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Maria Benedetta Errigo

Un martedì di aprile Errigo Maria Benedetta

Un martedì di aprile
Prezzo 3,49
Un martedì di aprile Prezzo finale dell'Ebook 3,49 Oppure scaricalo da

Rebecca Rubini è una ragazza che sembra aver pianificato tutto nella vita: amicizie, studio e lavoro. Con la testa sulle spalle e poco avvezza a lasciarsi andare, ritiene di avere sempre tutto sotto controllo. Almeno sino a quando il suo mondo non si scontra con quello di Federico Del Corno, un martedì di aprile. Il giovane uomo le insegnerà a vedere la vita in un altro modo, a smussare le sue rigidità e soprattutto guarirà ferite profonde che la ragazza si porta dietro dai tempi della scuola. Ma proprio quando sembra che i due siano finalmente vicini, spunta dal passato del ragazzo qualcuno che può mettere a rischio tutto.

Primo capitolo

Un martedì di aprile

 

Rebecca Rubini aveva sempre creduto di avere una capacità decisionale molto forte. A dodici anni, infatti, aveva già deciso che finite le scuole medie avrebbe frequentato il liceo linguistico, il migliore che il suo paesello della campagna laziale poteva offrirle, mentre a diciotto aveva scelto l’Università dove approfondire i suoi studi alla facoltà di lingue. Certo, aveva dovuto scendere a patti con i suoi genitori che avevano preteso che almeno studiasse a Roma, ma alla fine era un dettaglio visto che neppure lei era propensa ad allontanarsi troppo da loro.

A ventidue studiava e lavorava come commessa in un negozio di articoli sportivi, guadagnando quel che bastava per potersi permettere un bilocale in una periferia. A venticinque, dopo la laurea, stabilì che il lavoro adatto per lei era quello di traduttrice in qualche azienda o ditta che commerciava con l’estero, quindi si mobilitò per cercare questo tipo di impiego. Purtroppo, non trovò nulla, così decise di rimanere a lavorare al negozio, continuando a cercare qualche occasione migliore. Aveva deciso tutto, Rebecca, ogni minimo dettaglio della sua vita. Tranne il fatto di innamorarsi perdutamente a ventisei anni di Federico Del Corno, un martedì di aprile.

Eppure, quel martedì era iniziato come tanti altri. Si era alzata e dopo la doccia si era preparata un caffè doppio per arrivare sveglia fino all’ora di pranzo; toccava a lei infatti l’apertura del negozio, mentre Nadia, la sua collega, sarebbe arrivata attorno alle undici, permettendole di uscire verso le cinque. Non le spiaceva far questi orari: poteva fare la spesa e andare in palestra e per lei non era un problema alzarsi presto. Si legò i capelli neri in una coda, mise un filo di matita per far risaltare gli occhi neri anch’essi e via. Nel garage condominiale si fermò un momento per godersi la prima aria del mattino, quella più fresca, quella che ancora sapeva di giorno che stava per iniziare. Era la parte della giornata che preferiva, quella nella quale ancora non si sapeva come sarebbe andato il giorno e si poteva sempre immaginare che qualcosa di bello potesse capitare. In fondo per lei era successo. Abitava a Roma ed era contenta della sua scelta e del suo lavoro. Certo, qualche volta le mancava il suo paesello nel Nord del Lazio, ma poteva andarci quando decideva. Ed era questa per lei la libertà. Mise in moto il suo motorino e sfrecciò per le vie della città ancora addormentata.

Arrivata al negozio, si fermò alla panetteria vicina per comprarsi della focaccia per pranzo, poi tirò su la saracinesca e la giornata lavorativa iniziò. Dopo il giorno di chiusura c’era tanto da fare: mettere in ordine, fare qualche pulizia, accogliere i primi clienti. Quel giorno però, al contrario delle belle sensazioni avute qualche ora prima, pareva non ingranare, infatti quando Nadia arrivò la trovò sconsolata dietro al bacone.

«Che faccia, Becca. Che ti succede?»

«Succede che non è entrato nessuno dalle nove di questa mattina» sbuffò lei tenendo le mani sotto al mento e le braccia appoggiate sul bancone.

«Sai come va qui, solitamente di martedì iniziamo ad avere i primi clienti verso l’ora di pranzo» cercò di tranquillizzarla l’amica mentre si toglieva la giacca e andava a riporla nello sgabuzzino dove tenevano le loro cose.

