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Enrico Solmi

L'artiglio Solmi Enrico

L'artiglio
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L'artiglio Oppure scaricalo da

Una notte scura e fradicia.
Un ragazzo che scappa da una delusione d’amore, un uomo dalla squallida esistenza e un commissario di polizia che porta le colpe del passato: un incontro che cambierà per sempre le loro vite.

Primo capitolo

Capitolo I
 
Pioveva tanto, ma l’acqua scorreva senza violenza, disperdendosi in finissime goccioline. Sembrava di navigare in un oceano: tutto quanto impregnato, umido, molle e fradicio; tutto quanto ovattato, avvolto in un’atmosfera irreale dove il tempo perdeva significato.
Stefano sembrava non accorgersi di nulla, lo sguardo vitreo, il volto lucido percorso dai riflessi bluastri dei lampeggianti della polizia. Una goccia incontrò il suo naso e cominciò a ondeggiare avanti e indietro finché non cadde a terra. Un fazzoletto gli comparve all’improvviso davanti agli occhi.   
“Tenga, si asciughi”.
Stefano non rispose.
“D’accordo, allora si bagni pure, comunque vorrei che rispondesse ad alcune domande, signor... Signor… Come ha detto che si chiama, visto che non le sono stati trovati documenti addosso?”.
Ancora silenzio.
“Senta, io sono un commissario di polizia ed è mio dovere cercare di ricostruire i fatti avvenuti stanotte, quindi lei deve rispondere alle mie domande: dunque, ricominciamo…”.
“Allora, stronzetto, hai sentito quello che ha detto il commissario?”.
Un poliziotto era intervenuto e aveva cominciato a strattonare Stefano.
“Rispondi o te la devo tirare fuori io la lingua, pezzo di merda?”.
L’ultima parola lo penetrò come uno stiletto e in un attimo gli esplose nel cervello, facendolo bruscamente tornare alla realtà.
“Basta! Mi volete lasciare stare? Che cazzo volete da me? Non ne voglio sapere di nulla, basta sono stanco vaffanculo non ne posso più non so  niente merda, merda, merda, merda...”.
L’ultima colorita espressione scatologica venne interrotta da un pugno che si abbatté  sul suo naso.
“Allora, ne vuoi un altro? Perché, se è così, ti accontento subito e non finisco certo qui!”.
Il poliziotto che lo stava strattonando fece il gesto di colpirlo nuovamente, quando il commissario lo fermò.
“Ora basta, che stai facendo Bazzi? Ho detto basta!”.
Il Commissario Magiari allontanò in modo piuttosto brusco l’agente che, rosso in viso e con i pugni che ancora gli tremavano per la tensione, dopo un attimo di esitazione, si spostò.
“Non metterti nuovamente nei guai, che stavolta non riesco ad aiutarti. Quando ci sei tu, ci scappa sempre qualche ferito in più!”.
“Mi scusi commissario. Sono in servizio da troppe ore. Manca personale…”.
Magiari prese da parte Bazzi e lo apostrofò ruvidamente.
“Lo so io perché sei in servizio da troppo! Non mi fare dire altro. Vai a dare una mano di là. E portami un digestivo visto che ci sei, questo reflusso gastrico finirà per uccidermi.”.
Bazzi fece un cenno con la testa e si allontanò. Bazzi era il fratello della sua povera moglie, ma non poteva giustificarlo. Dopo tanti anni di servizio, era ancora un agente. Troppe azioni disciplinari, troppe accuse di maltrattamento. Era riuscito a stento a tenerlo vicino a sé. A non farlo cacciare. Bazzi era convinto che i delinquenti capissero solo la violenza. Occhio per occhio, dente per dente. Lui invece la violenza non la sopportava. Si toccò la fede che portava sempre, ancora, dopo tanti anni. Cercò di allontanare da sé il gelo della serata. Si sentiva ancora addosso lo sguardo inquisitorio dell’uomo assassinato, sguardo che pareva riesumare la domanda che sempre lo assillava, in questi casi: perché? Ogni morte violenta, e tante ne aveva viste, lo portavano a dubitare, lui credente devoto, dell’esistenza di Dio.
Magiari tornò a rivolgersi a Stefano.
“Non amo la violenza, ma lo posso capire: è in piedi da quasi ventiquattro ore. Tenga, il fazzoletto adesso le serve per davvero”.
