Autore

Manuela Mariani

Parigi val bene una messa... in piega

Parigi val bene una messa... in piega
Prezzo 3,49
Parigi val bene una messa... in piega Prezzo finale dell'Ebook 3,49

Mia vive una rassicurante routine fatta di lavoro e doveri. È l’invito a partecipare ad un matrimonio gay a Parigi ad interrompere il susseguirsi organizzato dei suoi impegni. Sarà lì, durante la cena, che Mia incontrerà Samuel, un affascinante ed ambiguo seduttore. Col suo fascino, cercherà di convincerla a sciogliere le briglie dei rigidi principi che regolano la sua vita e ad imbarcarsi in un’avventura permeata di trasgressione. Un’altalena di emozioni farà deviare il corso della sua vita fino ad un bivio: imboccare la strada dettata dalla ragione o quella indicata dall’istinto. Il leggendario filo rosso che lega le loro due anime rischierà di spezzarsi sotto il peso di una travolgente passione proibita. A quel punto, Mia dovrà dare una conferma all’affermazione contenuta nel titolo, pronunciata da Enrico IV: vale la pena sacrificarsi per ottenere uno scopo superiore?

Primo capitolo

MARZO 2015

 

Cominciai a mordicchiare nervosamente un’unghia. Sobbalzai quando la mia lingua sfiorò la sua superficie lucida e liscia. Che stupida, rischiavo di rovinare lo smalto di tendenza che mi era costato una fortuna. Il tutto faceva parte dell’operazione “Prendi una ragazza brianzola e spediscila a Parigi”, un investimento di mezzo stipendio e mezza giornata di ferie che aveva attivato la mia metamorfosi da bruco nerd a farfalla dalla chioma ramata che ancora stentavo a riconoscere quando mi guardava dallo specchio. (Peccato non aver trovato in saldo anche il principe azzurro, così con una strisciata di carta di credito avresti risolto tutti i tuoi problemi esistenziali).

Strofinai con forza per sistemare un eventuale danno e incrociai le mani appoggiandole sulle ginocchia, per prevenire la tentazione di rifare l’insano gesto. Sbuffai e guardai l’ora per la decima volta negli ultimi dieci minuti. Dove erano finite le mie colleghe? Possibile che solo io fossi riuscita a prepararmi in perfetto orario?

Vagai con lo sguardo nella hall dell’hotel per cercare di esorcizzare la morsa della noia. Vidi seduta al bar una ragazza molto carina e molto triste. Un soffio al profumo di sandalo accompagnò il passaggio di un ragazzo, che mi sfiorò la caviglia nell’impeto della sua camminata. Cavolo, era di una bellezza mozzafiato! Si fermò al centro della sala e cominciò a guardarsi attorno con aria guardinga. Esitò un istante, poi si diresse verso la ragazza al bar. E ti pareva! Figurati se un fusto del genere poteva essere single! Vidi che parlavano con gli occhi lucidi, poi lei si alzò e svenne fra le sue braccia. (Quella sì che sa cadere fra le braccia di un uomo con stile! Scommetto che tu saresti inciampata sui tacchi e saresti rotolata come un sacco di patate!).

Scacciai con la mano un inesistente insetto. Possibile che le ramanzine di mia madre mi rimbombassero nella testa anche Oltralpe? Mi scocciava ammetterlo, ma come potevo darle torto? Quante probabilità ci sono di rovesciare del caffè addosso a un malcapitato appena sbarcati in una città vista solo in fotografia? Chi mi conosce bene, direbbe che nel mio caso la percentuale coincide con il 100%. Infatti, giusto qualche ora prima, dopo aver ritirato un espresso da un distributore automatico, mi ero voltata e avevo urtato un muro di cemento solidissimo. Solo quando avevo alzato lo sguardo, avevo realizzato di essermi scontrata con un ragazzo. Anche se definirlo ragazzo era riduttivo: era il gemello separato alla nascita del cantante dei Maroon 5. I suoi occhi color ebano mi avevano ipnotizzato per qualche secondo, poi ero tornata bruscamente alla realtà quando avevo constatato il danno che avevo fatto alla sua camicia.

