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Sabrina Leonelli

NOI, I RAGAZZI DALLA PAZIENZA ZERO

NOI, I RAGAZZI DALLA PAZIENZA ZERO
Prezzo 14,00

Anita insegue i suoi diciassette anni protesa a conquistare autonomia e libertà, e a scoprire chi è e soprattutto chi vuole essere: selfie, social e amiche, le parole chiavi di un mondo che viene bruscamente interrotto dall’emergenza Sars-Cov 2.
Vive nella prima zona rossa d’Italia e assiste alla chiusura repentina del suo Paese, mentre l’epidemia si fa pandemia mondiale.
E nel suo di mondo cosa accade?
Catapultata come tutti, da un giorno all’altro, in una nuova realtà, dentro l’inatteso dono del tempo e del silenzio, osserva la vita dalla finestra e dentro di sé, cercando di allearsi con il proprio respiro e non avere paura.
L’attesa e la speranza di giorni nuovi non le impediranno di fare nuove conoscenze, attraverso cui riconoscersi. Mattia e Edoardo, due fratelli diversi per tanti aspetti, ma parti di un’unicità che la attraversa, faranno un pezzo di strada con lei, lungo il cammino che la porterà a diventare grande. La scoperta della musica come antidoto alla paura, come lente sul mondo e come fonte di emozioni con cui colorare la vita e darle significato. La sfida è in atto per recidere ciò che ostruisce la via del futuro, che l’incombere del virus scompagina e rende tortuosa, ma che lastrica il suo presente di oggetti magici, come avviene nelle fiabe, e di uno sguardo nuovo con cui guardare e affrontare con coraggio prima di tutto se stessi.

Primo capitolo

CAPITOLO 1


“Oh! Certo che sprofondare con i miei diciassette anni
in questo pantano pandemico è una bella sfiga!”.
Cit. Anita Ferrari

