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Davide Nani

L’ORA DEL PI GRECO

L’ORA DEL PI GRECO
Prezzo 12,00

DISPONIBILE DAL 20 MARZO 2021

La riapertura delle indagini sul presunto suicidio del figlio del titolare getta lo scompiglio nella “Arcelli e soci”, dove tutti i dipendenti avevano un valido movente per eliminare la vittima. L’architetto Orsini, cofondatore della ditta, cerca di destreggiarsi tra il ruolo di confessore per i colleghi e di testimone privilegiato per il vicequestore De Santo. Tutti i personaggi sono all’oscuro di una regia occulta che governa le ricerche sul caso.

Primo capitolo

I

 

Ventitré dicembre
Le quattro sedie inutili sono state allineate vicino al muro, in fila come i sedili di una corriera. Il cameriere, amico mio, che le ha messe da parte con l’intenzione di non farle notare, ha ottenuto l’effetto contrario.
Cenare da solo in un piccolo ristorante la sera per me sarebbe anche normale, ma è l’antivigilia di Natale e mi sento addosso gli sguardi indagatori degli altri clienti.
Qualcuno penserà che io sia un turista, forse straniero, per via della mia pelle scura. Quelli che mi hanno visto attendere e fumare per mezz’ora all’entrata invece si staranno ponendo altre domande.
Come mai la titolare del locale ha scomposto un tavolo da cinque al mio arrivo?
Chi aspettavo? Chi non si è presentato? E come mai?
Perché un cameriere con fare compassionevole si è seduto per qualche minuto accanto a me prima di prendere l’ordinazione?
Non ci vuole certo un esperto di pensiero deduttivo per comprendere che qualcosa mi è andato storto.
I più curiosi e intelligenti si chiederanno se sono una di quelle persone che si fidano di semplici “forse verrò” o addirittura di quelle a cui si dice un falso “sì”, pur di evitare l’insistenza di un invito.
In entrambe le ipotesi ne esco come un emarginato, un reietto. Uno con qualche problema nella testa. Qualcuno mi osserva e parlotta con i commensali, ma appena mi giro distoglie lo sguardo. Potrei essere anche un importuno, uno che reagisce e può creare situazioni imbarazzanti. Meglio non rischiare.
Masticando la prima portata penso che la conclusione che io abbia qualche rotella fuori posto non è poi così lontana dal vero.
Sono stato proprio velleitario nel pensare che tutto sia tornato alla normalità con i colleghi, tanto da celebrare i riti soliti, fatti di auguri ad alta voce, vuotando qualche bottiglia di troppo.
In fondo è passato meno di un anno dai drammatici eventi che hanno coinvolto la nostra azienda, non tutti forse si sentono dell’umore giusto per un’occasione conviviale.
Il vecchio Arcelli lo capisco, ma non sopporto che gli altri tre colleghi non abbiano avuto il coraggio di rifiutare l’invito in modo esplicito. Forse hanno pensato che certe cose non occorrerebbe nemmeno chiederle e mi hanno risposto a modo loro, con il metodo del pretesto all’ultimo momento, lasciandomi solo.
Lina, l’anziana titolare del locale, mi conosce bene e ha capito la mia situazione, di certo non avrebbe obiettato nemmeno se me ne fossi andato, vanificando del tutto la prenotazione del tavolo. Fuori però faceva un freddo cane e l’attesa me l’ha fatto penetrare addosso insieme all’umido della fitta nebbia che avvolge Ferrara d’inverno.
Non mi andava di tornarmene a casa e rovistare nel frigo semivuoto, né tanto meno cenare senza il vino che sapevo di aver finito.
La serata qui passerà più rapidamente e aspetterò che qualche bicchiere di bianco mi sciolga quel groppo in gola che mi viene sempre quando non posso sfogare l’ira o la frustrazione.
Ho la tentazione di scrivere messaggi di sarcastico risentimento, ma spengo il cellulare. I miei colleghi sapranno tutto domani e qualcuno si sentirà in colpa, ma non mi importa; in questo momento ci sono io davanti a questo maledetto camino che accentua il freddo che ho dentro, mandandomi avare e irregolari folate di calore.
Ordino un po’ di zuppa inglese per perdere ancora tempo. Il mio piano per addolcire la serata è scambiare quattro chiacchiere con la titolare del locale, quando tutti i clienti saranno satolli e cercheranno solo i superstiti sorsi d’acqua rimasti nel fondo delle bottiglie semivuote.
È rimasto solo un tavolo con una dozzina di persone che festeggiano ed è anche spuntata una chitarra. È totalmente scordata e l’imperizia di chi la suona è imbarazzante. Darei tutto quello che ho nel portafogli per sistemare lo strumento e strimpellare due accordi come facevo da ragazzo, ma resisto all’istinto di intromettermi, aiutato dalla signora Lina che si lascia andare sulla sedia sfinita, versando per me e per lei il solito dito di nocino fatto in casa.
Parliamo un po’, ora sono salvo, ho un ruolo decente nella sala agli occhi di tutti. Mi chiede del lavoro, si lamenta dell’andamento del locale, delle tasse e di quel figlio che non l’aiuta nel locale e le costa per vestiti, benzina e sigarette. Le vorrei dire che la invidio per questo, ma mi limito ad ascoltare a lungo fino a lasciarla stancare. Pago ed esco.
Le viuzze del centro di Ferrara invitano ad addentrarsi, alla ricerca di riparo. Specialmente nelle notti d’inverno, l’istinto porta a infilarsi dove i muri si stringono e si possono quasi toccare allargando le braccia. Il silenzio è interrotto a tratti da comitive di giovanotti brilli e festanti o dal rumore dei tacchi di qualche signora sul quel pavimento di ciottoli rotondi che rende la camminata incerta e pericolosa per le caviglie. Immagino il freddo rigido delle loro dita in quelle scarpe che costringono a pose innaturali.