Stefano perdeva copiosamente sangue dal naso e afferrò il fazzoletto per tamponarlo. Alzò per la prima volta lo sguardo verso il Commissario Magiari. Era un omone grande e grosso, dalla faccia apparentemente bonaria. Indossava un impermeabile e un cappello, pareva uno di quegli investigatori privati dei film americani anni quaranta. Magiari si sedette accanto a lui nel retro dell’ambulanza in cui si trovava, riparati a malapena dal portellone rialzato. Si aggiustò i pantaloni scivolati in basso e si toccò il largo ventre, emettendo un lungo sospiro. Si tolse il cappello con gesto lento, lo guardò sospirando come per cercare qualcosa, prese una sigaretta e se l’accese. Spire di fumo cominciarono a danzare nella pioggia davanti a loro.
“Vuoi?”.
Gli domandò porgendogli il pacchetto.
“No! No, io…”.
Magiari gettò la sigaretta con un gesto stizzito. L’aveva accesa senza pensare, ma l’odore di tabacco gli penetrò le narici e gli fece ricordare che era ormai tre anni che aveva smesso di fumare. E aveva iniziato a mangiare smodatamente ora che la sua povera moglie non lo controllava più. Spesso mangiava porcherie in ufficio, visto che ci rimaneva fino a tardi. Tanto nessuno lo aspettava al rientro. Sua figlia non si faceva mai vedere. Sembrava abitasse ancora con lui solo per fargli sentire il suo astio. E non gli parlava mai, anche se gli lasciava sempre qualcosa da mangiare, che lui regolarmente buttava. Gli sarebbe piaciuto cenare con lei almeno una volta ancora. Così i polmoni gioivano, ma lo stomaco ne soffriva. Purtroppo, in questa vita, di qualcosa bisogna soffrire, pensò tristemente. Si toccò nuovamente la pancia. Estrasse un mozzicone di sigaro dal taschino della giacca.
“Non ti preoccupare, non l’accendo. Ho smesso. Lo tengo in tasca solo per abitudine. Mi piace tenerlo in bocca spento, ogni tanto”.
Stefano era un po’ confuso, e cominciò a farfugliare monosillabi.
“Senti ragazzo, immagino che tu sia un po’ sconvolto per tutto quanto è successo, però, a costo di ripetermi, noi dobbiamo fare il nostro lavoro e tu ci devi aiutare. Stanotte un uomo è morto e un altro è stato gravemente ferito: non ti sembra una situazione un tantino complicata? Sai, qualcuno si potrebbe anche incazzare”.
A questo punto lo sguardo del commissario si fece gelido e con tono tagliente continuò.
“Come ho detto, non sono un amante della violenza, già ne abbiamo avuta troppa oggi: ci siamo capiti, vero?”.
L’agente Bazzi arrivò con un bicchiere di plastica in mano.
“Il digestivo Athos… Scusi, commissario”.
Magiari ne trangugiò il contenuto.
“Che roba è?” disse, guardando il bicchiere con una smorfia.
“Bicarbonato. Non c’era altro” Magiari gettò il bicchiere imprecando sottovoce.
Stefano lo guardò spaventato; il torpore e lo stordimento lasciarono di nuovo il posto alla paura, quella paura che lo aveva  accompagnato per buona parte della notte. Girò lo sguardo verso la vetrata infranta dell’autogrill, verso le due auto aggrovigliate quasi in un macabro abbraccio. Un abbraccio, come quello... Sentì un vuoto allo stomaco, altri ricordi, più remoti, riaffiorarono confondendosi con quelli più recenti. Un conato di vomito lo scosse.
Stefano e Silvia stavano leggendo, seduti su due poltrone, dandosi le spalle. Leggevano molto, soprattutto negli ultimi giorni, forse per non pensare, per non essere costretti a guardarsi, a parlare. Una radio trasmetteva musica. Stefano era infastidito, non riusciva a concentrarsi, e lui voleva concentrarsi sulle parole. Si alzò per spegnere e in quel momento il DJ lesse una dedica. Ne percepì solo la parte finale.
“A Romano. Ti credevo un amico e hai tradito la mia fiducia” e subito dopo partirono le note di “Rimmel” di De Gregori.
Silvia lo fermò stringendogli la mano.
“Che cosa c’è?” disse Stefano, girandosi verso Silvia.
“Ma non capisci? Proprio non capisci?”.
“Che cosa c’è da capire?”.
“Hai ascoltato il testo di questa canzone? Parla di una storia che sta finendo, di due ragazzi che si stanno lasciando! Come noi… Stefano, io ti ho amato e tanto. Ma ora non più, è finita! Amo Franco adesso, ma tu non vuoi capirlo e continui a tornare qui come se nulla fosse cambiato. Non posso essere quella che non sono più. Te ne devi andare, la mia vita non è più la tua!”.
Stefano continuava impietrito a guardarla.
“Ma tu hai detto che ancora non eri sicura che fosse finita. L’hai detto o no? Hai detto che forse…” cercò debolmente di replicare.