Scene spettrali, da apocalisse, passano in TV quella mattina.
Nulla di nuovo da qualche giorno.
Ma non sono i frame distopici di Netflix, il nutrimento preferito di Anita, piuttosto acquerelli sfumati di una realtà che il passare delle ore rende sempre più confusa e smarrita.
Abituata a quell’immaginario che dilata i confini della sua esistenza, Anita, non aveva però mai messo in discussione le sue certezze, che ora vacillano dentro quell’inedita quotidianità.
Così è costretta a spegnere la tv, perché torni a essere un rassicurante buco nero nella parete e negare quella nuova realtà asservita alla paura. Voci, facce, sgomento, terrore sono codici da interpretare, ma manca il manuale d’uso.
“Premi il tasto off, Anita”, le dice, infatti, a un certo punto una voce sottile; sembra quella che le usciva da piccola, quando la sera entrava timorosa nella sua camera avvolta nel buio e immaginava grandi occhi gialli e denti affilati, a corredo di qualche muso cattivo, di quelli pronti ad aggredire le bambine indifese. È la voce con cui cercava di scendere a patti con la paura.
Lo schermo, vuoto di contenuti minacciosi, obnubila la sua mente, stemperando ciò che ora dopo ora, si sta facendo pericolo. Se vira lo sguardo di pochi centimetri, sprofonda nei colori di una natura arcadica, racchiusi nell’unica foto appesa al muro, che è stata scattata l’estate precedente e la ritrae con la sua famiglia durante una gita in montagna.
Scarponi, zaini colorati e sorrisi accesi dal sole, di mamma Agnese, del fratellino Nico, avvinghiato come un koala alle spalle di papà Paolo, e di lei, come al solito imbronciata e più che mai in quell’occasione per la giornata in piscina organizzata dalle amiche proprio quando stava per partire. Le avrebbe appese per il collo se avesse dato spazio ai suoi desideri.
“No, non preoccupatevi, andate pure senza di me, ci rifaremo al mio rientro…”.
Non poteva abbassarsi e piantare il muso come una bambina.
“Poi mi racconterete…”.
Ma che rabbia saperle a sguazzare nell’acqua, ridendo e scherzando con i due bagnini superfighi, assunti l’anno precedente dalla società sportiva del suo paese. Mentre lei si faceva quelle terrificanti passeggiate lungo sentieri che manco ci stavano due piedi affiancati da gran che erano stretti e tortuosi.
«Nico non ce la fa!», aveva provato a dire ai suoi genitori per essere risparmiata da quella tristezza che le mettevano i boschi così desolati.
«Neanche per sogno! Ci riesco benissimo!»
«Non hai capito Nico, si tratta di…»
«Io ce la faccio! E meglio di te!» aveva replicato con la sua spiccata proprietà di linguaggio, che fin da piccolo rendeva difficile fregarlo.
I genitori si erano ben guardati dal dire qualcosa, approvando la tenacia con cui teneva testa a quella sfaticata adolescente, sempre più riluttante a farsi andare bene qualunque cosa, specie se proposta da loro.
«Dai, Anita, ti rifarai quando torniamo a casa» aveva cercato di ammansirla Paolo, di solito più paziente della madre su certe questioni.
E ora il rimando a quegli sprazzi di libertà le si accartoccia addosso, scaldata dalla luce che filtra tra le fronde e rende quella natura più che mai accogliente.
Mai avrebbe pensato di poterla rimpiangere; magari da vecchia, con le gambe rattrappite e il fiato mozzo ne avrebbe evocato la libertà di movimento, ma che a nemmeno un anno di distanza la sua mente si fosse ripiegata sulla nostalgia di quei boschi era inaudito.
E invece “mai dire mai…”, come le dice mamma Agnese quando scalpita per conquistare spiragli di libertà sempre maggiori: “che tanto non mi succede niente se rientro più tardi la sera!”, cerca di convincerla.
Anita avverte la percezione di un tempo immobile che la attanaglia. “Chi me li ridarà questi momenti che sto perdendo?”.
Allora, sì, sprecate, inermi, interminabili e tutte uguali, quelle ore tra ruscelli, paciose mucche scampanellanti, rifugi sospirati e tanta puzza di letame, per il resto il nulla.
Ma avrebbe fatto cambio con quelle che stava vivendo adesso?
“Sì!” perché intrise di una serenità scontata che non prevedeva l’incombenza della morte.
“Era tutto tra le mani quello che si poteva fare e l’hai disprezzato”. Perché, a dirla tutta, non era la mancanza degli scenari così cari al padre, ma la prospettiva del rientro a casa, di giornate innumerevoli e gioiose da vivere con le amiche.
“Ma sii sincera Anita”, prova a dirsi, “mica ce l’avevi neanche allora quella felicità che ti sprizzava da tutti i pori…”. Non l’aveva davanti ai tramonti mozzafiato che morivano al di là delle cime aguzze, dentro quell’immacolato silenzio che opprimeva la vitalità del suo mondo, ma nemmeno altrove, sempre un po’ insoddisfatta e affannata, nella perenne ricerca di qualcosa.
Perché ora in quelle giornate prive di urgenza, l’avvicendarsi di divise e presidi in strada, gli ospedali - primo fra tutti quello della sua città - e i tanti camici affaccendati e anonimi che si rincorrono, sono la coltre vischiosa della paura. E una TV minacciosa per compagna che deve spegnere per ridare una parvenza di lucentezza alle visioni più cupe.
Ammansire l’ansia come un cucciolo selvatico cresciuto in cattività. Restare immobili e in silenzio per non alterare la sottile membrana protettiva che garantisce immunità, salute, salvezza.
E di quella giornata in piscina, le sue amiche Giorgia e Selene le avevano raccontato fili, passi e battute. Che fastidio aveva provato. Sembravano farlo apposta per suscitarle invidia. Non poteva essere così, ma sembrava fosse così.
