ambiente che ho sempre odiato, ma che ho imparato ad apprezzare. Qui incontri persone di tutti i tipi, dei personaggi oserei dire. Ci sono le persone con le quali crei un rapporto di solidarietà, che cercano di consolarsi a vicenda e che cercano di andare avanti nonostante tutto, come me, e ci sono quelle scorbutiche che a malapena ti rivolgono la parola e se lo fanno è come se dicessero “ecco ti ho salutato, abbiamo parlato, ora lasciami in pace, non ho bisogno che mi racconti anche i tuoi drammi” e forse non hanno tutti i torti. Nella vita accumuliamo problemi su problemi e ogni volta quello più grave ci fa dimenticare tutti gli altri e ci fa capire che quelli non erano veri problemi, proprio come ho risposto ieri alla ragazza, come si chiamava? Ah! Adele, la non cugina di Tom. Ero a metà del libro quando l’infermiere di turno disse che era ora di andare. Feci cenno di sì col capo e silenziosamente uscii dalla camera e poi dall’ospedale. Entrai in macchina e quel tragitto di venti minuti sembrò un’eternità. Pensavo a tutto e a niente allo stesso tempo. I ricordi si affacciavano uno a uno nella mia mente, si confondevano, si univano per dividersi un’altra volta. Poi tornai in me sperando che quelli non fossero gli unici e gli ultimi ricordi di me con Sonia. Cercai di respirare profondamente per trattenere il pianto, ma non ci riuscii. Sul mio viso scese la prima di un’infinità di lacrime. Non è vero che le lacrime finiscono, io passavo ogni sera di ogni singolo giorno a piangere, come un fiume in piena, di nascosto da tutti e da tutto. Nella camera di Sonia mi facevo forza per lei e perché sapevo che piangendo non avrei risolto nulla; con Marco avevo smesso ormai da tempo di confidarmi, da quando avevo capito che ci stavamo allontanando. Tenevo per me dolori e speranze. Ma è inutile dirlo, le distanze emotive sono quelle più grandi da colmare. Senza parlare poi delle persone che mi conoscono, come Sam e Tom, cui non avevo ancora avuto il coraggio di raccontare la mia vita. Diciamo che mi ero trasferita in questa città proprio per questo, per evitare domande, occhi tristi e commiserazione. In famiglia siamo io e mia sorella. Siamo state adottate da piccoline, io sono la più grande, lei ha due anni meno di me. I nostri genitori adottivi erano in là con gli anni. Mio padre era morto da tempo mentre mia madre era anziana e non aveva più la forza di combattere contro non si sa neanche cosa. Ogni tanto andavo a trovarla, la portavo a fare un giro, ma l’unico posto dove volesse veramente andare era da Sonia. C’era poi un’amica, l’unica con cui non avevo troncato i rapporti perché davvero l’unica che meritasse di essere mia amica, senza pregiudizi e sempre con qualche parola di conforto. Non ci vedevamo tanto, si era trasferita in America, ma ci sentivamo spesso. Finalmente arrivai a casa. Spensi il motore e appoggiai la testa sul volante. Asciugai gli occhi e temporeggiai un attimo prima di entrare in casa.

Anno pubblicazione

2021

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