“Ho detto che stavo male all’idea che tutto finisse, e che non sapevo se avrei iniziato subito un’altra storia. Ma ero sicura che fosse comunque finita tra noi. Non sono più quella di prima, devi rendertene conto”.
“Non lo so… È strano, forse… È troppo assurdo, dopo tanti anni…”.
Stefano parlava in modo confuso. Silvia si mise a piangere.
“Vattene Stefano, ti prego. Vattene e non ritornare stavolta. Voglio stare tranquilla”.
Silvia si ritrasse e chinò la testa. Stefano esitò qualche istante, poi si alzò e lentamente si avviò alla porta. Si fermò un istante, Tenendo una mano sullo stipite, prima di decidersi ad uscire.
“È strano quando tutto finisce, dopo avere condiviso la vita per tanto tempo. È come se lei fosse morta e il suo corpo occupato da un’altra. Fa ancora più male. Forse è solo l’abitudine, non riesco a capire…” pensò Stefano.
Si girò ancora una volta per parlare.
“Domenica è il mio compleanno. Telefonami… Anche se sarai via… Io non lo festeggio neppure, sarò a casa… Ah i CD possiamo anche non dividerceli, li vengo a prendere quando ho voglia di ascoltarli… Forse potrei comprarmi l’impianto stereo… Potrebbe essere una buona occasione…”.
Silvia non rispose. Stefano si voltò e chiuse la porta. La canzone finì.
                       
“È durato il tempo della canzone, non un secondo di più…” bisbigliò Stefano.
“Prenditi pure un po’ di tempo, ragazzo, anche un paio di minuti se vuoi, poi però mi devi raccontare tutto, questo l’hai capito vero? Sai, anch’io non dormo da parecchio e stanotte avrei preferito starmene a letto. Anche se non sarebbe stato più accogliente di qua. Ma più caldo sì. Invece mi ritrovo sotto la pioggia, a fare lo psicologo con uno stronzetto capellone”.
La voce ora gli usciva fischiando tra i denti serrati, la bocca stretta in un sorriso forzato e percorsa da un leggero tremito.
Stefano sentì la mano di Magiari posarsi sulla sua spalla e iniziare a stringere. Un brivido freddo gli percorse la schiena: un’altra mano lo aveva toccato in quel modo e da allora erano iniziati i guai, i veri guai. Cercò di sottrarsi alla presa e allora lo afferrò per i capelli.
“Sai, se avessi un figlio non mi piacerebbe che portasse i capelli così lunghi. Purtroppo ho solo una figlia, e lei li porta corti, anzi non li porta affatto, ma così va la vita”.
Il tono gli si era addolcito, lasciò i capelli e gli diede un buffetto sulla guancia. Stefano portava i capelli lunghi, non per vezzo, ma perché gli seccava andare dal barbiere. Non li spazzolava nemmeno, tanto non sarebbe servito a nulla. Sembravano tanti serpenti che tentavano di scappare dalla sua testa. Riuscivano a malapena a coprire l’incipiente calvizie che lo affliggeva. Come il suo povero babbo, calvo già prima dei trenta.
“Ragazzo non so in che guaio ti sia cacciato, però se non mi aiuti non ne usciremo mai. Allora che ne dici di raccontarmi tutto?”.
“D’accordo, ha ragione. Ha ragione, ora mi calmo. Mi scusi, io... Sono successe troppe cose in poco tempo, che io... Va bene, ora cercherò di spiegare, così potrò capire anch’io. In questo momento non riesco a rendermi conto di ciò che è capitato esattamente…”.
Stefano sospirò. L’odore acre della benzina bruciata gli penetrò nelle narici insieme all’aria fredda e umida di quella grigia alba. Aveva la sensazione di annegare in una putrida palude, satura di gas.
“Ieri sera era lo stesso” disse rivolto al vuoto “proprio lo stesso…”.
I ricordi rifluirono e iniziò a raccontare.
 
 
Non riuscivo a credere di averlo fatto per davvero. Avevo minacciato più volte di andarmene da casa, durante le frequenti liti con mia madre, ma in fondo il coraggio mi era sempre mancato. O la convinzione. Vigliacco. Silvia me lo aveva urlato in faccia qualche giorno fa. Sembravano secoli. Quanto tempo fa? Non ci capivo più nulla. Ricordavo solo che eravamo a casa sua, seduti su un divano, nell’attesa del momento in cui  mi avrebbe lasciato. Cercavo di non pensarci, fingendo di interessarmi a quello che trasmettevano in TV, ma poi lei, lei… Cazzo!