Rebecca aveva legato subito con la ragazza che era già lì al negozio quando anche lei era andata a lavorarci. Si erano trovate in sintonia, erano molto simili in tante cose, anche se Nadia aveva qualche anno più di lei. L’unica differenza era che Nadia non si era ancora laureata e ormi aveva quasi deciso di mollare gli studi, mentre Becca era già laureata da un anno. Quel negozio di articoli sportivi e l’atmosfera tranquilla che si respirava lì l’avevano convinta a rimanere anche dopo aver concluso il suo ciclo di studi.

«Mi troverò un lavoro con calma» aveva spiegato a Nadia una sera che uscite dal lavoro avevano deciso di andare a bere qualcosa assieme a Trastevere, a due passi da dove avevano il negozio.

«Hai tutto il tempo che vuoi, Rebecca. Stasera brindiamo alla tua decisione di rimanere a lavorare con me. Mi sarebbe spiaciuto perderti, in fondo sono già due anni che ci vediamo tutti i giorni.»

«Che mi sopporti tutti i giorni, volevi dire, vero? Vieni, avvicina il bicchiere, questa sera un prosecco ce lo siamo meritato.»

«Ce lo meritiamo spesso! Stamattina quando quella signora è arrivata a chiedere i pantaloncini per il jogging e voleva decidere in base al colore e non alle caratteristiche del tessuto che potevano esserle utile ho pensato intensamente al prosecco di stasera!»

Rebecca scoppiò a ridere e l’amica ne approfittò per punzecchiarla un poco.

«Dobbiamo farti ridere più spesso, ti si illuminano gli occhi. Chissà, potrebbe anche arrivare qualcuno che ti fa sorridere, prima o poi.»

A quelle parole la ragazza aveva riso ancora più forte: «Nadia, lo sai che non cerco nessuno e non voglio nessuno. Ho troppo da fare e devo organizzare la mia vita per ora.»

«Mai dire mai, mia cara.»

La serata si era conclusa tra chiacchiere e risate, cosa, questa, che aveva caratterizzato da sempre il loro rapporto. Nadia era quella che faceva sorridere, Becca quella più riflessiva. E anche ora la prima si stava avvicinando al bancone, cercando di tirare su l’amica che era in palese difficoltà.

«Non mi piace stare con le mani in mano.»

«Potremmo lavare le vetrine.»

«Già fatto.»

«Ah… allora mettere in ordine tra le magliette dei nuovi arrivi.»

«Fatto anche quello.»

«Ti hanno mai detto che sei troppo efficiente, tu?»

«Parecchi, ma lo sai, caratteristica del segno della Vergine.»

Nadia fece il giro del bancone per raggiungere l’amica. «No, direi che sono proprio caratteristiche alla Rebecca. Ti rendi conto di quanto sei precisina?»

Probabilmente Nadia era l’unica che poteva dire queste cose a Becca, che era un poco permalosa, ma non poteva arrabbiarsi di fronte alla risata cristallina dell’amica che ora si stava legando i capelli biondi anche lei in una coda per prepararsi alla giornata lavorativa.

«Speriamo che almeno arrivi qualche corriere. Il capo ti aveva detto se stavamo aspettando qualche carico?»

«Nulla di nulla. Come ti ho detto, io dalle nove ho già lavato vetrine e pavimenti e messo in ordine. Sono le undici passate e credo che la giornata sarà parecchio lunga.»

«Mettila così, almeno potremo mangiare in pace.»

E infatti, a parte un paio di persone entrate per chiedere informazioni su alcuni set di bilancieri e un’altra che cercava dei pantaloni per andare in bici, la mattina passò in maniera anche troppo pacifica. Verso l’una mangiarono a turno nello sgabuzzino e poi si prepararono a un altrettanto noioso pomeriggio. Il fatto di fare orario continuato con turni spezzati permetteva loro di avere del tempo libero dopo il lavoro, ma quando le giornate iniziavano in questo modo le ragazze sapevano già che l’andamento sarebbe stato abbastanza tedioso.

Verso le due erano ancora dietro al bancone assieme, chiacchierando del più e del meno.

«Meno male che esco alle tre. Non sarei durata fino alle cinque.»

«Ah, ma domani apro io e tocca a me andare via prima! Anche se spero che domani sia una giornata migliore rispetto a questa.»

«Non dirlo a me. Se domani è ancora così penso che organizzerò la gita che domenica vorrei fare.»

«Dove vorresti andare?»

Ma la domanda rimase senza risposta, perché proprio in quel momento le due si voltarono verso la porta sentendo qualcuno che la stava aprendo. Dalla posizione in cui si trovavano non potevano vedere subito chi era entrato, avevano sentito solo una voce maschile dire “buongiorno”. Quindi Rebecca aspettò che il cliente facesse qualche passo avanti per poterlo vedere. Stava per chiedere a Nadia se volesse servirlo lei, visto che era la più vicina, quando il telefono del negozio si mise a squillare e la sua amica andò a rispondere, lasciandola sola. Poco male, era anche ora di fare qualcosa.