Avevo balbettato delle scuse patetiche (chissà poi in che lingua…) e lui aveva risposto con delle imprecazioni il cui senso era piuttosto chiaro, anche se dette a mezza voce, in francese e mentre si allontanava cercando di pulire la macchia.

Un tocco sulla spalla mi fece trasalire.

«Eccoci, Mia.»

Mi alzai di scatto. «Era ora! Cominciavo a fare le ragnatele.»

«Su, fammi controllare se hai già avuto modo di rovinare la tua mise.» Michela mi fece piroettare davanti a lei.

«Niente male! Avere delle colleghe con un ottimo gusto nel consigliare vestiti è una vera fortuna.» Sorrisi, volteggiando nel mio abito di chiffon. «Piano, altrimenti rischi di farmi cadere dai miei stivali con i trampoli! Sai che non sono ancora a mio agio nella parte della fashion victim che mi avete cucito addosso per l’occasione! Piuttosto, fatemi vedere se è valsa la pena starvi ad aspettare così tanto.»

Michela stava benissimo nel suo tubino nero. Aveva messo una matita azzurra che faceva risaltare il colore dei suoi occhi.

Roberta invece indossava un tailleur pantaloni che poneva l’accento sulla sua vita sottile e le lunghe gambe.

«Ok, direi che siamo pronte per conquistare Parigi. Andiamo.»

Ci prendemmo per mano e uscimmo dall’albergo in cerca di un taxi. Eravamo elettrizzate all’idea del weekend che ci aspettava. Quando il nostro collega francese ci aveva informato che avrebbe organizzato una grande festa per celebrare con gli amici il suo matrimonio, non potevamo certo immaginare che l’invito sarebbe giunto fino a noi. Avevamo aperto con emozione la busta riccamente decorata che ci annunciava che la nostra presenza era gradita per una memorabile soirée nella capitale francese.

Devo confessare che la mia prima reazione fu di panico. Vi immaginate una come me, che non usciva mai dai confini italiani (della sua provincia), catapultata in un locale super trendy degli Champs Elysées?

Da quel momento in poi, ogni giorno era diventato un turbinio di commenti, consigli, prenotazioni, risate e soprattutto battute piccanti. Perché quello che rendeva tutto così inusuale era il fatto che anche la sposa era… un lui! Le mie amiche e le mie colleghe presero sul serio il progetto della mia trasformazione, pianificando un restyling completo della mia immagine, trascinandomi per negozi e riempiendo il mio trolley di cosmetici, scarpe e vestiti di cui ignoravo l’esistenza.

Fermammo una vettura e comunicammo all’autista il nome del ristorante. I futuri sposi erano stati così gentili da organizzare anche una cena per gli ospiti stranieri che sarebbero giunti il giorno precedente alla festa ufficiale.

«Non vedo l’ora di arrivare. Ma cosa dite? Ci saranno anche ragazzi guardabili o saranno tutti impegnati a guardarsi fra loro?»

Il taxi ci scaricò davanti alla porta di un locale molto carino, che si trovava vicino a uno dei più famosi ponti di Parigi.

Gaston ci venne subito incontro e ci abbracciò con trasporto. «Benvenute! È bellissimo avervi qui. Venite, vi accompagno di sopra.» Salimmo le scale aggrappate al corrimano in ottone e giungemmo in una piccola sala.

Il marito (o moglie?) di Gaston ci venne incontro e ci abbracciò mentre gli ricordavamo i nostri nomi. «Ben arrivate. È tutto così incredibile! Pensate che domani sera ci saranno persone giunte da tutti e cinque i continenti per festeggiare la nostra unione. È meraviglioso pensare che tutti voi abbiate percorso migliaia di chilometri per stare con noi.»

Gaston ci portò tre calici di champagne e sorseggiando il delizioso liquido ambrato mi concessi un attimo di pausa per guardarmi attorno. Eravamo circondate da persone sorridenti, che alzavano il bicchiere come brindisi muto ogni qualvolta si incrociasse il loro sguardo. Decisi di andare ad appoggiare il calice di cristallo vuoto per prevenire eventuali danni: mi ero ripromessa che sarei stata sempre all’erta per evitare ogni tipo di situazione imbarazzante. Non potevo certo prevedere che il tacco appuntito dei miei stivali si incastrasse nella maglia del pregiato tappeto che stavo calpestando, quindi la mia piroetta in avanti mi colse impreparata (e ti pareva…). Per fortuna, due braccia mi sostennero con un movimento fulmineo stile ninja, evitandomi un rovinoso capitombolo.