Lo sconforto aveva preso il sopravvento, mi era venuto da piangere: il freddo, la pioggia, la fame. Dovevo tornare a casa, volevo tornarci. Perché lo avevo fatto, che senso aveva? Adesso mi trovavo sotto la pioggia, lontano da casa e non avevo neppure soldi: come al solito, avevo dimenticato qualcosa. Sembrava così lontano il viaggio che avevamo fatto insieme, io e Silvia, il mese scorso, così pulito, emozionante. Il mio primo viaggio aereo: uno dei momenti più belli della mia vita, legato indissolubilmente a uno dei più tristi. Restava solo il dolce il ricordo di un viaggio stupendo, che scaldava il mio cuore, ma che lo riempiva inevitabilmente di nostalgia e rabbia.
Era passata appena una settimana dall’esame di maturità e tutto era andato magnificamente. Ci eravamo diplomati a pieni voti e nello stesso giorno, tra l’altro nostro anniversario di fidanzamento. Volevamo concederci un viaggio in Irlanda, il nostro sogno. Per me era la prima volta fuori dall’Italia, Silvia invece era abituata a viaggiare.
La notte della partenza avevo ascoltato “Il cielo d’Irlanda” di Fiorella Mannoia e già la mente se n’era partita. Passammo la notte in una pensione a Roma, visto che la partenza era prevista da Fiumicino. Faceva un caldo terribile. La corrente d’aria del ventilatore faceva fuggire le gocce di sudore dal mio corpo, inevitabilmente rimpiazzate da altre. La calura era insopportabile. Adagiato sul letto, nudo, la mano sinistra a penzoloni, infilata in una vaschetta d’acqua, facevo fatica anche a tenere gli occhi chiusi. Con la mano destra cercavo al mio fianco e incontrata la sua pelle, morbida e umida, avevo indugiato qualche secondo, muovendo pigramente le dita.
“Mi fai caldo, smettila!”.
Silvia si era girata stizzita. Sospirai. Era un preavviso?
Il battesimo dell’aria mi gettò nel panico: il decollo, i motori al massimo, i sobbalzi. E poi siamo arrivati a Dublino.
La guida del nostro gruppo era un irlandese come li vedi nei film: grande, grosso, faccia rubiconda e ventre prominente. Guidava come un pazzo e soprattutto contromano! Non riuscivo ad abituarmi alla guida a sinistra: ho rischiato più volte di farmi travolgere attraversando la strada.  Paddy - si chiamava come il whisky - ci accolse al mattino con una pinta di Guinness e un sonoro: “Goooood morning boys, it’s a beautiful day!”.
Il cibo. Meravigliose colazioni a base di uova e bacon in linde casette governate da sorridenti signore. Il resto, da dimenticare. Infatti l’ho dimenticato, a parte la panna acida della prima sera (povero il mio stomaco!).
La Guinness. “One pinte of Guinness, please” il nostro motto serale nel pub. Il pub era un’istituzione. In un villaggio ne avevano realizzato uno nella palestra della scuola. Credo ci fossero tutti gli abitanti del luogo, quella sera. Si suonava musica country. Appena ci videro, si fermarono meravigliati, ma subito dopo ripresero bevute e ballate nell’allegria generale.
Le ragazze avevano lentiggini e lunghi capelli rossi, lievemente increspati. Una sera avevamo ricevuto, da una graziosa cameriera, un invito per una festa. Al nostro diniego questa ci aveva strizzato l’occhio mentre, con un vassoio di birre, entrava in un portone. Occasione persa? Franco, ingegnere di Torino alto due metri, voleva andare. Si rifarà più avanti.
Dopo ci tuffammo nel cuore dell’Irlanda. Verdi colline silenziose, su cui si ergevano rovine di castelli e di cattedrali (ah, il crudele Oliver Cromwell!); da qui il pensiero volava fino al mare impetuoso, su cui diradavano immensi prati di erica. Spiagge lisce e scoscese scogliere, le Cliffs of Moher, le più alte d’Europa; i gabbiani trasportati dalle correnti ascensionali che planavano in piccole pozze in vetta al dirupo. Le isole Aran con le loro pietraie e gli isolani che non sapevano, o non volevano parlare inglese. Ma anche il mal di mare e “… facciamoci una pinta per farlo passare”. Il cielo, sempre in movimento, ci regalava sole vento e pioggia, tanta pioggia.
L’Ulster. I muretti di pietra che diventavano filo spinato, i soldati che giravano con le armi spianate. Belfast: case sventrate, cimiteri immensi, graffiti, blindati, posti di blocco, niente fotografie. Titoli di giornali parlavano di una guerra di cui poco si sapeva, ma che esisteva. L’angoscia ci lasciò sul Giants Causeway, il sentiero che solca il mare, formato da enormi ciottoli levigati, su cui i giganti tentarono di raggiungere la Scozia.