Si spostò sulla destra per potersi far vedere e si trovò faccia a faccia con un giovane uomo che la guardava sorridente. Per un momento Rebecca rimase in silenzio, colpita dal suo viso, soprattutto dai suoi occhi. Erano verdi, ma non un verde qualsiasi, sembravano quasi di smeraldo. I capelli e la barba castano chiari, molto curati, gli davano un’aria sbarazzina, ma il completo elegante scuro, la cravatta e l’atteggiamento educato le avevano fatto capire che si trovava davanti a qualcuno che aveva qualche anno più di lei. Quasi automaticamente il suo sguardo andò alle mani dell’uomo. Erano curate e non c’erano anelli di sorta. Vicino all’orologio, al polso sinistro, faceva capolino un braccialetto, un piccolo filo d’argento. Le piacevano gli uomini poco accessoriati. Poi si rese conto che non solo era da troppo tempo in silenzio, ma che era stata anche molto colpita da questa persona.

Questo pensiero l’imbarazzò non poco, tanto da dimenticarsi di salutare, così si limitò a guardare sorridendo il cliente.

«Desidera?»

«Stavo cercando un tapis roulant elettronico, non molto grande, uno da tenere in casa.»

«Sì, qualcosa abbiamo da farle vedere, ma alcuni modelli sono da ordinare. Le serve come uso professionale o per tenersi in allenamento?»

La domanda in sé era stupida, visto che Rebecca aveva notato il fisico asciutto del suo interlocutore, ma doveva sapere cosa fargli vedere. Nel frattempo, gettò un occhio alla postazione del telefono, ma vide Nadia di schiena intenta a parlare e a prendere appunti, probabilmente stava ordinando qualcosa a un fornitore.

«No, serve a me personalmente, per quelle sere nelle quali faccio tardi al lavoro e non ho il tempo di passare in palestra.»

«La capisco, io per fortuna ho la palestra sulla strada verso casa, quindi mi fermo lì prima di rientrare. Mi segua, le faccio vedere qualche modello.»

«La seguo molto volentieri, così potrò apprezzare ancora di più il fatto che si vede che lei fa palestra.»

Rebecca esitò solo un attimo. Aveva forse fatto una allusione al suo lato B? Si girò per guardarlo, e vide sul suo viso un’espressione innocente, ma un sorriso ammiccante. Si irritò. Bel ragazzo, ma probabilmente consapevole di esserlo e quindi pensava di potersi comportare come meglio gli sembrava. E non poteva neppure dire nulla, in quel momento. Anche perché il dubbio di essersi sbagliata lo aveva.

Decise così di comportarsi nella maniera più professionale possibile, lasciando perdere tutti i pensieri che aveva fatto quando l’aveva visto. Arrivarono nella zona dei tapis roulant e lei si girò in modo tale da guardarlo bene in viso.

«Come le stavo dicendo, non teniamo i modelli più professionali, che però sono visibili e ordinabili sul nostro sito. Questi due modelli sono però molto apprezzati da chi vuole tenersi in forma in casa, come lei. E sono molto comodi da trasportare e montare. Noterà che sono leggeri grazie al materiale di cui sono fatti. E quindi lei…»

«Federico.»

«…Come?»

«Sono Federico, potremmo anche passare al tu, non trovi? Capisco la professionalità e l’educazione, ma, per favore, mi sentirei più a mio agio.»

«Beh, io… d’accordo, sono Rebecca» rispose lei un po’ in difficoltà. Non era solita dare confidenza alle persone in generale, anzi aveva accolto con piacere la regola del negozio di non dare del tu ai clienti e di essere il più professionale possibile. Però questa era una richiesta diretta e in fondo non le costava nulla. Anzi, c’era la possibilità di chiudere la vendita e di levarselo dai piedi il più in fretta possibile.

«Bene, Rebecca, mi stavi illustrando le caratteristiche di questo tapis roulant, giusto?»

Si era appoggiato all’altro modello e la guardava sempre sorridendo. Ecco, non doveva farsi distrarre da quel sorriso, perché sì, era decisamente affascinante, ma non doveva scordarsi che prima quasi certamente le aveva detto che aveva un bel didietro. Sfacciato! E doveva solo ringraziare che non poteva rispondergli per le rime, ma gli avrebbe fatto capire che lei non si faceva certo abbindolare da un bel sorriso.

E da delle belle mani. E da un bel fisico.

Anno pubblicazione

2020

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