Gaston si avvicinò assieme ad altre due persone. «Volevo farvi conoscere le tre bellezze italiane, ma vedo che qualcuno ha già fatto il primo passo! Ragazze, vi presento Samuel e Paul.» Rimasi a bocca aperta quando sollevai lo sguardo e vidi un bellissimo ragazzo che mi porgeva la mano. Gliela strinsi senza smettere di fissare quegli occhi neri e profondi che mi guardavano di rimando. Non ci potevo credere… lo stesso ragazzo che avevo colpito quella mattina col caffè! (speriamo che non si ricordi la tua faccia… speriamo che non si ricordi la tua faccia…). Samuel proseguì il giro di presentazioni con le mie colleghe e la mano di Paul occupò il posto della sua all’interno della mia stretta. Paul era un affabile signore con i capelli grigi che aveva vagamente le sembianze mio padre. Per quello che potessi ricordare, visto che erano quindici anni che non lo vedevo. Gaston mi si affiancò. «Mia, devi sapere che Paul è un famoso chirurgo plastico di Utrecht. Se vuoi uno sconto, fai il mio nome.» Tutti sembravano fare a gara per venire a conoscerci. Entrammo in contatto con direttrici di negozi di New York, famosi manager marocchini, figlie di ambasciatori e commesse di boutiques degli Champs-Elysées. Quando la prima ondata passò, presi un altro calice e mi sedetti su un divanetto. Vidi Samuel avvicinarsi. Per fortuna, sembrava non aver collegato il mio viso all’incidente del mattino. Avvicinò le sue labbra sensuali al mio orecchio. «Forse avrei dovuto fare une police d’assurance-vie

(Cavolo, si è ricordato!) «Sono mortificata, mi spiace davvero tantissimo! Non ti avevo visto.»

«E’ la seconda volta che succede oggi. Sono così invisibile?»

Sentii le guance diventare bollenti. «Direi proprio di no, anzi…» (che cavolo stai dicendo?).

«La collisione frontale di stamattina ha rischiato di rovinare un appuntamento importante. Per tua fortuna, ho sempre una camicia di ricambio in macchina.» Sorseggiò con grazia dello champagne.

«Scusa, sono davvero mortificata.»

«Sai dire qualcos’altro oltre a scusa?»

Mi schiarii la voce. Dovevo trovare il modo di deviare il discorso su un argomento alternativo. «Come fai a parlare così bene in italiano?» (e a farlo sembrare così sensuale con la R moscia…).

«Mio padre era italiano. Mentre lavorava come sous chef en Nouvelle Caledonie, ha conosciuto mia madre e l’ha sposata.»

«Deve essere bellissimo vivere in un posto così.»

«Non siamo rimasti per molto.»

«E come sei finito a Parigi?»

Alzò le spalle. «E’ una lunga storia che non ho voglia di raccontare.»

«Scusa, non volevo essere invadente. Sono solo affascinata dal racconto delle vite avventurose di tutti i presenti.»

Una nube sembrò coprire per un istante la luce dei suoi occhi. «Tout ce qui brille n’est pas or.» Le sue labbra piene e decisamente sexy ricoprirono il bordo del bicchiere. «Sei una collega di Gaston?»

«Sì, lavoro per la sede centrale di Milano. E tu lavori qui a Parigi?»

«Oui, sono il responsabile dello showroom di Gucci.»

«Cavolo, che bello! Non è che anche tu hai degli sconti speciali per le colleghe dei tuoi amici?» Mi sorrise. Il primo sorriso da quando lo avevo conosciuto.