Il triste ritorno. Paddy cantava a squarciagola “Rose of Tralee” e “It’s a long way of Tipperary”, attraversando il Connemara, con le distese di torbare, gli acquitrini, le nere colline, i fiumi pieni di salmoni, le capre. Un’atmosfera ovattata, irreale. Si narrava fosse il passaggio per il regno delle fate.
Nuovamente Dublino. Riposo al Trinity College dove aveva sede un’importante facoltà d’Italiano. Ricordo il volto severo di Yeats che mi fissava dall’alto di una statua di legno e anche le parole incise sulla lapide della sua tomba in un piccolo cimitero: “Getta uno sguardo freddo sulla vita e sulla morte. Cavaliere, prosegui il tuo cammino.”.
I cavalieri mi riportarono alla mente i compagni di viaggio. Vera, la veneziana, che voleva visitare tutti i castelli d’Irlanda e litigava con Paola, la milanese, che avrebbe invece trascorso tutta la giornata su di una scogliera ad “ascoltare il canto del vento”.
Per poco non la lasciavamo alle isole Aran se non l’avesse recuperata Franco. Non ho mai capito se tra i due ci fosse qualcosa. Parevano una coppia; erano arrivati insieme anche se non si conoscevano. Infine Silvana, di Brescia: la ricordo a Dublino in fitta conversazione con un irlandese, pur non conoscendo una parola d’inglese: era molto espressiva. Come le nostre risate!
L’immersione nell’afa della Pianura Padana portò via vento, nuvole, mare e pioggia, ma arrivarono caldo, sudore e smog. Li sto ritrovando ora, con gli interessi. Gli amici, i compagni di viaggio non li ho più rivisti, purtroppo anche Silvia ha deciso di interrompere il viaggio iniziato anni prima. La vita è come un viaggio, bella metafora! Lei ha deciso di continuarlo con Franco.
Improvvisamente una doccia gelata mi destò dai ricordi: uno stronzo mi era passato accanto su di un enorme Suv e mi aveva letteralmente lavato da capo a piedi. Imbecilli, li odio, loro e le loro auto di merda. Lanciai qualche imprecazione al suo indirizzo, di quelli che si pronunciano con il dito medio alzato: questo era un altro dei miei difetti, l’irascibilità. Una volta per uno stupido battibecco in auto a momenti mi beccavo un cacciavite in gola. Comunque, fatti duecento metri, l’auto in questione si bloccò di colpo e un uomo ne scese correndo. Ebbi un tuffo al cuore.
“Ci mancava solo questa!”, pensai, “Ora viene qui e mi picchia”.
Feci per scappare, quando notai che in realtà si era tuffato in una cabina telefonica lì vicino. Sollevato, continuai a camminare cautamente al largo di quell’auto. Quando gli passai accanto, sbirciai di lato con un po’ di apprensione: non mi sentivo ancora tranquillo. Forse mi avrebbe visto e si sarebbe ricordato del gestaccio. L’uomo se ne stava in cabina a telefonare ma non con il telefono pubblico. Parlava con un cellulare, in una cabina!
“Che stronzo”, pensai, proprio un grande stronzo, da non credere. Avrei avuto voglia di ridere, ma non era il caso data la situazione in cui mi trovavo. Perciò ripresi la mia triste strada. Dove stavo andando? Non ne avevo proprio idea, continuavo solo a camminare infreddolito, i pensieri che si alternavano  tra lo sconforto nell’essere lontano da casa e la disperazione per la rottura con Silvia.
Improvvisamente ebbi una sensazione strana, come quando da bambino salivo di corsa le scale di casa con la convinzione di avere qualcuno alle spalle che mi seguiva. La sensazione continuò, ma ora capivo che non si trattava di una semplice impressione: un’auto mi stava realmente dietro e mi seguiva lentamente. Sentivo il rumore del motore, vedevo i fari che illuminavano l’asfalto lucido davanti a me. Il mio, usando un termine gentile, fondoschiena cominciò a rabbrividire. Ero terrorizzato, ma non riuscivo a voltarmi. Era lui, l’uomo del Suv, ora mi avrebbe letteralmente travolto dopo aver giocato un po’ con me. D’improvviso, cominciai a correre e a urlare in uno dei miei soliti sfoghi isterici. L’auto accelerò, mi superò e mi si fermò davanti. Fu una cosa talmente repentina che quasi andai a sbattere contro la portiera che nel frattempo si era aperta.
“Ma che stai facendo, sei impazzito per caso, mi vuoi rovinare la portiera?” gracchiò una voce stridula dall’interno.
