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Autore

Anna Patrizia Mongiardo

A BOLOGNA DANNO L’ACQUA

A BOLOGNA DANNO L’ACQUA
Prezzo 14,00

DISPONIBILE
DAL 10 NOVEMBRE 2021

Viale Silvani, a Bologna, è luogo di prostituzione. Qualcuno, al mattino presto, scopre il cadavere di una prostituta riverso sul marciapiede dove esercitava. Inizia così l’indagine della polizia. Anita, che lavora in ospedale vuole scrivere dei gialli. L’omicidio, che è avvenuto nei pressi della sua abitazione, la incuriosisce.
Così contatta Dario, un giornalista che lavora al Resto del Carlino e un poliziotto, il vice questore Brunetti che aveva conosciuto tempo addietro.
Scopre così che a essere coinvolto c’è anche un medico dell’Ospedale in cui Anita lavora. Ma la polizia indaga soprattutto nel mondo della prostituzione, dove c’è un protettore e due prostitute, colleghe di Roxana, la vittima, che avevano tra loro rapporti feroci. Una le aveva prestato denaro a usura, l’altra l’aveva picchiata per gelosia verso il protettore.
Anche il protettore non era un santo. Gli inquirenti scoprono che per lui la prostituzione è un paravento dietro al quale nasconde un traffico di armi e droga.
E poi ci sono i clienti abituali della prostituta che si sono alternati quella notte, quattro personaggi su cui vige il segreto degli inquirenti e di cui Anita non sa nulla. C’è anche Work, il barista del Bar delle Svelte, a infiltrarsi nella storia, talvolta pettegolo, talvolta riflessivo, che segue la vicenda insieme ad Anita.
Ma non è solo un giallo. C’è anche una storia sospesa tra il vice ispettore Brunetti e Anita.
Anita deve arrivare alla fine della storia che sta scrivendo per rivelare che l’assassino è…

Primo capitolo

IL CASO

 

Stanotte, sul viale Silvani, è stata uccisa una prostituta. La notizia è stata pubblicata stamattina sul Resto del Carlino, a grandi caratteri, nella pagina della cronaca di Bologna. L’articolo dichiara che è stato un omicidio inusuale. Il corpo della ragazza, riverso sul marciapiede, è stato trovato all’alba, quando il primo inquilino del palazzo usciva per portare fuori il cane.
Alcuni inquilini ne hanno riconosciuto il corpo. Era la prostituta straniera che, tutte le notti, percorreva il tratto del viale antistante al loro ingresso.
Una settantacinquenne, Ofelia Malferrari, è stata in grado di riferire agli inquirenti molti particolari. La testimone abita al primo piano di quell’edificio, le cui finestre danno sulla strada.
Ha riferito agli inquirenti che la ragazza, alle venti e trenta circa della sera, sempre alla medesima ora, scendeva da un’auto per iniziare la serata di lavoro. La signora Ofelia Malferrari ha dichiarato anche che, da quando è andata in pensione, la sera ha preso l’abitudine di guardare dalla finestra, dove tra le aiuole, il marciapiede e la strada, si svolgeva il traffico di uomini con la prostituta. Non si è lasciata scappare l’occasione di osservare, fotografare e filmare la ragazza con il cellulare. Le piaceva guardare tutto il viavai della donna e dei clienti. Ha dichiarato, inoltre, che immaginava prima o poi sarebbe successo qualcosa.
Il luogo del ritrovamento del cadavere non è lontano. Il palazzo si affaccia sul viale, nei pressi di casa mia e il Bar delle Svelte. Per questo ho trovato interesse alla notizia. L’articolo che ha riportato questo fattaccio ha la firma di Dario Parolini.

 

UNO

 

Ho visto un bel caos, sul viale Silvani. Passavo nel pomeriggio, al ritorno dal lavoro, davanti al luogo dove è stata uccisa una prostituta. L’hanno trovata stamattina presto, perché, a quanto pare, i delitti avvengono la notte. Hanno ridotto la strada a una sola corsia. Per colpa delle macchine della polizia, parcheggiate a destra e il semaforo che diventava rosso in continuazione, si era formata una lunga fila di auto. Ho avuto il tempo di sbirciare le aiuole del piccolo giardinetto del palazzo. Era transennato con un nastro bianco e rosso, messo a protezione e controllo della scena del crimine. Da quel che so, l’area deve essere protetta per evitare curiosi in grado di causare danni irreparabili.
C’erano due agenti in divisa e un’auto, che fungeva da laboratorio mobile del Gabinetto della polizia scientifica.
Per fortuna in questo periodo ci sono giorni di sole che si alternano al maltempo e questo ha consentito alla polizia di fare i rilievi del caso senza problemi.
Non appena il semaforo è diventato verde, ho svoltato su via Calori e subito mi sono infilata in via Mondino de Liuzzi, dove io abito. Ho parcheggiato e sono entrata in casa prima dell’arrivo di qualche goccia d’acqua. Ho visto un lampo che, come un flash, ha svirgolato tra le nuvole nere.
Intanto che mi aggiro per la cucina continuo a pensare all’omicidio e alla vittima. Da tempo sto pensando di scrivere un altro giallo, ma non l’ho scritto, perché non ho la storia in testa. Dico che vorrei perché da un po’ di anni mi dedico alla scrittura di romanzi. Scrivere mi distrae da quello che è il mio lavoro primario.
Ed ecco che arriva questo caso, che mi smuove le idee, m’intriga, visto che è successo vicino casa mia. Vedrò, ho pensato rimuginandoci sopra.