Mentre lo sbirciavo facendo finta di bere, pensai che non avevo mai visto un ragazzo dallo sguardo più magnetico del suo. Mentre parlava, sembrava accarezzarmi con i suoi occhi di velluto. Mi sentivo lusingata dal fatto che un fusto come Samuel avesse deciso di restare a parlare con me. E la cosa era resa più strana dal fatto che si comportava in maniera molto fredda e distaccata con il resto dei presenti.

Purtroppo, mio malgrado, venne annunciata la cena. Ebbi la sensazione di percepire un calore bruciante sul mio fianco nel punto in cui Samuel mi sfiorò, nel galante gesto di farmi passare per prima. Roberta sgattaiolò accanto a me e mi prese sottobraccio. «Ehi, sembra che qualcuno abbia fatto conquiste stasera.»

«Ma figurati se un ragazzo di quel calibro può interessarsi a una comune mortale come me.»

Lei alzò le spalle e rise. «Non so cosa ne pensi tu, ma il fatto che ti sia rimasto appiccicato tutto il tempo vorrà pur dire qualcosa.»

Il flusso chiassoso degli invitati ci fece confluire nella stanza attigua.

Sui tavoli, c’erano dei segnaposti bianchi con i nomi dei commensali scritti con elegante calligrafia. Io, Michela e Roberta cercammo i nostri e scoprimmo con sollievo di essere sullo stesso tavolo. Sbirciai i nomi delle persone che si sarebbero sedute al mio fianco. Il mio cuore fece un triplo salto carpiato nel leggere il nome di Paul alla mia sinistra e di Samuel alla mia destra. Sorrisi soddisfatta.

Mentre appoggiavo il tovagliolo in grembo, guardai con la coda dell’occhio le mani delicate di Samuel che sfioravano il bordo del tavolo. Risalii lungo la linea del suo braccio ben tornito, sfiorai le sue spalle larghe, il suo collo abbronzato, il contorno del suo bellissimo viso e delle sue labbra provocanti, fino a tuffarmi nei suoi profondi occhi.

Abbassai lo sguardo di scatto, quando mi accorsi che anche lui mi stava fissando. Samuel cominciò a parlare con l’elegantissima signora bionda che aveva di fronte e ne approfittai per voltarmi verso Paul.

Feci un sorriso tirato e decisi di tentare di rompere il ghiaccio. «Accipicchia, tutte le persone presenti stasera sembrano avere delle storie molto avventurose da raccontare! Ad esempio, ho appena saputo che lui è nato in un posto incantevole.»

«Vero! Nouméa è un vero paradiso. Anche se l’ha lasciato quando era molto piccolo e non ha molti ricordi legati a quei luoghi. Peccato che poi abbia trovato l’inferno a Parigi.»

«Sembra proprio che tu lo conosca bene.»

«Certo, siamo sposati.» Rischiai prima di sputare lo champagne che stavo bevendo e poi di soffocarmi nel tentativo di inghiottirlo. Avevo capito bene? «Siete… sposati?»

Lui mi rivolse un sorriso radioso. «Sì! Ci siamo sposati sei anni fa. Pensa che quando l’ho conosciuto era un timido ventenne che lavorava di notte in un bar per pagarsi gli studi. E ora guardalo: un distinto ed elegantissimo imprenditore che viaggia in tutto il mondo come se l’avesse fatto da tutta la vita.»

Non potevo verificare, ma immagino che il colore del mio viso virò dal rosso corallo al verde salvia, al giallo senape, fino al bianco ottico.

Come avevo potuto fraintendere così clamorosamente i segnali che recepivo da Samuel?

In quel momento, sentii un tocco lieve sul mio braccio. «Tutto bene?»

Affogai nelle pozze nere dei suoi occhi ma stavolta riaffiorai all’istante. «Certo.» Decisi di provocare la situazione. «Paul mi stava raccontando del vostro matrimonio.»

Un sorriso beffardo dipinse il suo viso con una pennellata di malizia. «Ah, oui. È stata anche quella una bellissima giornata. Abbiamo fatto come Gaston: abbiamo invitato tutti i nostri amici a Barcelone e abbiamo festeggiato per due giorni.»