Rimasi aggrappato all’auto senza sapere come comportarmi, spaventato, confuso e stanco. Soprattutto stanco.
“Senti un po’, vuoi togliere quelle mani da lì, non vedi che mi graffi la carrozzeria?” riprese la voce “Sali piuttosto, avanti, non ho mica tutta la notte, sai!”.
Non capivo bene quello che stava succedendo e quando mi decisi a guardare, quella voce ebbe finalmente un volto: un viso corrugato mi stava fissando. A prima vista sembrava giovane, sulla trentina, baffetti sottili e due occhi piccoli piccoli.
“Ascolta, cocco, se vuoi un passaggio sali, altrimenti chiudi la portiera e tanti saluti. Ma guarda un po’, se non ti fermi ti insultano, se ti fermi è peggio. Allora?”.
Mi decisi a salire e l’auto ripartì velocemente.
“Mi scusi” balbettai “ho avuto paura. Sa, mi è sbucato da dietro all’improvviso…”.
L’uomo stava sogghignando, muovendo leggermente la testa. Ora che lo osservavo meglio, notavo che aveva una testa enorme, in confronto al resto del corpo, piuttosto minuto. Il suo viso aveva qualcosa di fanciullesco, con due piccoli occhi azzurri e lunghi, seppur radi, capelli biondi. E la voce, sottile e squillante, decisamente inquietante in un adulto. 
“Allora, non avrai intenzione di restare muto a guardare, vero? Ti ho caricato proprio per non viaggiare da solo. A proposito, io sto andando a Bologna, dalla direzione mi sembrava che anche tu…”.
“Va benissimo grazie, io abito a Modena”.
“Ma che ci facevi lì fuori con questo tempo? Non è proprio la stagione delle gite. Se non dovessi girare per lavoro, io me ne starei in casa. Ma che vi passa per la testa a voi ragazzi?”.
“È che non lo avevo programmato… e poi sono rimasto senza soldi…”.
“Ho capito, te ne sei andato da casa, giusto? Quanti anni hai?”.
“Diciotto, anzi no, diciannove, li ho compiuti la settimana scorsa”.
Il mio compleanno. Aveva promesso almeno di telefonarmi. Il mio compleanno passato in camera ad aspettare. Il tepore all’interno dell’auto iniziava a fare effetto e a calmarmi i nervi, anche se la voce dell’uomo mi urtava parecchio.
“Diciotto!” sospirò l’uomo. “Sai io ne ho trentacinque, anzi quasi trentasei” continuò ridacchiando. “Non rimpiango quegli anni, anzi ero proprio stupido a quell’età. Accidenti, non si vede niente, maledetta pioggia. Guarda che roba, tutto il vetro appannato”.
Detto questo accese la ventola, che partì rumorosamente, cominciando a soffiare sul parabrezza.
“Ancora quella stupida impronta sul vetro. È tutto il giorno che ricompare quando si appanna il vetro. Qualche stupido cane deve averci appoggiato una zampa!”.
In effetti era comparsa una specie di impronta, come quella di una zampa, anche se assomigliava più a un artiglio con tre unghie che spuntavano di fuori. Sembrava fatta dall’interno. Era strana.
“Se le dà tanto fastidio, perché non usa uno straccio per toglierla?” azzardai.
“Scherzi? Così il vetro si sporca ancora di più! No, bisogna lavarlo per bene, con un prodotto apposta. Lo farò quando sarò a casa. Per adesso uso la ventola”.
L’impronta iniziò a svanire. Ci fu una pausa durante la quale tutti e due guardammo quella cosa che si dissolveva.
Alla fine l’uomo si rivolse nuovamente a me: “Ancora non mi hai detto come mai te ne sei andato da casa” mi incalzò.
“Sinceramente... Non lo so neppure io.” risposi, infastidito dal suo tono “Proprio non lo so. È stato un momento, uno sfogo forse… E adesso sono veramente stanco”.
L’uomo assunse un’espressione ironica, continuando a guardare avanti. Scosse la testa sogghignando in silenzio, come per dire: “Guarda che bamboccio, non sa neanche quello che fa, tutti uguali questi ragazzini”.
Mi sentii punto nell’orgoglio e cominciai a odiarlo veramente e a odiare la mia stupidità per essere costretto a viaggiare con lui. Cercai di calmarmi e mi concentrai sul mio compagno di viaggio. Pareva uno dei soliti commessi viaggiatori, sempre in auto a parlare al cellulare.
Aveva i pantaloni slacciati a causa del ventre prominente, nonostante l’apparente minutezza. Puzzava di acqua di colonia, o dopobarba, in maniera disgustosa. Con quel beffardo sorrisino stampato in faccia, estrasse una sigaretta dalla tasca della camicia e se l’accese, sbuffando sul parabrezza. L’odore del fumo si mescolò a quello del dopobarba e dell’umidità all’interno, provocando una terribile miscela.
