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Ludovico Del Vecchio

La spiaggia senza mare

La spiaggia senza mare
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2013. L’Italia è sconvolta dagli attentati, i profughi continuano a giungere a ondate dal Nord Africa.
Ruggero se n’è andato su un’isola cercando di lasciarsi alle spalle una vita qualunque.
Ma l’approdo prima di un piccolo profugo e poi di un gruppo di clandestini andranno a sconvolgere ogni abitudine e ogni certezza.
Una storia scritta come un film, ricca di personaggi assolutamente imperfetti nella loro umanità.


"Il bimbo era girato verso di lui, non diceva nulla, e l’uomo gli sfiorò appena una guancia, adesso quasi timoroso di toccarlo.
Però lo osservava, ora, con più attenzione rispetto al giorno prima.
Occhi vivi, occhi scuri, orecchie non piccole, ma attaccate al punto giusto, un collo lungo, ben fatto.
E mani grandi, mani di chi crescerà ancora.
Nessuna deformità, all’apparenza.
Un ragazzino sano."

Primo capitolo

I

La musica di Mozart risuonava lieve nella stanza, la ragazza continuava a riposare tranquilla. Le sfiorò con le labbra una spalla abbronzata che sbucava tra le lenzuola e gli venne voglia di fare ancora l’amore; lei, però, dormiva profondamente.
Allora si alzò dal letto e si avvicinò allo stereo per spegnerlo senza che la sua donna desse segno di accorgersene, poi, scostando le spesse cortine, si ritrovò sulla terrazza a guardare il mare.
Quel giorno non c’era vento sull’isola; i rami degli alberi, la tenda della cucina, tutto era immobile, quieto.
Nella luce incerta dell’alba scese i gradini scavati nella roccia per arrivare sino al mare. Portò a remi il gozzo fuori dalla piccola insenatura e mentre accendeva il motore si voltò indietro a controllare la casa. Lasciò filare fuori bordo la sua lenza intanto che incrociava un pescatore. Non era semplice indovinare chi fosse, troppo lontano, poi l’uomo rispose al saluto, pareva lieto di aver incontrato qualcuno, anzi gridò pure qualcosa che però non si riusciva a comprendere. Ruggero accennò a un verso di risposta che desse comunque l’idea di un assenso. L’uomo salutò ancora mentre una rotta diversa se lo portava via.
Il borgo si mostrò d’improvviso da dietro la punta: le case colorate, il porto borbonico, gli enormi lecci ad ombreggiare la piazza, non trovava un difetto, non avrebbe spostato neanche una foglia. Uno strattone lo fece sobbalzare, si drizzò in piedi per tirare la lenza che il pesce scrollava con colpi decisi. Lo vide salire dalle profondità: dapprima ebbe solo la visione di un baluginare argenteo poi, poco a poco, distinse la sagoma di un piccolo tonno. Salpò le ultime bracciate, il pesce si dibatté sul paiolo. Il sole cominciava a scaldare più forte. Invertita la rotta tornò sino all’altezza del  suo piccolo approdo per fermarsi come sempre al largo, a cercare la sagoma della villa nascosta nel verde. Poi riportò la barca all’ormeggio, attento a non urtare le rocce nel varco d’entrata.
 
 
La signora Sofia era già al lavoro su in cucina.
“In quanti siete stasera?”
“Solo Claudia e io.”
“Dottore, la sposi.”
“Ci vediamo quanto basta.”
“Ho capito. Ah, anche ieri è arrivata una lettera. È nello studio.”
Per un attimo gli parve di sentire il rumore di una macchina, su al parcheggio della villa, e si incupì. Ma si era sbagliato, si rimise tranquillo.
Ridiscese stavolta sino a mezza costa per prendere un sentiero che si gettava sulla sinistra. Poco più avanti un gruppo di alte rocce formava una conca dove il sole arrivava solo al culmine del suo cammino; era, per tutto il resto del tempo, un luogo immerso nell’ombra dei macigni o nell’oscurità della notte. La cascatella di calda acqua solforosa continuava a colmare una vasca scavata nella pietra. Elevò come sempre, senza vergogna, una muta preghiera prima di spogliarsi ed entrare pian piano, scendendo i pochi gradini, nell’acqua lattescente, l’angolo di mondo lontano dove i pensieri si facevano vaghi e tranquilli. Ascoltando un piccolo uccello cantare nella macchia chiuse gli occhi, si lasciò andare all’abbraccio delle acque. Quando li riaprì, era passata forse un’ora o appena un minuto, si ritrovò a guardare la statua dalle ormai incerte forme femminili che stava muta sul bordo della vasca, incrostata di zolfo e di calcare. Tornò ad abbassare le palpebre. Ora vedeva una distesa di basse colline su cui volare a un metro da terra, le braccia spalancate. Riaprì gli occhi. Claudia gli era davanti, inginocchiata sul bordo della vasca.
“Sei riuscito a riposare?”
“Sì.”
“Allora è meglio che io vada via domani. Non vorrei mai ti abituassi a dormire con me.”
S’alzò in piedi per togliersi il costume e attese qualche istante prima di entrare nella vasca. Se ne stava immobile a lasciarsi guardare, una ninfa uscita dai boschi, i piccoli seni eretti, le lunghe gambe un poco dischiuse. I vapori salivano lentissimi illuminati da un raggio di sole che aveva trovato un varco tra le pareti di granito. Ruggero provò appena un senso di tristezza all’idea di non poter fermare quell’istante, poi si bagnò la testa rasata e il viso con l’acqua che sgorgava dalla roccia. La guardò ancora. La recita adesso era terminata; lei scese senza affrettarsi i gradini e s’immerse completamente per riemergere infine accanto a lui.
 
 
Passarono un paio d’ore nella quiete della pozza, poi, sazi, si avvolsero nei teli per tornare su alla villa. Il sole era già alto, prometteva ancora calura; si affrettarono nell’ombra fresca della casa per ritrovare forse soltanto a sera la voglia di riaffacciarsi al mondo. Lavato via lo zolfo dalla pelle, si sedettero sotto la tettoia, la tavola già imbandita, il mare di fronte a loro.
Claudia si stirò come un gatto, poi si voltò verso Ruggero:
“L’attore è bello, sai, ma non credo che con lui potrei mai stare così bene.”
Poco dopo erano di nuovo in camera a fare l’amore.

Anno pubblicazione

2011

Pagine

300

Formato

14x20 cm

ISBN

978-88-95412-35-1

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