Arrivarono i camerieri a servire la prima portata e questa gradita pausa mi diede modo di riempire i polmoni di ossigeno e di metabolizzare la notizia che aveva avuto l’effetto di un pugno stordente allo stomaco. Decisi di ignorare la sensazione di disagio (e di delusione… anche se non lo ammetterai mai!) e di godermi la serata. Era un avvenimento che capitava una sola volta nella vita -se ti andava bene- e quindi doveva essere tutto perfetto.

Ogni tanto Samuel mi faceva domande sulla mia vita, ma raccontare la mia routine quotidiana di venticinquenne, impiegata, single e abitante nello stesso paesino di provincia dalla nascita fino al primo impiego mi faceva sembrare incredibilmente insipida e ordinaria di fronte a tutti gli altri. Cercavo di mantenere un cortese distacco, perché non avevo certo intenzione di suscitare la gelosia di suo marito (moglie?).

Lui invece aveva un atteggiamento indecifrabile. Se non avessi saputo che era omosessuale, avrei giurato che stesse flirtando con me.

La serata giunse (troppo in fretta) alla conclusione e ci salutammo tutti con affetto, dandoci appuntamento alla sera seguente per la grande festa. Era incredibile il clima cameratesco che si era instaurato nel giro di poche ore: sembravamo un gruppo di compagni di scuola al termine di una rimpatriata, anziché persone venute da ogni angolo del mondo che erano entrate in contatto per la prima volta solo tre ore prima.

Vidi Samuel avanzare verso di me. Mi sostenne il cappotto per aiutarmi ad infilarmelo. Quando il suo viso mi sfiorò i capelli e le sue braccia mi avvolsero le spalle, ebbi un sussulto. Mi girai e lo ringraziai con un sorriso timido. Per tutta risposta, avvicinò il suo viso al mio e depositò un bacio sulla mia guancia. «Au revoir. Ci vediamo domani sera.» Mi sentii come in trance. Il tocco delle sue labbra, del suo sguardo, del suo profumo e della sua voce avevano mandato in tilt ben quattro dei miei cinque sensi. E dovevo tenere a bada il quinto, perché reclamava a gran voce un assaggio di quelle labbra che sembravano deliziose.

Ricominciai a respirare ad un ritmo regolare appena uscita dal ristorante. Salimmo sul taxi che ci aspettava con la portiera già aperta e ci lasciammo cadere sui morbidi sedili di pelle. Non riuscivamo a smettere di ridere e di fare commenti sulla serata. Le frecciatine più piccanti erano tutte indirizzate a me. «Dai, ragazze, smettetela! È conclamato che non gli interessano le ragazze.»

«Sì, d’accordo, ma se uno ti fa il filo, te ne accorgi. Vuoi forse dirmi che non ha percepito nulla per tutta la sera?»

«E non ci credo che non ti sei accorta che ha fatto lo stronzo con tutte, tranne che con te.»

Alzai le spalle. «Effettivamente, all’inizio ho avuto l’impressione che potesse essere interessato a me. Anche se non riuscivo a spiegarmelo.»

Michela sbuffò. «Sei insopportabile quando parli così. La vuoi capire una buona volta che sei una ragazza molto attraente e che stasera, in assetto da guerra, li hai stesi tutti?»

«Comunque Mia, anche se era glaciale come un iceberg, io un giretto sul Titanic l’avrei fatto volentieri.» L’’autista si fece coinvolgere dalla nostra ilarità, pur non avendo capito una sola parola del nostro discorso.

Rientrammo in hotel e dopo una bella doccia bollente ci infilammo il pigiama e ci ritrovammo sedute sui nostri letti a chiacchierare. La scelta della camera tripla era stata azzeccata. L’adrenalina che avevamo in corpo ci impediva di dormire: per tre ragazze semplici come noi era stato come camminare sul red carpet dopo averlo visto innumerevoli volte in tv.

Alla fine, la stanchezza del viaggio e della levataccia mattutina ebbero la meglio sul nostro entusiasmo, aggiunte allo stordimento dell’alcool che stava ancora girando nelle nostre vene. Ci addormentammo con la sensazione che stessimo vivendo un sogno. Nel mio, comparvero anche due occhi di velluto che sembravano volermi fissare anche da dietro le mie palpebre chiuse.

Anno pubblicazione

2021

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