Mi venne quasi da vomitare.
“Sai, ragazzo, io penso che tu sia un po’ coglioneeeeccckkh!”.
Non riuscì a finire la frase e iniziò a tossire furiosamente.
La sigaretta gli precipitò fra le gambe e lui si affannò a togliersela di dosso bestemmiando.
“Merda! Boia di una vacca troia! Porc…” urlò con la vocina stridula tenendosi le mani davanti alla bocca. “Ma guarda che... Anche il vetro ho sporcato! E ricomincia pure ad appannarsi”.
Infatti sul parabrezza si era formata una larga chiazza di catarro. Cercò di allungare la mano, ma si accorse che anche quella era sporca e la ritrasse con un gesto di stizza. Sul vetro ormai nuovamente opaco dall’umidità, ricomparve quella strana impronta, che sembrava voler ghermire la macchia di catarro. I fari delle auto che ci incrociavano davano a quella specie di artiglio uno strano alone, quasi pulsasse di vita propria. Stavo cominciando a fantasticare, quando il rumore della solita ventola mi riportò alla realtà.
“Maledetta pioggia!” imprecò di nuovo, slacciandosi la cravatta “Come diavolo ti sarà venuto in mente di andartene in giro con questo schifo di tempo, proprio non lo so. Se non arrivavo io, che cazzo facevi?”.
Iniziavo a innervosirmi.
“Senta, io la ringrazio del passaggio, ma non me lo faccia pesare così. Me ne sono andato di casa perché la mia ragazza mi ha lasciato e non sopportavo più di stare in casa, con mia madre che continuamente mi ricordava di come lei aveva previsto tutto, di come aveva cercato di avvertirmi, di come non le era mai piaciuta quella ragazza. E non sopportavo neppure la vista di qualsiasi cosa me la facesse ricordare, cioè tutto. Quindi non vorrei sembrarle maleducato, ma vorrei solo un po’ di pace. Altrimenti mi faccia scendere!”.
L’uomo mi guardò con aria fintamente stupita e si lasciò sfuggire un lungo fischio.
“Penso che tu non abbia capito molto delle donne” attaccò con fare paterno. “Del resto sei ancora un ragazzino. Ti mostro una cosa”.
Cominciò a frugare nel cruscotto alla ricerca di qualcosa.
La mia depressione aumentava, avrei voluto essere a casa sotto la doccia. Desideravo chiudere gli occhi, starmene nel mio bel letto caldo.
“Ma dove cazz… Eccola!” urlò trionfante, mostrandomi un libretto di pelle nera. “In questa agenda ci sono i numeri di telefono di almeno un centinaio di donne. Guarda qui, con questa ci sono stato non so quante volte. Eh sì, non riuscivo a resistere un solo giorno senza far sesso, stavo male. Molti nomi che stanno qui sono di puttane, d’alto bordo naturalmente, non lo farei per strada. Ci sono anche un paio di transessuali, una bella esperienza. A me non frega un cazzo dell’amore, anche perché sono cose da adolescenti, non esistono, non sono importanti. Il sesso è importante, è il sesso che fa girare il mondo e a me piace farlo, mi fa stare bene. Pensa che una volta, con una negra fantastica, ci siamo stati in due, uno davanti e uno dietro. Quando ho guardato in faccia l’altro, a momenti mi veniva da ridere. E quella volta…”
Ci mancava pure questa, un puttaniere. Cercai di non ascoltare, ma lui mi incalzò.
“Non ci pensare ragazzo: le donne sono tutte uguali in mezzo alle gambe, non ne ho ancora incontrata una che ce l’abbia di traverso. Sono come dei sacchetti, sono state costruite per contenere qualcosa. Non è importante cosa contengano, ma è importante che qualcosa contengano!”.
Non potevo continuare ad ascoltare simili assurdità senza senso. Sbottai.
“Io non posso distinguere il sesso dall’amore! Quando faccio del sesso sono coinvolto anche mentalmente, è... un’unione carne e spirito”.
Mi stavo imbarcando in uno dei miei soliti discorsi misticheggianti, infervorandomi come facevo con mia madre parlando di Silvia. L’ultima discussione avuta con lei era stata relativa all’università. Io volevo iscrivermi, lei voleva che trovassi un lavoro.
“Non serve a niente studiare, abbiamo bisogno di soldi, tuo padre non c’è più e io ho bisogno di te. Non ti posso mantenere”.
Io mi lanciai in un lungo monologo sull’importanza dell’istruzione e sul fatto che mi sarei trovato un piccolo lavoro per mantenermi. Tutto inutile naturalmente.