E non avevano più parlato di tornarci con lei; il resto dell’estate era scivolato via con altri passatempi e la conoscenza di quei due fighi durante la sua assenza era stato un rospo amaro da mandare giù.
Sapeva di essere la più carina tra loro, Giorgia con qualche chilo di troppo, Selene sempre un po’ eccessiva tra colori di capelli e mise che la rendevano spesso un arlecchino infagottato. Sapeva che nonostante la sua timidezza, che la teneva ai margini delle conversazioni, avrebbe potuto giocarsela. Anche se le sue due amiche riuscivano sempre in qualche modo a metterla all’angolo, forse per la spiccata parlantina di Giorgia, o per la fragorosa risata di Selene, immancabilmente frizzante e ironica. Fatto sta, che nelle chiacchierate o nei nuovi incontri finivano sempre per occupare la scena e toglierle quello spazio che lei non era capace di ritagliarsi. Forse giocava anche questo nel dispiacere per l’occasione perduta. E sapeva di non averle perdonate. Aveva fatto finta di niente, per non risultare ridicola, ma le pesava un bel po’ quell’esclusione e non avere ritenuto importante attenderla per trascorrere assieme quella giornata spensierata di fine scuola. D’altra parte, non poteva farci niente se i suoi la caricavano in macchina, assieme a una montagna di valige e al fratello da accudire, all’indomani dell’ultima campanella, senza nemmeno il tempo di festeggiare la conclusione dell’anno scolastico con una pizza tra compagni. Non c’era stato verso di farlo capire al padre: la smania di raggiungere le sue montagne gli faceva perdere di vista ogni ragionamento alternativo. Paolo cominciava a scalpitare due mesi prima; quando Anita trovava al suo rientro a casa mappe di sentieri e tracciati apparecchiati sulla tavola di cucina, capiva che era giunto il suo tormento: itinerari a ogni anno di crescita di Nico sempre più estremi e mozzafiato, sia per la fatica che per le ferrate che la obbligavano a fare - in quel caso escludendo solo il fratellino per ragioni di età - e che lei temeva come la peste, soffrendo di vertigini. Calcoli dei tempi e delle soste, equipaggiamento da testare e diario di viaggio, che nemmeno per una spedizione spaziale si sarebbe arrivati a tanto.
Ci aveva pure pianto su quei cammini e quell’ultima notte al rifugio, dopo una estenuante giornata guardando le alte cime di fronte a lei, rocce, alberi e sparuti prati, aveva provato una malinconia infinita. Neppure una piccola marmotta che si era fermata a guardarla dritta negli occhi, quasi a convincerla del paradiso che la circondava, era riuscita a rasserenarla, perché in quella desolata cornice priva di presenze umane si sentiva terribilmente sola.
Che beffa quei ricordi, ora, circondata da un mondo attanagliato in una morsa di vuoto che nessun anfratto boschivo, radura o stambecco avrebbe potuto lenire.
Lei che viveva nella pianura padana, poteva contare giusto sulla collinetta al parco della teleferica: il gioco con la carrucola che da piccola l’aveva fatta sentire tanto la Jane di Tarzan. Dall’alto di quei pochi metri, su cui arrancava con lo slittino quando c’era la neve, aveva catturato la sua idea di prospettiva. Un respiro più ampio che svettava sui campi arati e aggirava gli edifici come un refolo di libertà dalle costrizioni.
Lassù in montagna, giusto il figlio del titolare del rifugio, che dava una mano a servire ai tavoli, l’aveva riportata alla dimensione estensiva del suo spazio mentale, destandola dal torpore che tra quelle cime la pervadeva. Era carino, aveva senz’altro qualche anno più di lei, ma non spiccicava una parola di italiano, oltre a non mostrarle alcun interesse. Una distrazione durata il tempo di una pausa dal suo compiangersi per la sfortuna di avere genitori insensibili alle sue necessità.
«Ti potresti fidanzare con lui!» l’aveva stuzzicata Nico, piantandole un gomito in pancia durante la cena, «così verresti a vivere qui, staresti dietro alle mucche al pascolo e saresti la cameriera di questo bel posto…»
Anita lo aveva fulminato con uno sguardo: «Morirei piuttosto, e tu diventeresti figlio unico.»
«Ora basta! Metti via quel muso Anita!» aveva protestato Paolo.
«Questa è la mia faccia… non la posso cambiare» aveva risposto piccata.
«È ancora per la storia della piscina?» aveva qualche reminiscenza di discorsi fatti con Agnese il giorno prima, a cui si era mantenuto a debita distanza per non venirne coinvolto, consapevole delle sue responsabilità.
«Certo che Giò e Sele potevano anche aspettare ad andarci con te» aveva sobillato Agnese, deglutendo il suo canederlo allo speck.
Anita l’aveva fulminata.
«La piscina non la spostano, la ritroverai anche al tuo rientro» aveva rincarato la dose Paolo, mentre una saetta era fuoriuscita dagli occhi grigio-verdi, di quella giovane donna insofferente, che avrebbe buttato all’aria i piatti imbrattando visi e abiti di crauti e fonduta se solo avesse lasciato briglie sciolte ai suoi propositi.
E infatti non c’era più stata occasione di tornarci.
L’impianto sportivo con la piscina all’aperto non era facile da raggiungere perché in periferia, e i bus passavano a ore improponibili; ci voleva un genitore disposto ad accompagnarle, restando fuori per ore ad attenderle fino alla chiusura serale. Perché guai se un adulto, aggirandosi nei pressi, risultava avere legami di parentela con loro. Una triangolazione complicata che rivelava spesso dinieghi e indisponibilità. C’era sempre un impedimento che le faceva rinunciare. Ci stava che la prima occasione di una giornata di ferie della mamma di Selene, disposta a fare visita durante la loro permanenza in piscina a una amica che abitava in quei paraggi, fosse divenuta l’occasione irrinunciabile, a prescindere da chi ci fosse.