Quel vedrò si è fatto avanti ieri quando sono arrivata al lavoro. Io lavoro all’Ospedale Bellaria di Bologna, in Radioterapia, dove si eseguono i trattamenti radianti per i malati di tumore: sono laureata in Scienze Tecniche di Radiologia Medica e Radioterapia.
In realtà questo non è proprio un luogo tristissimo, come uno potrebbe immaginare. Ogni tanto anche da noi succedono cose incredibili. Nello spogliatoio, indosso il camice al posto dei vestiti inzuppati di acqua. Piove in un modo torrenziale. Sono i temporali primaverili che alternano lampi e tuoni e sole e nuvole e sereno. Entro in reparto molto in anticipo.
Ho sentito in corridoio la voce alta della collega Farisa. Non so con chi sta parlando, visto che ci siamo solo io, lei, e qualche altro collega che si affaccia da una porta, per capire cosa sta succedendo. Pensavo parlasse da sola.
Cos’hai combinato, stava dicendo. E ha puntato il dito verso un ambulatorio dalla porta semichiusa.
— Chi ha combinato cosa — le ho chiesto.
— Sto parlando al dottor Papa — ha risposto lei. — Non sai niente?
— Di cosa?
— Il dottor Papa è stato inquadrato dalle telecamere di sorveglianza di viale Silvani, dove ieri hanno assassinato una prostituta.
— Chi te l’ha detto — le ho risposto.
— Non leggi i giornali?
— Non ho letto niente.
— Ecco come si scoprono gli altarini — ha finito di dire contrariata.
— Hai capito te? Va pure a puttane lui! Mo’ sono cazzi suoi — ha commentato ancora come a dire: perché sei andato con le prostitute?
Da quanto ho capito, il Dottor Alessandro Papa che è uno dei cinque medici del nostro reparto, è coinvolto e indiziato per questo omicidio. Noi lo chiamiamo Bergoglio, per via del suo cognome.
Si chiama Papa è inevitabile giocarci sopra. L’ha detto anche lui: “Sai quante volte a scuola mi chiamavano Paolo VI, oppure Wojtyla, ormai non me la prendo più”.
Il dottor Papa è un cinquantenne che dondola un po’ quando cammina, con il camice bianco aperto davanti che gli sfarfalla di qua e di là. Adesso si è rinchiuso nell’ambulatorio. Ha ragione a non volere essere importunato. Con la moglie, medico in un altro reparto, sapevamo che erano in crisi, ma che andasse con le prostitute no, non lo potevamo immaginare.
— Se andava a puttane avrà avuto le sue ragioni — ho detto a Farisa.
Lei mi ha guardato storta poi, senza rispondere, si è diretta con falcate da marciatore verso l’ambulatorio. L’ho vista aprire e sbattere la porta, chiudersi dentro con il dottor Papa, anzi con Bergoglio. Non lo molla, ha troppa confidenza con lui, vuole sapere.
Per un attimo tutto tace nel corridoio. I miei colleghi si sono collocati ognuno nelle loro postazioni. Arriva anche il primo paziente. Farisa tace.
Si sentono solo i nostri passi attutiti sul pavimento di linoleum e qualche voce provenire da un’altra sala.
Sto pensando.
Credo che il materiale per scrivere un giallo si stia materializzando all’improvviso. Eccola di nuovo Farisa che sgattaiola fuori dall’ambulatorio. Questa settimana siamo in turno insieme. Mentre si dirige verso la postazione le chiedo sottovoce.
— Allora?
— Lui dice che non era andato a puttane. Dice che quello che ha da dire lo dirà alla polizia e non a me. Se era lì, la notte del delitto, qualcosa era andato a fare no?
Farisa è meticcia, con il papà italiano e la mamma eritrea; incarna la donna che fisicamente avrei voluto essere io: alta, scura di carnagione, con i lineamenti così perfetti, come il naso per esempio, che sembra fatto con la squadra.
I capelli ricci e lunghi, la bocca carnosa, sensuale, attira gli uomini come le mosche. Io sono l’opposto di lei, bassa con la carnagione bianca, i capelli lisci e chiari, porto gli occhiali, insomma un’altra cosa.
Quando parla, Farisa ha questo intercalare che tra una parola e l’altra ci infila sempre “cazzo”, oppure “ecchecazzo” Un camionista al suo cospetto impallidisce. Vederla fisicamente è un incanto, è un piacere, ma quando apre la bocca si rimane di stucco, per quel suo modo di parlare, per l’irruenza dei modi, nervosi, maschili. Comunque per me è perfetta, non sarebbe lei senza quella parolina che la distingue: cazzo! Lei ha due figlie avute con un medico dell’Ospedale Sant’Orsola che non l’ha voluta sposare. Si è sposato invece con un’altra. Farisa, finita la storia con il padre delle sue figlie, Bellomo mi pare si chiamasse, si era messo insieme a un ex corteggiatore ma anche con quello è finita male. Insomma adesso è così, in cerca di una nuova storia.
— Bergoglio ha detto che oggi, quando ha finito le visite, in pausa pranzo, ci facciamo portare le pizze, invece di andare in mensa, e ci racconta qualcosa a modo suo — ha riferito Farisa.
Il giorno dopo l’assassinio della prostituta, il Resto del Carlino ha pubblicato molti particolari.

 

Anno pubblicazione

2021

Pagine

240

Formato

14x20

ISBN

978-88-6810-449-8

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