Le mie gambe invece vanno da sole e lascio che mi portino; non ho una meta precisa da raggiungere. Percorro l’antico ghetto ebraico, attraverso quasi inconsciamente la piazza Trento Trieste e mi infilo nell’antica via Degli Adelardi di fianco al Duomo. Diverse persone, fuori dai locali, sorseggiano e roteano calici di vino rosso con l’aria di chi se ne intende.
Vorrei dir loro cosa ne pensava l’imperatore Adriano della Yourcenar sugli intenditori di vino, ma chi mi capirebbe?
Oggi va di moda congelarsi all’aperto in quel modo. Mi chiedo dove stia il piacere nel soffrire, ma passo oltre. In fondo io ho cenato da solo come un cane, non sono certo nella posizione di chi può dare un giudizio sull’altrui comodità; anzi mi ripropongo di ripassare per riscaldarmi con un bicchiere o due, prima di dormire.
Aspetto che la stanchezza mi prenda, ma tarda. Mi ritrovo nei luoghi senza ricordare i percorsi, immerso come sono in pensieri ripetitivi e circolari.
Mi sono allontanato troppo e un ragazzo nero su una bici modello Graziella mi chiede se ho bisogno di qualcosa. Non gli rispondo e accelero il passo. Mi segue e mi si para davanti mostrandomi una eloquente bustina bianca.
— Per lei trenta euro, fai festa con questa grande boss! — mi dice come se mi conoscesse da sempre.
Faccio un segno di diniego con la testa e cerco di schivarlo, ma il ragazzo tenta l’ultima carta per vendermi qualcosa. Estrae una scatola contrassegnata da una scritta grossolana in pennarello: “Viagra”.
Sorrido. Ha visto i miei capelli bianchi e ha individuato da buon mercante il giusto target del cliente.
Cerco qualche moneta nel taschino e patteggio un pagamento di un caffè con l’essere lasciato in pace. Premio il ragazzo per la sua desistenza con una banconota da cinque, in fondo è festa per tutti. Il giovane ringrazia a modo suo: — Buon Natale, grande capo!
Gli spacciatori nigeriani non mi fanno paura. Somigliano tutti maledettamente a mio figlio, in ciascuno di loro trovo un suo tratto del viso o un’espressione familiare.
Non lo vedo se non una volta a settimana su Skype e tutti i ragazzi della sua età mi sembrano lui. Ero felice, quando nacque, di sapere che non gli sarebbe toccato il servizio militare. Non pensavo a quel tempo che si sarebbe allontanato da me un anno intero per studiare in Nuova Zelanda.
Ora mi trovo separato con un figlio agli antipodi, cioè solo,
“...solo come un deficiente” cantava Lucio Dalla descrivendo una sua notte bolognese; la mia di stasera qui a Ferrara non è diversa.
Sfuggo all’autocommiserazione, ripenso a uno dei locali di fianco alla cattedrale, mi ci dirigo senza fretta.
Il gestore sta lavando il pavimento con uno straccio vissuto, il risultato è uno sporco uniforme dal vago odore di alcool; non si capisce se sia quello denaturato che si mette nel secchio per sgrassare le piastrelle o se derivi dalle tante gocce di vino che inevitabilmente tutte le persone che prima si accalcavano hanno versato urtandosi.
Sono rimasti in tre fuori dall’enoteca e il gestore porta un ultimo giro di bicchieri comprendendo anche me, senza che io proferisca verbo.
Mi dicono che è il suo modo per dire che sta per chiudere. Di lì in poi non accetterà più ordinazioni, ma non obietterà nulla se a saracinesca chiusa si rimarrà a chiacchierare.
L’unica richiesta è il lasciare i bicchieri vuoti dietro l’inferriata della finestra.
Osservo gli ultimi ignari compagni della mia lunga nottata. Si tratta di due uomini e una donna. La corteggiano goffamente e lei è visibilmente brilla. Si stanno offrendo entrambi di accompagnarla a casa e fanno a gara per risultare simpatici ridendo a ogni parola.
Sarei anche curioso di vedere come va a finire, ma il mio orologio mi dice che non manca molto all’ora che io chiamo “del Pi Greco” e voglio riservarmi almeno una mezz’ora per scrivere sul mio diario di questa mia serata surreale.
Un uomo solo deve stare attento a certe regole per evitare di lasciarsi andare e rovinare il proprio aspetto e la propria salute.
Il non dover rendere conto a nessuno espone a molte derive e mi sono imposto di chiudere ogni attività a quell’ora, qualsiasi cosa succeda. Quattro ore di sonno pieno servono anche a un tiratardi come me per non scambiare il giorno con la notte.
Nessuno obietterebbe se mi recassi al lavoro il pomeriggio, ma si sa: il senso del dovere è una grossa catena invisibile.
Sulla porta mi aspetta Billy, il gatto dei vicini che ama raddoppiare il rancio e dormire sulle poltrone, mirando spesso alla mia.
Non ho mai amato i gatti nemmeno da piccolo e non so perché questo abbia scelto me come secondo compagno di vita. Forse è un animale che ama il silenzio delle mie quattro mura e la mia assoluta anaffettività nei suoi confronti. Non gli metto mai le mani addosso e oltre al cibo riceve da me solamente un paio di minuti di gioco con un gomitolo di lana e non sempre. Stanotte si prende il divano e glielo concedo in via del tutto eccezionale. Scrivo qualche riga e poso la matita, sono le tre e quattordici in punto.

Anno pubblicazione

2021

Pagine

120

Formato

14x20

ISBN

978-88-6810-443-6

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