“Tu non sai niente della vita, io sì!”.
“Non riuscirei ad avere delle avventure, non mi resterebbe niente” conclusi.
Mi rispose con una odiosa risata che gli provocò un nuovo attacco di tosse.
“Mi fai veramente morire! Ho bisogno di fumare, alla faccia della tosse”.
Aspirò una boccata, impestando di nuovo l’ambiente e riprese.
“Cosa credi, che io non sia capace di provare affetto? Ho una moglie e due figlie e voglio loro molto bene, ma questo non c’entra affatto col discorso del sesso, è tutta un’altra cosa. Certo, se scoprissi che mia moglie mi tradisce, la ammazzerei di botte”.
Lo guardai. A una simile affermazione non avrei proprio saputo cosa rispondere. Era pazzesco, rivoltante. Ma come si faceva a essere convinti di tali assurdità? Con gesti nervosi, cercai di sistemarmi i capelli bagnati e poi mi concentrai sulla strada davanti a me, facendomi ipnotizzare dalla processione di fari che mi sfrecciavano davanti e dal monotono ritmare della pioggia. Gli occhi si socchiusero e cominciai a cullarmi in un dolce torpore. L’uomo continuava a blaterare, a spacciarmi le sue squallide scopate per delle esperienze indimenticabili che io non sarei mai stato in grado di avere, ma le sue parole, anche se entravano nelle orecchie, non venivano recepite dal cervello.
La mia mente si trovava altrove, tra le braccia di Silvia.
Purtroppo non durò a lungo. Silvia, o meglio il costrutto mentale che il mio subconscio aveva creato, mi urlò contro, come spesso faceva, e mi spinse a terra. Mi ritrovai sballottato nelle cinture di sicurezza e quasi finii addosso al mio accompagnatore, che nel frattempo bestemmiava animatamente.
“Vaffanculo! Vacca puttana troia! Non ne posso più di questo vetro e di quella stupida impronta che mi compare sempre davanti! Hai visto? Mi impedisce di vedere bene!”.
Fece il gesto rabbioso di sferrare un pugno al parabrezza, là dove era riapparsa lo strana macchia, poi si trattenne. Ansimando, aprì il cassetto del cruscotto e ne tirò fuori una bottiglietta dall’etichetta colorata, contenente un liquidi scuro.
“Mi ci vuole proprio!” bofonchiò mentre se la scolava tutto d’un fiato. Si fermò solo per liberarsi di un sonoro rutto e si slacciò ancora di più la cintura.
“Io vado fuori a pisciare. Non me ne frega un cazzo della pioggia, quando ci vuole, ci vuole. Anche questo, come scopare, è una necessità impellente. Dovresti venire anche tu, si piscia meglio in compagnia! Chi non piscia in compagnia, è un ladro e una spia!”.
Mentre si allontanava emise quella sua irritante risatina. Dalla portiera aperta entrava aria gelida che contribuì a svegliarmi del tutto. Il cuore sembrava volesse uscirmi dalla gola, non avevo ancora realizzato esattamente cosa fosse successo. L’auto si trovava parcheggiata sul ciglio della strada. Guardai fuori. Lui se ne stava a gambe divaricate a pochi passi da me, le mani appoggiate sul pube. La pioggia era diminuita d’intensità, ma l’aria continuava a essere satura di umidità. Aspirai una boccata d’aria fresca, ma mi raggiunse anche l’odore acido della sua urina. Rimisi subito la testa dentro. Sentivo che stava mugugnando di piacere: che imbecille! Lo guardai di nuovo, stavolta con più attenzione. Aveva un corpo tozzo e minuto, le gambe e le braccia incredibilmente corte, il testone enorme e quella pancia prominente.
Visto che continuava a starsene fuori, richiusi la portiera e mi godetti il tepore all’interno. Mi cadde l’occhio sul cruscotto e notai alcune riviste pornografiche.
Sogghignai. Ne afferrai una distrattamente, Linea Bollente, si intitolava. La ragazza in copertina, completamente nuda tranne che per le calze a rete, si teneva l’enorme seno con una mano e con l’altra si accarezzava il pube. L’immagine mi fece uno strano effetto: quand’è che avevo visto il suo corpo per l’ultima volta, quando avevamo fatto l’amore? Troppo tempo. Sentii un languore tra le gambe che saliva, saliva...
La portiera si aprì. Scaraventai la rivista sopra le altre e mi girai per nascondere l’incipiente erezione.
Lui si mise a sedere e mi guardò beffardo.
“Saresti dovuto venire, sai? Credo che tu avessi veramente bisogno di scaricarti!”.

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