Anita aveva fatto buon viso a cattiva sorte, e pur legandosela al dito sia con i suoi che con le amiche, aveva cercato di non pensarci più.
“Bei tempi!” sorrideva ora con amarezza. E così lontani. Uno strappo lacerante e incolmabile se pensava a quel prima, affossata in un presente fatto di TV come unica e autorevole finestra sul mondo e sul suo destino.
E una volta spenta, non erano tante le cose che restavano da fare, nella veste di segregata in casa, almeno quelle che potevano farla stare bene.
Chi lo avrebbe mai detto che sarebbe stato così difficile fare venire sera?
Quando in un tempo recente, tra studio e impegni di varia natura, arrivava a fine giornata esausta.
Adesso senza scuola, il tempo si era dilatato a dismisura.
E quella parolina astrusa, Sars-Cov2, comunemente Covid-19, che in realtà era la malattia che il virus produceva - da quanto aveva appreso! - era diventata protagonista della vita sua e degli altri, che da questo momento andava decodificata con nuove forme di pensiero. Ma condividere un tale patema con il resto del paese - mai avrebbe pensato che presto sarebbe stato con tutto il mondo! - se da un lato la faceva sentire meno sola, dall’altro ne acuiva la gravità.
Se non siamo isolati e gli unici ad affrontare il problema, restiamo uniti e combattiamo assieme con coraggio, ma se ne siamo tutti coinvolti, allora nessuno ci può salvare. Non abbiamo luoghi in cui fuggire e trovare riparo.
Il vuoto delle strade, l’assenza di qualsiasi forma di vita, il nulla e il silenzio, il silenzio e il nulla, sovrani di un incubo da tenere sotto controllo.
Covid-19: tutto stava in quella parola. Un termine per certi versi pure cool si era detta all’inizio, ridendoci su con le amiche alle prime notizie di una zona della Cina isolata e deserta.
«Questi cinesi non sono normali…» si dicevano, dall’alto delle loro sicurezze. «Addirittura nelle strade bardati come astronauti a spruzzare roba disinfettante sotto le panchine e in tutti gli angoli della città.» E giù a riderci sopra.
«Sono proprio fulminati» aveva detto Giorgia.
Come se fosse il frutto di una realtà distorta, con logiche superstiziose di una cultura arcaica.
«Là sono sempre in gabbia, ci sono abituati…» quasi sprezzante Selene, centrata in quel particolare momento sulle strategie geopolitiche del pianeta.
Ma quando la parolina aveva preso a capeggiare ovunque, ad aprire i Tg, svettando a caratteri cubitali sulle maggiori testate giornalistiche, nelle locandine esposte all’alba fuori dalle edicole, o come esclusivo motto nelle bocche dei tanti, che in un soffio erano stati risucchiati dalle proprie case, avevano capito che la cosa si faceva seria. Che forse non c’era tanto da scherzare, anche se per loro era stato più un modo di esorcizzare la paura; e che quelle città desolate dall’altra parte del globo erano l’anticamera di quanto stava per accadere anche lì.
Il mostro non era solo sotto le panchine cinesi, ma si aggirava attorno alle loro vite, sceglieva le vittime, colpiva a tradimento chi aveva osato vivere, divertirsi e condividere spazi e abbracci, erodendo da dentro l’essere per se stessi e con gli altri.
L’individualismo sfrenato ora andava ammansito, in ogni sua più piccola forma espressiva. Pentirsi, ricredersi, espiare una stretta di mano o un aperitivo. Robe da non crederci!
Solo un mese prima sarebbe stata una narrazione surreale, ma l’incredulità si fa dapprima rassegnazione, poi accettazione, e infine normalità. E dopo nulla ci sorprende più, dimentichiamo chi siamo e ciò che era prima, immergendoci nel nuovo che non comprendiamo, come se non avessimo fatto altro per tutta la vita.
“Quindi?”. Cercava un senso, restando ancorata a una lucida e disincantata razionalità.
La scuola aveva chiuso prima che si potesse capire cosa stava accadendo, e nessun professore aveva potuto fornire strumenti utili per comprendere; i genitori impreparati imitavano i media, nell’avvicendamento tra aggiornamenti e smentite. Da adolescenti disimpegnati, che avevano lasciato da tempo quell’infanzia che si tentava ora di preservare con arcobaleni colorati che fossero di buon auspicio, o con spiegazioni ottimistiche e favole a lieto fine, vivevano sospesi nella loro liquida identità, non più bambini, non ancora adulti. Astratti, soli, indefiniti. Perché dell’adulto non volevano più avere bisogno, ma lo cercavano ancora, non volevano più chiedere, ma dovevano farlo. La frattura si lacerava e ricuciva, in un ciclo perenne di fuori e dentro di sé, che ora rivelava un contorno smarginato e ipnotico.
“Pura follia. Fantascienza.” Le parole inesorabili che si scambiavano tra di loro, dentro il peso greve dell’incertezza e la forma immatura del loro baratro.
E scoprire che il paziente zero era uno di loro aveva dato il colpo finale. Appestati e imprigionati, confinati in zona off limit, rossa fuoco come quello che aveva bruciato streghe ed eretici. Focolai e nuove parole inquietanti da comprendere al volo, perché metabolizzare l’angoscia serviva a prepararsi alle notizie del giorno dopo.
“Inerme, scoperto, fragile…” Anita non brillava in italiano, ma avrebbe usato quegli aggettivi per descrivere il suo stato d’animo e quello dei suoi coetanei. Mancava, però, la forza e la possibilità di condividerli, di sentire in uno scambio corale che, riconoscendoli, ce l’avrebbero potuta fare.
«È ora che ci preoccupiamo? In quale set cinematografico ci troviamo?» chiedeva Selene in video chiamata.
«Aspettiamo un attimo, dai, facciamo divertire un po’ questo virus, che poi quando si annoia ci lascia in pace…»
«Credi che sarà così?» ricorreva persino al pensiero animistico Selene pur di ricevere rassicurazioni.
«È piccolo, altroché il rozzo batterio; il virus è scaltro, snob, arrogante… ma ha bisogno di noi per sopravvivere, se ci fa morire perde anche lui.»
Giorgia che si accende una sigaretta e ci pensa su, poco convinta delle sue parole.
«Ti sei rimessa a fumare?» Selene sgrana gli occhi, vedendo l’amica avvolta da una nuvola di fumo.
«Chi ha mai smesso?» espira con velata acidità.
«Non avevi fatto un patto?» nella sua fase ecologica e salutista, Selene aborriva ciò che si discostava da concetti di assoluta purezza, da sopportare il virus solo perché parte intrinseca della vita e quindi solo in riferimento al suo concetto scientifico e filosofico.
«Di questi tempi, tu sei rimasta vegana?» la provoca Giorgia.
«E come faccio, se posso andare al supermercato una volta a settimana, quando va bene? Che poi mia madre ci va addirittura ogni due, e dopo avere snocciolato il rosario per tornare a casa salva. Devo per forza accontentarmi di quello che trovo nel frigo e in dispensa. Non posso vivere solo di insalata e pomodori.»
«Già, appunto… anch’io mi accontento e passo il tempo come posso, e la sigaretta mi fa compagnia, poi una volta finita l’emergenza, penserò alle altre minacce; mi pare che per ora basti così» lapidaria e stucchevole, Giorgia quando vuole sa dare il peggio di sé.
«E poi i virus vivono da prima di noi, ci saranno dopo di noi, che avrà mai questo di peggio?» prosegue per cambiare discorso, perché non le piace apparire incoerente, e perché di tanto in tanto una aggiustata ai propri valori la si può anche dare.
«Non si nasce imparati… siamo un work in progress» chiude così la bocca a Selene.
Anita in questi casi resta in silenzio, dentro la piega di quei discorsi si smarrisce. Ma a loro non piace che lei eviti sempre di prendere posizione, perché è la terza e ha il compito di spostare l’ago della bilancia e ricreare l’ordine precostituito, mentre lei punta a lasciarlo al centro per non esserne immischiata. Se però il loro sguardo si fa ostile, allora tenta un approccio equo per salvarsi; sa che è un attimo che si coalizzino contro di lei.
Messa così la cosa, sembrerebbero pessime, ma a suo modo vuole bene a tutte due, e in fondo, si dice a volte, le ha scelte.
“O piuttosto mi sono capitate?”.
Non è nemmeno troppo brava in disegno, altrimenti saprebbe riprodurre una fila esasperata di punti interrogativi dentro la nuvoletta dei suoi pensieri, sopra una testa confusa che fuma e sbuffa. Si riserva comunque di capire meglio quell’amicizia, quando ci saranno condizioni migliori.
L’età della critica, del pettegolezzo esasperato. Come vecchie comari di piccoli paesi circondati da una modernità che non li tocca. Si prefigurano in costruzione e hanno bisogno di tagliare quei rami secchi - le ultime ricerche sulle neuro scienze lo giustificano - smantellando l’altro, contestandolo e aggiustando il piano di intervento su di sé, cesellando quando va bene, picconando quando va male, e annaspando nel buio, in attesa di rivelarsi.
«È che questo virus è nuovo…» Selene è ancora lì a incalzare, se Anita non si schiera deve conquistare da sola la ragione.
«Lasciamolo fare!» Giorgia sonda, smonta e ricompone tesi, ma alla fine si spegne presto in ognuna di loro la voglia di parlarne. E con il passare dei giorni sfuma anche l’urgenza di sentirsi al telefono, come se fossero venuti meno i presupposti minimi per distrarsi e sentirsi unite.
«Com’è tutto difficile…» Anita crede che ora sia prioritario il suo respiro e spodesti le urgenze di prima.
«Ascolto è la prima cosa, e poi auscultarsi, proteggersi, segregarsi in casa per cercare di sopravvivere, perché ogni più piccolo e innocuo sintomo, accolto fino a quel momento, magari pure come l’occasione per saltare la scuola, ora è minaccia, pericolo incombente, mica scherzi» questa è la sua conclusione.
Perché davvero capita che il respiro manchi. Claustrofobia esistenziale? E in più avanzano altre insopportabili parole e quel nuovo vocabolario diventa il mantra di termini abusati, spezie per condire ogni discorso. Lockdown, la peggiore e in gestazione in quelle ore, vedrà la luce di lì a poco, quando ormai il quotidiano trascorrere delle giornate si è palesato senza bisogno di alcun accessorio esplicativo.
«Ci voleva tanto a chiamarla chiusura di tutto, fine della libertà?» si erano dette in una delle ultime telefonate.
«Ma in inglese fa più figo…» a Giorgia piace fare la pseudo intellettuale, darsi un tono, citare articoli e ricerche, spodestata a volte da Selene da che militante delle vecchie cause, reinterpreta e attualizza passate battaglie. È qui che Anita scompare, rendendosi ‘opaca’, come è scappato detto a Selene in occasione del suo ennesimo tentativo di sfuggire.
Opaca. Anita ci ha riflettuto. Ha pensato che non fosse un aggettivo adatto a lei, ma forse Selene ha ragione e lei dovrebbe lavorarci su. Forse il mondo la vede proprio così. Forse le sue amiche desiderano farglielo sapere per aiutarla.
“Opaca… che terribile parola!”
Cade l’impalcatura identitaria che la socialità, disperata, esasperata e dilagante ha mantenuto in vita anche attraverso i social, crollano i pretesti migliori per stare assieme, possono salvarsi solo le affinità elettive, quelle vere e profonde, il resto sta affondando perché mancano approdi, appigli, agganci, attacchi, aiuti, ascolti… amiche, vere.
Via tutti i fronzoli, via il superfluo, via il fare e il dire tanto per fare e tanto per dire.
Ma da soli ci si deve sapere stare; da soli il tempo scorre arcigno e mortifero.
Anita è smarrita, questo ormai le è chiaro. L’isolamento mina le basi, erode i minuti, li congela e soprattutto la pone in discussione. E c’è tutto il tempo del mondo per farlo.
“Siamo in quarantena anche senza sintomi… per ora” ogni tanto fa bene dirselo, per accertarsi di non essere in un sogno. Ma è così anacronistica quella parola; le fa venire in mente le epidemie studiate nell’ora di scienze, o qualche film apocalittico. Robe che non sono di nessun conforto.
“Siamo in lockdown” è l’evoluzione, e alle amiche avrebbe voluto dire che può pure essere più figa quella parola, ma per lei resta complicata, deve spezzarla in due per pronunciarla, lasciando libera la lingua di passare dal palato ai denti, evidenziando così il suo significato di blocco e limite. Se Giorgia e Selene non l’avessero interrotta prima di pronunciarsi, avrebbe proseguito che si tratta di una parola che interrompe il respiro per essere pronunciata, e ciò, di questi tempi, non è una buona cosa.
Se avesse preso la parola per dire la sua, forse, sarebbe risultata meno opaca? Il rischio però era quello di non essere compresa o ancora peggio di risultare stravagante, e fuori luogo, e lei non se l’è sentita.
Figuriamoci se non ci ha pensato a quell’angusto concetto di limite, così stretto in quella faticosa stagione di trattativa padre-figlia che sta vivendosi in famiglia, dove affina le armi per smarcarsi dalle regole e guadagnarsi autonomia, soprattutto nei rientri serali, al cospetto di Paolo intento a rallentare l’ascesa di una giovane donna che vuole fare di testa sua, senza avere ancora la giusta dose di esperienza per sapersela cavare.
Altro che barattare un orario consono all’imminente confluire nei suoi diciassette anni per strappare un ritorno a casa che sia notturno e non serale. Buona grazia se ora si arriva a sera senza risultare positivi e trovarsi circondati da un esercito di medici e infermieri bardati come palombari: le peggiori figure che può oggi incontrare nei suoi incubi.
“Ma io chi sono?”. Quando si preparava a ribaltare il mondo, ha finito per assopirsi dentro un vortice a corrente alternata di alti e bassi; euforia per quella nuova situazione senza scuola, per la prima volta così a lungo e in un periodo inaspettato, e molto più spesso paura e apatia, perché almeno a scuola, anche se annoiandosi a volte, si era sentita viva e parte di qualcosa.
“Una che si mette in gioco, esce di più, punta sulla distanza e diventa grande” se fosse stata brava a dare voce ai suoi propositi li avrebbe descritti così.
La schizofrenia di combattere tra le mura domestiche e l’opacità che traspare da fuori.
E nessuno più in giro. Un paese di spettri.
Mamma che esce di prima mattina per andare al lavoro, come se si preparasse ad andare in guerra, scarpe fuori dalla porta da indossare senza che la suola entri in contatto con il pavimento di casa, mani guantate, doppia mascherina chirurgica, passo felpato, attenta a toccare il meno possibile - apre il portone di casa con il gomito - salita in auto, igienizzazione delle mani, copertura con nylon del sedile di guida e dell’altro su cui poggia la borsa. Anita se si alza presto riesce ad assistere a questo rituale dalla finestra. Dieci minuti almeno prima che Agnese sia pronta a mettere in moto e partire. Per il padre è più facile, lui resta a casa a lavorare, rinchiuso nel suo studio, ma va a lavarsi spesso le mani, presta attenzione a non sfregarsi gli occhi, esortando Anita a fare lo stesso, e guai se trova un fazzolettino da naso sporco sfuggito al cesto della spazzatura: impreca e ci manca poco che lo prenda con le pinze per buttarlo.
E quintali di crema per le mani in giro per la casa, come un tempo c’erano stati i burro cacao per le labbra, perché la pelle si incartapecorisce con tutto quel lavare.
E Nico che fine ha fatto? Spedito dai nonni in campagna. Uno in meno da gestire a scuola chiusa. Ma lui è al settimo cielo, dalle telefonate serali si profonde in racconti funambolici sulle sue passeggiate nei boschi con il nonno. «Aiuto! Ancora flotte di alberi fitti, intricati, opprimenti» ha pensato Anita, inorridita, in un primo momento, ma soffocata da una nuova nostalgia. Non è affatto male andare a raccogliere muschio, foglie e rami per fare piccoli presepi fuori stagione. E con nonna prepara marmellate e crostate. Quel contesto è ancora un frammento bucolico e incontaminato, una corroborante boccata d’ossigeno per illudersi che esista ancora un posto in cui trovare rifugio.
Là è ancora tutto aperto, in salute, possibile. Affacciarsi ai panorami che descrive Nico la fa stare bene. Le dà un senso di prospettiva. Le mette addosso quella timida fiducia che le dona ore leggere e quasi spensierate.
E poi c’è lei, liquida ed evanescente, circondata da un perimetro di muri asfissianti con cui coesistere, perché i servizi di ‘Piazza Pulita’ sui reparti di terapia intensiva con corpi semi coperti dai camici verdi ricoverati e gente intubata le tolgono il sonno, prefigurandosi di finire anche lei in quel girone infernale.
Non più la casa come rifugio della sera per i girovaghi del giorno, ma riparo per salvarsi, dentro nuove liturgie, con azioni e pensieri da inventarsi. Chiusi nella campana di vetro che non è sigillata, altrimenti mancherebbe il respiro; ed è dai pertugi che può infiltrarsi il virus mortifero. Riparati dal vetro osserviamo distanti ciò che accade fuori, e che ci può accadere.
“Che palle, è pazzesco… pazzesco, che palle…” era tutto quello che sapeva dirsi, quando aveva finito di sbuffare, di pregare di non ammalarsi, di guarire nel caso si fosse ammalata, di guardare fuori dalla finestra, di rientrare tremante per il freddo in terrazza, di misurare il corridoio a grandi passi, di mettere a posto e in disordine la sua camera, di arrabbiarsi, soffiare, legarsi i capelli. E soprattutto di avere paura, perché quella sottile virgola nella pancia, che aumentava e diminuiva a seconda dello spessore che prendevano i pensieri quando si appoggiavano alla mente, a volte più lievi a volte più oppressivi, le portava via la voglia di fare anche la più piccola cosa.
Basta fare scorrere il tempo, un’ora dopo l’altra, senza fretta e indugi; calma, silenzio, attesa. È il tic toc dell’orologio a parete a scandire le pause. Ma a guardarlo spesso, Anita dubita del suo funzionamento: la lancetta è così lenta che gli ha persino cambiato la pila. Cerca di dimenticarselo, ma quando le scappa l’occhio, i minuti sono sempre lì, gli stessi di prima, come se il virus avesse ucciso anche il tempo.
Le ore sono congelate dentro di lei, immobili, impassibili, incagliate e sospese.
È ora di compiere un nuovo giro ispettivo. Nonostante fuori tutto sia sempre uguale, quei quattro o cinque passaggi a ridosso della porta finestra, li compie ogni giorno.
Si alza dalla sedia della cucina, dove è rimasta appollaiata da oltre mezzora, a osservare la porzione di parete lasciata libera dalla foto della montagna e dalla TV spenta. È in quell’anfratto anonimo che trova ristoro, perché sull’intonaco giallognolo scarica la tensione e spegne i brutti pensieri, o almeno ci prova.
Le tende filtrano la luce, va bene così perché le danno la giusta distanza dalla desolante landa esterna, ma questa volta le tira ai lati della finestra per liberare la visuale.
“Che strazio!”.
Colpa del DPCM, un acronimo impronunciabile: una di quelle minacciose paroline. Da quando ha saputo della sua esistenza, la vita le si è ribaltata addosso e in una manciata di ore le strade si sono svuotate, le scuole e i negozi chiusi, il tempo e lo spazio rappresi come caglio ammuffito.
“Pazzesco, che palle…” resta quello il suo motto catartico. Manca solo la vibrazione della ciotola tibetana nella sua sommessa preghiera. È sulla mensola in sala, regalo del viaggio di nozze in Oriente che si sono fatti i suoi; c’è stato un tempo in cui le piaceva fare scivolare il batacchio al suo interno ed essere rapita da quella promessa di quiete e armonia con il mondo. Ora la guarda a distanza e ne riproduce nella mente il suono. A volte evocarlo basta a calmarla.
Lo sguardo vaga al di là della finestra, e finisce sempre oltre il tetto più basso della casa prospiciente.
Proprio là dove c’è la rotonda: il suo termometro; con gli agenti di polizia, le guardie di non sa che cosa, ma tante e con divise differenti, e qualche fucile spianato, “Serve averli a portata di mano?” si chiede. Sembrano sentinelle sulle torrette delle carceri che controllano chi tenta di fuggire. E di fatto è così. Bloccano gli accessi al paese, le auto circumnavigano la rotonda e tornano da dove sono venute, non sono tante, ma non ne passa una.
Che bello quando da bambina saliva in piedi sulla sedia, aspettando di vedere sbucare da quella rotonda l’auto del papà che tornava dal lavoro.
Che bello quando attendeva i nonni passare sempre da lì, sapendo che a breve avrebbe scartato una miriade di pacchetti di tante misure diverse con dentro giochi e altre belle cose.
Che bello vedere semplicemente vuota quella rotonda circondata dai colori delle stagioni: il verde del grano a maggio, il giallo a giugno, il marrone della terra rivoltata a ottobre, il bianco candore della neve a gennaio, e i cieli macchiati di nuvole, spruzzate di rossi tramonto e luci calde dell’alba.
Forse a tutto ciò che le arriva solo ora così chiaro alla mente non aveva mai prestato vera attenzione. È dall’assenza che coglie quelle lontane presenze. Perché soffermandosi sui movimenti e le azioni, sullo scorrere della sua vita, sulle prospettive, sulle conquiste, sul nulla e sul tutto che tentava di intercettare, non aveva mai fatto caso alla loro cornice. Come è piccolo il suo sguardo ora che osserva la distanza da quelle semplici cose, a ridosso della sua casa e dei suoi fluttuanti umori.
“Mi mancano… come l’aria” vorrebbe dire.
Stringe forte quel senso di costrizione, mentre si chiede come si comporterebbero i militari se lei volesse oltrepassarla quella rotonda, se volesse evadere. Le punterebbero addosso il fucile, saprebbero spararle? I film le hanno insegnato che i confini sono sottili, carte veline che una pioggia può sciogliere in una chiazza di colori, e mischiandosi perdere la propria unicità. Freme. Si sente Katniss di Hunger game, anche lei era guardata a vista, eterodiretta. Prima era soltanto un film che aveva apprezzato: angosciante, ma mica reale, e poi bastava interrompere con il telecomando la visione e tutto tornava normale.
Ora la rotonda è presidiata.
Ma Katniss è bella, forte, combattiva, crede e lotta per vincere. Ce la fa. Anita si rilassa. “Tutto tornerà come prima, e molto presto ci butteremo alle spalle questo brutto momento, ci rideremo su… forse no, perché stanno morendo tante persone, ma dopo averlo esorcizzato, lo elaboreremo, tornando alla nostra vecchia vita, tutto come un tempo”.
… perché la vita è un brivido che vola via, è tutto un equilibrio sopra la follia…”. Non diceva così uno dei suoi cantanti preferiti?
“Sì, sì, tutto molto presto tornerà come prima...” sente che manca qualcosa a rendere felice quel pensiero: la convinzione.
Tik Tok, i Musically, i selfie, le pose ammiccanti, le labbra pronunciate in baci accesi da rossetti vistosi, i jeans attillati, i seni prosperosi, esposti, e una famelica attesa di like.
Quello è stato il suo mondo prima.
“Lo potrò ritrovare presto! Non vedo l’ora?” strano che quella esclamazione si faccia domanda, ancora di più che esiti nella risposta.
“Non posso mettere in dubbio…” c’è qualcosa di febbrile nel rincorrere inutilmente una conferma.
“Oddio, ho bisogno di uno psicologo?”
Sa che in paese si stanno attrezzando punti di ascolto psicologici per supportare chi ha famigliari ammalati o per chi non sa gestire la paura.
“Io cosa andrei a dire? Che non sono più convinta… Di chi sono? Sì, il virus mi fa paura, tanta, e questo basta, senza dovere aprire altre questioni… e poi se perdo le mie convinzioni, mi perdo anch’io, e a cosa mi aggrappo? È tutta colpa del virus, che non ha solo interrotto qualcosa, ma l’ha addirittura spezzato.”
Tenersi dentro i propri dubbi li fa restare piccoli e se ci si impegna li rende anche insignificanti, fino a quando non spariranno da soli. Se li si fa uscire all’esterno si ingigantiscono e come si possono controllare o addirittura negare? Sì, sì, meglio comprimere tutto, rimuovere. Tutto come se nulla fosse, azzerare le domande, circoscrivere le incertezze. Va tutto bene, va tutto bene, come nei triti e retorici dialoghi dei film americani.
In tempi non sospetti un tentativo lo aveva fatto.
«Tu cosa pensi di questo virus?» aveva chiesto a Camilla, la sua compagna di banco, che l’aveva guardata come se non avesse capito la domanda, facendola sentire sciocca e inopportuna.
Tutto quello che aveva saputo fare era stato sbattere le sue ciglia posticce e impastricciate di mascara. Sembrava che volesse prendere tempo e fare spazio a una risposta adeguata.
Ma tutto era finito lì, e Anita era ciò che più temeva: i silenzi da interpretare.
«Io non penso…» si era poi limitata a risponderle, cambiando presto discorso. E questo non l’aveva affatto rincuorata.
Che poi erano ancora i giorni in cui la questione era solo cinese e il virus nulla ci azzeccava con la loro vita. Anzi, immaginarlo a scorrazzare nelle lande asiatiche, mentre rimanevano salde le loro abitudini le aveva fatte sentire fortunate, avvolte da quella buona sorte scontata, che smaltava l’esistenza.
«Tranquilla Anita» le aveva detto una sera la madre, vedendola preoccupata da un servizio in TV sul coprifuoco di Wuhan. «L’ha detto pure quel virologo che va sempre in televisione a parlare di vaccini… per noi qui in Italia il rischio è zero e se lo dice lui…»
“Zero, zero, zero” ora quel non numero vibrava in tutta la sua precaria evidenza.
“Paziente zero, rischio zero, punto zero… e la sua pazienza?”
Zero era una conclusione che aveva smesso di tornarle logica da tempo.
Lo zero non esisteva, era un concetto astratto, era il nulla che la circondava, lo spazio vacuo che galleggiava tra i costanti numeri che circolavano, affollando la testa di tutti. Tentativi di restare aggiornati, allineati, consapevoli. Numeri, cifre, somme, statistiche, contagi, reparti, letti, terapie intensive, medici, anestesisti, tutto era una questione di numeri: salvarsi era una questione di numeri.
“Mamma, quelle strade così vuote mi mettono paura” avrebbe voluto dire, ma forse lei lo aveva capito.
«Qui non capiterà mai, stai serena…»
E alla fine la prospettiva di starsene a casa da scuola, aggrappata alla solita vita, senza porsi troppe domande - che poi i quesiti fuori dal coro snervano! - aveva avuto la meglio. E quell’assillante rivolgersi ai social aveva prevalso sulle paure ancora troppo astratte per potervi dare credito.
«Ho avuto sessantacinque like.» La sua amica Selene ne faceva sfoggio come un trofeo.
«Io ottantuno» Giorgia non voleva essere da meno.
In quella sintassi fatta di ego e selfie si erano sentite vive. Che poi quelli come Anita, le tragedie, le guerre, i bambini siriani piangenti e le bombe sui civili mica le credevano davvero reali.
Ma il passo da lì a bloccare tutto era stata questione di ore. E non si era più parlato di altro.
“E quando mai si è chiuso tutto? Non solo le scuole, ma l’intero paese?” Giorgia appresa la notizia, aveva fatto una video chiamata a Selene e Anita.
«Mai, da quando siamo nate…» Selene non sapeva se ridere o piangere. E la cosa era seria perché lei la battuta ce l’aveva sempre pronta, come il dono naturale di sdrammatizzare e rendere tutto leggero. E da lì Anita attingeva come una cartina di tornasole. Fino a quando la paura come scabbia si era insinuata sotto la pelle. Ed era un attimo tramutarla in panico.
Da quel momento di tutta la sua effimera vita social non aveva più saputo che farsene.
Ora si trattava di capire con cosa rimpiazzarla. Che poi quando tutto fosse ripreso come prima, ogni cosa avrebbe riacquistato il suo posto e la sua importanza. Tutto esattamente come prima.
Forse.

Anno pubblicazione

2021

Pagine

200

Formato

14x20

ISBN

9788893471572

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